Mitomania

La mitomania è un termine utilizzato in psichiatria e psicologia clinica per descrivere una tendenza patologica alla menzogna e alla costruzione di narrazioni false, spesso elaborate e continue, che vanno oltre la bugia occasionale o la finzione consapevole. Non si tratta di una diagnosi codificata nei principali manuali come il DSM-5 o l’ICD-11, ma di un concetto che appartiene alla tradizione clinica europea e che continua a essere usato, anche nel linguaggio comune, per indicare persone che sembrano incapaci di distinguere tra verità e invenzione nella loro vita quotidiana.

La natura del fenomeno

La mitomania si colloca in una zona di confine tra comportamento abituale e patologia. Mentire può avere significati diversi: piccole distorsioni per motivi sociali, finzioni consapevoli, manipolazioni intenzionali. La mitomania, però, si distingue perché la tendenza a mentire diventa pervasiva, cronica e apparentemente incontrollabile, fino a compromettere la vita personale, sociale e lavorativa. In molti casi, le storie inventate non portano vantaggi concreti ma rispondono a un bisogno identitario o di fuga dalla realtà. Non tutte le menzogne indicano mitomania. È normale che un individuo ricorra occasionalmente a una bugia per evitare conflitti o per proteggere la privacy. La mitomania diventa clinicamente rilevante quando la condotta bugiarda è ricorrente, incontrollata e interferisce con le relazioni e il funzionamento globale. In queste situazioni, la persona non mantiene coerenza narrativa, cambia versione con disinvoltura e mostra scarso coinvolgimento emotivo rispetto alle conseguenze.

Cenni storici

Il termine nasce nella psichiatria francese tra Ottocento e Novecento, con autori come Ernest Dupré che descrissero la mitomania come “malattia della menzogna”. In quell’epoca serviva a distinguere la menzogna patologica dall’inganno volontario. Successivamente il concetto è stato assorbito in altri quadri psicopatologici, perdendo lo status di categoria autonoma, ma restando utile come descrittore clinico.

Manifestazioni e cause predisponenti

Nella vita quotidiana la mitomania si manifesta attraverso racconti grandiosi, attribuzione a di qualità inesistenti, invenzione di esperienze mai vissute. Le narrazioni possono assumere carattere teatrale e vengono ripetute con convinzione, rendendo difficile distinguere quanto la persona sia consapevole dell’inganno. Con il tempo, questi comportamenti erodono la fiducia di familiari, amici e colleghi, portando a isolamento, perdita di credibilità e difficoltà a mantenere relazioni o percorsi lavorativi stabili. Sul piano sociale, la mitomania viene spesso stigmatizzata come semplice disonestà, senza riconoscere la sofferenza e la vulnerabilità che possono sostenerla. Le origini della mitomania sono multifattoriali. Esperienze infantili segnate da carenze affettive o umiliazioni possono favorire il ricorso alla menzogna come strategia di difesa. Sul piano psicologico, la mitomania si associa a tratti di personalità istrionica, narcisistica o antisociale, nei quali la bugia serve a mantenere un’immagine grandiosa o a ottenere vantaggi immediati. In altri casi le menzogne assumono un valore quasi compulsivo, simile a un rituale che riduce temporaneamente ansia e senso di inadeguatezza. Anche componenti neurobiologiche e genetiche potrebbero avere un ruolo, ma la ricerca in questo campo è ancora in corso.

Diagnosi e trattamento

Poiché la mitomania non è una categoria autonoma nei manuali diagnostici, la valutazione clinica deve distinguere tra menzogna occasionale, tratti di personalità e condotta patologica. Il clinico indaga la frequenza e la pervasività delle bugie, il loro impatto sulla vita quotidiana e la presenza di altre condizioni psichiatriche. È necessaria anche la diagnosi differenziale con disturbi psicotici, in cui la menzogna può confondersi con deliri o perdita di contatto con la realtà.

Il trattamento si concentra soprattutto sulla psicoterapia, con l’obiettivo di comprendere i bisogni profondi che alimentano la menzogna e di sviluppare modalità più adattive di relazione. L’intervento è complesso e di solito richiede tempo, perché la consapevolezza della condizione può essere scarsa. In presenza di comorbidità come ansia o depressione può essere utile un supporto farmacologico, ma sempre integrato a un lavoro clinico di lungo termine.

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