
Alfred Binet ha introdotto il concetto di intelligenza nella misurazione psicologica. Con Théodore Simon elaborò, tra il 1905 e il 1911, la prima scala sistematica per individuare i bambini che necessitavano di un sostegno educativo specifico. La sua opera, tuttavia, supera la dimensione del “test”: un programma di ricerca che intreccia laboratorio e scuola, un’idea di intelligenza come insieme di funzioni plastiche e adattive, e un costante monito contro la riduzione dell’individuo a punteggi numerici. L’intersezione tra valutazione, pedagogia e psicometria diventa, con Binet, uno dei punti di partenza della psicologia scientifica moderna.
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Biografia e contesto storico
Nato a Nizza, Binet si laurea in legge ma si appassiona presto alla psicologia sperimentale. Negli anni Ottanta dell’Ottocento lavora alla Salpêtrière con Jean-Martin Charcot su ipnosi e isteria, esperienza dalla quale prenderà poi le distanze criticando errori metodologici legati alla suggestione. Il suo baricentro diventa Parigi: nel 1894 fonda con Henry Beaunis la rivista L’Année Psychologique e dirige il laboratorio di psicologia alla Sorbona, dove studia memoria, attenzione, immagini mentali, abilità di scacchisti e attori, con una curiosità ampia ma sempre ancorata a compiti controllabili.
Il contesto storico è quello della Terza Repubblica, impegnata nella scolarizzazione di massa. Il Ministero dell’Istruzione, nel 1904, gli affida una commissione per distinguere i bambini che trarrebbero beneficio da classi speciali: non per escludere, ma per attivare percorsi di sostegno. Con il medico Théodore Simon, Binet costruisce una batteria di prove crescenti per tappe di età. Ne usciranno le tre edizioni della scala Binet–Simon (1905, 1908, 1911) e il concetto operativo di “età mentale”. Binet muore nel 1911, poco dopo l’ultima revisione, lasciando un laboratorio vitale che formerà, tra gli altri, un giovane Jean Piaget.
Contributi teorici e pratici
Il contributo più noto è la costruzione della scala d’intelligenza. L’idea di fondo è semplice e potente: per valutare lo sviluppo cognitivo si usano compiti che la maggior parte dei bambini di una certa età è in grado di svolgere. Le prove spaziano dal linguaggio al ragionamento, dalla memoria all’attenzione, con difficoltà calibrata per età. Ne deriva una stima dell’“età mentale”, ossia il livello al quale un bambino funziona rispetto alla media dei coetanei. La misura nasce per finalità educative: individuare difficoltà modificabili con interventi mirati, non per certificare destini.
Metodologicamente, la scala introduce tre innovazioni. Primo, la standardizzazione: istruzioni e criteri di riuscita definiti, raccolta sistematica dei dati, analisi degli errori tipici. Secondo, la gradazione per età, che permette di vedere il profilo di punti di forza e debolezza piuttosto che un numero unico. Terzo, l’attenzione alla validità pratica: compiti vicini alle richieste scolastiche, così che la valutazione dialoghi con insegnanti e famiglie. Binet insiste che la misura deve servire a orientare la didattica e la presa in carico.
Contro la tendenza a ridurre l’intelligenza a un fattore unitario, Binet parla di un insieme eterogeneo di funzioni — giudizio, comprensione, invenzione, attenzione, volontà — e mette in guardia dall’illusione di fissarle in un punteggio immutabile. Non è un innatista: ritiene che l’educazione possa far progredire molte abilità e che i test vadano ripetuti per osservare i cambiamenti. Questo atteggiamento lo distingue sia dall’eugenetica di ascendenza galtoniana, che cercava in misure fisiche o reazioni sensoriali un fondamento “naturale” dell’intelligenza, sia da ogni uso classificatorio senza progetto educativo.
Oltre alla scala, Binet lascia contributi meno noti ma rilevanti. Studia l’immaginazione e le immagini mentali, osserva come gli scacchisti di alto livello organizzino l’attenzione e la memoria di lavoro, analizza le strategie con cui bambini e adulti risolvono problemi, anticipando l’interesse per i processi oltre che per i risultati. Sul piano istituzionale, promuove classi speciali con programmi adattati, convinto che la scuola debba differenziare obiettivi e metodi in base al profilo degli alunni. La sua scrittura, spesso pratica e “artigianale”, mira a consegnare strumenti a insegnanti e medici, non solo a accademici.
Impatto e attualità
L’impatto della scala Binet–Simon è stato enorme e ambivalente. Sul versante scientifico e applicativo, ha inaugurato la psicometria dello sviluppo e reso possibile una diagnosi più precoce dei bisogni educativi. William Stern proporrà nel 1912 l’“quoziente d’intelligenza” come rapporto tra età mentale ed età cronologica; Lewis Terman ne farà la versione Stanford–Binet (1916), molto usata negli Stati Uniti; David Wechsler, più tardi, imposterà batterie a punteggi per indici, con il passaggio al QI di deviazione. La scuola dei test guadagna in raffinatezza statistica, affidabilità e comparabilità; la valutazione diventa parte della moderna psicologia applicata, dalla scuola alla clinica.
Ma la diffusione porta anche distorsioni che lo stesso Binet aveva temuto. In alcuni contesti, il punteggio diventa etichetta, scala sociale, strumento di esclusione o di legittimazione di politiche selettive, fino a derive eugenetiche nella prima metà del Novecento. Si confonde ciò che i test misurano — prestazioni in compiti culturalmente situati — con una “essenza” naturale e immobile. La reazione critica, lungo il secolo, produrrà antidoti: più prove non verbali, attenzione all’equità culturale e linguistica, batterie multifattoriali, valutazioni dinamiche che considerano la responsività all’aiuto, protocolli che integrano osservazione, storia scolastica e contesto familiare.
Dal punto di vista pedagogico, la linea binetiana resta attuale quando la valutazione è al servizio di decisioni educative come nei piani educativi individualizzati, nelle risposte di intervento (RTI), nei modelli di supporto multilivello. Usare i test come “termometri” per prendere misure didattiche, non come “sentenze” biografiche, è il modo più fedele allo spirito del progetto originario.
In psicologia dello sviluppo e delle differenze individuali, l’eredità di Binet dialoga con filoni che hanno ampliato l’oggetto “intelligenza”. La ricerca cognitiva mette in luce processi specifici — memoria di lavoro, controllo inibitorio, flessibilità, capacità visuo-spaziali — che contribuiscono ai punteggi globali ma richiedono interventi mirati. Gli studi su motivazione e mentalità di crescita mostrano che aspettative, scopi e contesto modulano le prestazioni. I dibattiti su modelli multifattoriali o gerarchici, sulle intelligenze “multiple” o sui profili neuropsicologici non cancellano il bisogno di misure comparative; lo rendono più cauto e situato.
Un altro terreno in cui Binet parla al presente è l’etica della valutazione. Le sue pagine contro l’uso improprio dei test suonano come promemoria per ogni pratica standardizzata: chiarire le finalità prima di somministrare strumenti, scegliere prove adatte a lingua e cultura del soggetto, restituire risultati in modo comprensibile, evitare inferenze oltre l’evidenza, prevedere rivalutazioni. Nelle mani giuste, la valutazione aiuta a distribuire risorse e opportunità; in quelle sbagliate, cristallizza disuguaglianze.
Alfred Binet ha aperto la strada a una psicologia capace di misurare per educare, di valutare per includere. La sua scala ha fatto epoca, ma è la sua postura a restare esemplare: costruire strumenti utili, usarli con giudizio, ricordare che dietro ogni punteggio c’è una persona che può imparare.


