
William Ronald Dodds Fairbairn è uno dei padri della “scuola delle relazioni oggettuali”. Con una mossa teorica decisiva sposta il baricentro della psicoanalisi dagli impulsi alle relazioni: la libido, dice, non è principalmente ricerca di piacere ma ricerca dell’oggetto, del legame. La sofferenza psichica nasce quando, per difendere l’attaccamento a figure primarie inaffidabili, il bambino internalizza relazioni distorte e le continua a riprodurre dentro di sé e con gli altri. Da questa intuizione prende forma una clinica che legge sintomi, carattere e transfert come tentativi di restare fedeli a oggetti interni “cattivi” pur di non perdere il legame.
Biografia e contesto storico
Scozzese di Edimburgo, Fairbairn attraversa una formazione ampia (filosofia, poi medicina) e presta servizio nella Prima guerra mondiale, esperienza che alimenta l’interesse per la sofferenza psichica. Negli anni Venti e Trenta intraprende l’analisi didattica e avvia la pratica come psichiatra e psicoanalista, restando perlopiù in Scozia — una relativa periferia rispetto alla Londra kleiniana, ma abbastanza vicina per dialogare con il dibattito britannico. Nel dopoguerra raccoglie i suoi scritti in Psychoanalytic Studies of the Personality (1952). È la stagione in cui, nella British Psychoanalytical Society, prendono corpo le linee che faranno scuola: Klein, Balint, Winnicott, e, con un profilo autonomo, Fairbairn. Il suo contributo porta nel linguaggio psicoanalitico temi oggi familiari a sviluppo, attaccamento e trauma relazionale.
Contributi teorici e pratici
Fairbairn rovescia l’impianto classico della metapsicologia freudiana: al centro non ci sono più le pulsioni da scaricare, ma la ricerca di un oggetto con cui entrare in relazione. Il bambino, fin dall’inizio, non vuole liberarsi dell’eccitazione, ma trovare qualcuno che la accolga e la renda condivisibile. Quando il caregiver è incoerente, rifiutante o seduttivo ma non affidabile, il legame non si spegne: viene interiorizzato. Il bambino porta dentro di sé l’oggetto — e il tipo di relazione che lo accompagna — pur di non perderlo, anche a costo di sacrificare parti vive del proprio Sé. La libido diventa così una forza relazionale, non pulsionale.
Di fronte a un oggetto frustrante, il bambino ricorre a quella che Fairbairn chiama difesa morale: preferisce considerarsi cattivo piuttosto che riconoscere la cattiveria dell’altro. “Se soffro, è colpa mia”: la colpa e la vergogna proteggono l’immagine del genitore, e con essa la speranza di amore. È un compromesso affettivo che garantisce continuità al legame ma produce un nucleo di autoaccusa cronica. Nella vita adulta questa difesa diventa tratto di personalità: compiacenza, autocritica, autosabotaggio, strutture depressive che conservano fedeltà a oggetti interni rifiutanti.
Per descrivere la vita psichica interna, Fairbairn propone una mappa nuova, chiamata “struttura endopsichica”. L’Io si divide in più parti, ognuna legata a un oggetto interno. C’è un Io libidico associato all’oggetto eccitante — quello che promette contatto ma delude — e un Io anti-libidico collegato all’oggetto rifiutante — il persecutore interno che punisce il desiderio. Accanto a questi, un Io centrale conserva la capacità di relazione buona e realistica. Le oscillazioni tra ricerca e punizione, desiderio e autocritica, spiegano la dinamica di molti disturbi affettivi e relazionali: inseguo ciò che mi ferisce, mi punisco per averlo voluto.
Anche la repressione cambia significato: non serve solo a espellere impulsi inaccettabili, ma a tenere a distanza gli oggetti cattivi interiorizzati. Quando le difese cedono, questi oggetti “ritornano” sotto forma di stati d’animo persecutori, immagini intrusive o scelte ripetitive di partner che li incarnano. Il sintomo, in questa prospettiva, è un modo per restare legati all’oggetto, anche quando fa male.
Nel celebre saggio Schizoid Factors in the Personality (1940), Fairbairn descrive il ritiro come una difesa estrema: non assenza di desiderio, ma desiderio congelato. L’apparente disinvestimento dall’altro è in realtà un tentativo di proteggersi da un nuovo rifiuto. Anche qui, la clinica suggerisce di leggere la logica relazionale nascosta dietro la chiusura.
Se la sofferenza nasce dalla lealtà a legami interni distruttivi, la cura deve offrire un’esperienza relazionale diversa. L’analista non si limita a interpretare simboli, ma costruisce un rapporto nuovo, prevedibile e affidabile, in cui il bisogno possa trovare riconoscimento. Il transfert diventa il luogo vivo dove gli antichi copioni si riattivano: l’analista li nomina, li rende pensabili e sostiene l’Io centrale nel distinguere tra desiderio e punizione, vicinanza e fusione. Nei pazienti che oscillano tra idealizzazione e svalutazione, la costanza del setting diventa di per sé un intervento terapeutico, una prova concreta che un legame può essere stabile senza essere invasivo.
Impatto e attualità
Nella teoria psicoanalitica. Fairbairn, insieme a Klein ma con accenti diversi, inaugura la stagione britannica delle relazioni oggettuali. La sua realismo dell’oggetto (centralità della qualità delle cure reali) parla a Winnicott, a Balint e, più tardi, a Guntrip, che ne svilupperà il filone più “personalistico”. La sua critica alle pulsioni lo avvicina, via attaccamento e trauma relazionale, a molte letture contemporanee che coniugano psicoanalisi, sviluppo e neuroscienze affettive.
Nella clinica. La mappa “eccitante–rifiutante” resta uno strumento potente per comprendere coazioni a ripetere, dipendenze, gelosie e alternanze idealizzazione/svalutazione. Il concetto di difesa morale è oggi familiare a chi lavora con esiti di trascuratezza e abuso: la tendenza del paziente a colpevolizzarsi, scegliere partner svalutanti o sabotare successi ha la funzione — inconsapevole — di proteggere l’oggetto interno a cui è stato costretto a legarsi. Riconoscere questo legame cambia il fuoco dell’intervento: meno “perché fai così?”, più “a quale oggetto interno stai restando fedele ora?”.
Altri campi. In psicologia dello sviluppo, le sue idee anticipano la centralità dell’attaccamento: il bambino è oggetto-seeking fin dall’inizio; la qualità della risposta dell’adulto organizza modelli interni. Nella psicopatologia di personalità, la lettura in termini di legami interni chiarisce perché sintomi tenaci resistano a tecniche esclusivamente sintomo-orientate: hanno una funzione di lealtà a oggetti interni. Nel lavoro di coppia, la griglia fairbairniana aiuta a nominare i reciproci “oggetti cattivi” convocati nel conflitto.
Critiche e limiti. Alcuni rimproverano a Fairbairn uno schematismo eccessivo (triade Io–libidico/anti-libidico/centrale; oggetto eccitante/rifiutante) o una scarsa trattabilità empirica. L’assenza di una metapsicologia energetica ha lasciato domande aperte sui meccanismi; la sua prosa, asciutta ma densa, non ha sempre favorito diffusione e verifiche. Tuttavia, molte cliniche contemporanee — relazionali, intersoggettive, focalizzate sul trauma e sull’attaccamento — ne confermano operatività e fecondità descrittiva.
Perché è attuale. In un tempo che vede ovunque traumi relazionali e legami difficili, Fairbairn offre una bussola concreta: i sintomi non sono solo “scariche” ma relazioni interne a cui si è fedeli; guarire significa costruire legami nuovi e più buoni, reali e interni. Questo sposta anche l’etica del lavoro clinico: affidabilità, continuità, chiarezza dei confini non sono cornici neutre, ma ingredienti di una nuova esperienza d’oggetto.
In sintesi, W. R. D. Fairbairn ha riscritto la domanda di base: non “che cosa desideri?” ma “chi stai cercando?”. Nel rispondere, la psicoanalisi diventa psicologia dei legami: di quelli che abbiamo avuto, di quelli che ci portiamo dentro e di quelli che possiamo ancora costruire.


