Gendlin, Eugene

Eugene T. Gendlin è il filosofo e psicoterapeuta che ha dato un nome a qualcosa che tutti sperimentiamo ma pochi sanno descrivere: il felt sense, un sentire corporeo globale e sfumato da cui possono nascere chiarimenti, decisioni e cambiamenti. Dal lavoro con Carl Rogers a Chicago ha tratto una clinica “esperienziale” e, insieme, una filosofia del pensare che parte dal corpo vivo. Il suo metodo, il Focusing, ha reso praticabile questa intuizione con passi semplici, trasferibili in psicoterapia, educazione e vita quotidiana.

Biografia e contesto storico

Nato a Vienna da famiglia ebraica, Gendlin emigra bambino negli Stati Uniti per sfuggire al nazismo. Studia filosofia all’Università di Chicago, dove incontra Carl Rogers e il gruppo della terapia centrata sul cliente. Negli anni Sessanta–Settanta lavora su un’idea che diventerà la sua firma: non conta solo che cosa il cliente racconta, ma come lo vive mentre lo dice. Da qui gli studi sul livello di “experiencing” in seduta e l’osservazione, replicata in varie ricerche, che i percorsi con esito migliore sono quelli in cui la persona riesce a stare a contatto con il proprio sentire implicito e a lasciarlo evolvere momento per momento. Nel 1978 pubblica il manuale divulgativo Focusing e in seguito Focusing-Oriented Psychotherapy, mentre sul piano filosofico firma Experiencing and the Creation of Meaning e A Process Model, testi che articolano una teoria del significato come processo incarnato. Fonda infine il Focusing Institute (oggi International Focusing Institute) per formare trainer e praticanti nel mondo.

Biografia e contesto storico

Eugene T. Gendlin (1926–2017) è stato un filosofo e psicoterapeuta che ha dato un nome a qualcosa che tutti sperimentiamo ma pochi sanno descrivere: il felt sense, un sentire corporeo globale e sfumato da cui possono nascere chiarimenti, decisioni e cambiamenti. Dal lavoro con Carl Rogers all’Università di Chicago ha tratto una clinica “esperienziale” e, insieme, una filosofia del pensare che parte dal corpo vivo. Il suo metodo, il Focusing, ha reso praticabile questa intuizione con passi semplici, trasferibili in psicoterapia, educazione e vita quotidiana.

Nato a Vienna da famiglia ebraica, Gendlin emigra bambino negli Stati Uniti per sfuggire al nazismo. Studia filosofia a Chicago, dove incontra Carl Rogers e il gruppo della terapia centrata sul cliente. Negli anni Sessanta e Settanta sviluppa l’idea che non conta solo ciò che il cliente racconta, ma come lo vive mentre lo dice. Da qui nascono gli studi sul livello di experiencing in seduta e l’osservazione che i percorsi più efficaci sono quelli in cui la persona riesce a restare in contatto con il proprio sentire implicito, lasciandolo evolvere momento per momento. Nel 1978 pubblica il manuale divulgativo Focusing e, in seguito, Focusing-Oriented Psychotherapy. Sul piano teorico firma Experiencing and the Creation of Meaning e A Process Model, testi che elaborano una filosofia del significato come processo incarnato. Fonda infine il Focusing Institute (oggi International Focusing Institute) per diffondere e formare praticanti nel mondo.

Contributi teorici e pratici

Il cuore del pensiero di Gendlin è il felt sense, un sentire corporeo globale che racchiude l’intera situazione vissuta, prima che diventi chiara in parole. Non è un’emozione isolata né un pensiero formulato, ma una percezione complessa e sottile che, se ascoltata con rispetto, tende a muoversi e a trasformarsi in un felt shift: un allentamento, un respiro, una nuova parola che “fa clic”. Gendlin chiama questo processo carrying forward, il portare avanti del significato quando il corpo trova l’espressione giusta. Non è introspezione generica, ma un dialogo fine tra corpo e linguaggio finché qualcosa si chiarisce in modo concreto.

Per rendere questo processo insegnabile, Gendlin elabora la sequenza dei “sei passi del Focusing”: creare spazio interno, invitare il felt sense, trovare una “maniglia” (una parola, un gesto o un’immagine che lo rappresenta), risuonare tra maniglia e sentire per verificarne l’aderenza, chiedere che cosa serve o blocca, e accogliere il cambiamento. La maniglia non spiega, ma orienta: permette al corpo di dire “sì, è proprio così” o “no, non ancora”, accompagnando l’esperienza verso formulazioni più aderenti.

In psicoterapia, questa postura diventa un insieme di micro-abilità: rallentare, notare dove nel corpo si sente, cercare parole che aderiscono all’esperienza, riconoscere i piccoli segni di spostamento (un sospiro, un rilascio, una nuova prospettiva). Il terapeuta non interpreta dall’esterno, ma accompagna l’emergere del senso, distinguendo tra pensiero riflessivo e contatto vivo col problema. Questa modalità è compatibile con diverse cornici – umanistica, psicodinamica, cognitivo-esperienziale – perché la bussola non è la teoria, ma il livello di experiencing.

Dalla collaborazione con il gruppo di Chicago nasce anche la scala dell’experiencing, che misura momento per momento la profondità del contatto esperienziale durante la seduta. Le ricerche mostrano che la capacità di mantenere questa attenzione corporea predice esiti positivi in terapie di diverso orientamento. È un contributo metodologico cruciale: spostare il focus dalla tecnica ai processi vivi del cambiamento.

Con Mary Hendricks-Gendlin, Gendlin sviluppa il percorso Thinking at the Edge (TAE), dedicato a trasformare un sapere implicito in concetti comunicabili. Il metodo invita a partire da un felt sense di ciò che si sa ma non è ancora espresso, a coniare parole provvisorie, a testarle su esempi e a costruire progressivamente un linguaggio proprio. È un ponte tra esperienza vissuta e produzione teorica, utile in ambiti accademici, clinici e creativi.

Sul piano filosofico, Gendlin propone una visione interaction first: prima dell’individuo e dell’ambiente separati c’è la loro interazione continua. Il corpo non è contenitore di rappresentazioni, ma parte di un campo dinamico che “sa” come portarsi avanti – bere, dire, fermarsi, cambiare. Il linguaggio non fotografa semplicemente l’esperienza, ma la modifica. Cercare parole che la facciano progredire diventa così un gesto etico oltre che cognitivo.

Infine, Gendlin inventa una forma sociale di apprendimento: la Focusing partnership. Persone comuni o professionisti si incontrano in coppie per turni di ascolto reciproco, senza gerarchie, praticando attenzione e rispetto per l’esperienza dell’altro. Questa rete ha reso il Focusing accessibile oltre lo studio privato, generando comunità internazionali di pratica.

Impatto e attualità

Il lessico di Gendlin attraversa molte psicoterapie contemporanee. La Emotion-Focused Therapy valorizza il tracciamento esperienziale e i marker di processo; gli approcci somatici e sensomotori lavorano su interocezione e micro-movimenti coerenti con l’idea di felt shift; modelli come l’Acceptance and Commitment Therapy e le terapie basate sulla compassione riprendono la distinzione tra commento mentale e contatto diretto con l’esperienza. Il lavoro di Ann Weiser Cornell e i protocolli di parts work proseguono la stessa postura di attenzione non giudicante e di accompagnamento interno.

Oltre la clinica, il Focusing trova spazio in educazione, organizzazioni e processi decisionali complessi. Aiuta a fermarsi, sentire l’insieme implicito di una situazione, trovare immagini o parole che aprano possibilità, e verificare nel corpo se la direzione “tiene”. È un antidoto alla fretta cognitiva e alla comunicazione automatica, un metodo per generare significati che abbiano consistenza esperienziale.

Sul piano della ricerca, la base empirica del Focusing come trattamento manualizzato è meno estesa rispetto ai protocolli dominanti, ma le evidenze sul ruolo dell’experiencing come fattore di processo sono solide e trasversali. Le applicazioni più evolute integrano il Focusing con cornici evidence-based, soprattutto in casi di trauma complesso o disturbi dissociativi, con attenzione alla sicurezza e al ritmo dell’esperienza.

Il contributo di Gendlin si sintetizza in un’etica del metodo: non decidere a priori cosa significhi qualcosa, ma accompagnare ciò che si sente finché trova la forma giusta e produce un cambiamento reale. È una disciplina della precisione vissuta, che richiede lentezza, rispetto e apertura.

Gendlin ha offerto alla psicologia una cerniera tra corpo, linguaggio e trasformazione. Ha mostrato che il pensare non nasce dall’astrazione, ma da un contatto accurato con ciò che il corpo-mente sta implicando nel presente. Nelle sedute, nei gruppi o nelle decisioni difficili, la sua bussola resta pratica: creare spazio, ascoltare, trovare le parole che portano avanti l’esperienza e permettono al mondo – interno ed esterno – di riorganizzarsi.

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