
Ann M. Jernberg è la psicologa statunitense che ha ideato Theraplay, un approccio di gioco diadico, attaccamento-informato e fortemente esperienziale pensato per rafforzare il legame genitore-bambino. Nato nel lavoro con i programmi Head Start a Chicago, Theraplay porta in seduta esperienze di struttura, coinvolgimento, cura e sfida — quattro dimensioni relazionali che regolano prossimità, fiducia e capacità esplorativa. È una clinica “in azione”, più che di interpretazione: si costruiscono micro-momenti di sintonizzazione e gioia condivisa per riparare pattern interattivi fragili.
Biografia e contesto storico
Formata tra psicologia dello sviluppo e interventi precoci, Jernberg inizia negli anni ’60 a progettare attività di gioco guidato per bambini in difficoltà relazionale e per famiglie a rischio. In quel contesto, l’osservazione che cambiamenti rapidi emergono quando i caregiver vengono coinvolti direttamente la porta a sistematizzare procedure e principi che diventeranno il cuore di Theraplay. Con la collaborazione di Phyllis Booth nasce un corpus di pratiche e un centro dedicato alla formazione (poi The Theraplay Institute, con sede a Chicago), da cui il modello si diffonderà in scuole, servizi sociali e cliniche pediatriche.
Contributi teorici e pratici
Formata tra psicologia dello sviluppo e interventi precoci, Ann M. Jernberg inizia negli anni Sessanta a progettare giochi guidati per bambini con difficoltà relazionali e famiglie a rischio. Osserva che i cambiamenti più rapidi avvengono quando i genitori partecipano attivamente, non come spettatori ma come partner del processo terapeutico. Da questa intuizione nasce la struttura di Theraplay, sviluppata insieme a Phyllis Booth e poi formalizzata nel Theraplay Institute di Chicago, oggi centro di riferimento internazionale per la formazione e la ricerca sul metodo.
Jernberg organizza l’intervento attorno a quattro dimensioni chiave: Struttura, che offre guida e sicurezza; Coinvolgimento, che favorisce attenzione reciproca e piacere condiviso; Cura, che utilizza tono, ritmo e gesti di accoglienza; Sfida, che propone compiti brevi e gestibili per rafforzare la fiducia. Le sedute, sempre diadiche, combinano giochi, rituali e momenti di contatto calibrato, con il terapeuta che modella e sostiene l’interazione.
A differenza del gioco libero interpretativo, Theraplay lavora sul “qui e ora” relazionale: la qualità dello scambio mentre accade. L’obiettivo è ricostruire i cicli di regolazione reciproca (avvicinamento, sintonizzazione, separazione, ritorno) spesso compromessi da trascuratezza, adozione o esperienze traumatiche.
Per la valutazione nasce il Marschak Interaction Method (MIM), osservazione videoregistrata di brevi compiti che evidenziano guida, cooperazione e riparazione. Le stesse dimensioni guidano la scelta delle attività in seduta e il lavoro domestico.
Il terapeuta agisce come “regista relazionale”: crea un contesto sicuro, modella i gesti di cura, sostiene il genitore nel notare i segnali del bambino e tradurre l’esperienza in routine quotidiane — accoglienza, pause di connessione, micro-sfide cooperative. Il modello trova applicazione in età prescolare e scolare, in percorsi di adozione o affido, nelle difficoltà di regolazione, nei disturbi d’ansia da separazione e, con adattamenti, nei disturbi dello spettro autistico e nel trauma evolutivo. La logica rimane costante: prima la relazione che regola, poi la competenza che cresce.
Impatto e attualità
Theraplay ha rappresentato un ponte stabile tra la teoria dell’attaccamento e la pratica dei servizi. Offre un linguaggio condiviso (struttura, cura, coinvolgimento, sfida), strumenti osservativi utili per il lavoro con le famiglie e un repertorio di giochi brevi facilmente integrabili nelle routine educative. Il suo carattere attivo, concreto e breve lo rende adatto ai contesti di alta domanda e risorse limitate — consultori, servizi territoriali, scuole.
Il modello dialoga con approcci contemporanei: con la teoria polivagale e i modelli sensomotori condivide l’attenzione al ritmo e alla regolazione corporea; con i programmi di parent training, la centralità del caregiver; con le terapie del trauma infantile, il principio “prima sicurezza e co-regolazione, poi narrazione”.
La letteratura è in espansione ma ancora più limitata rispetto ad altri protocolli: servono studi indipendenti e follow-up prolungati. Centrale la sensibilità culturale e il consenso sul contatto fisico, sempre facoltativo e sostituibile con equivalenti simbolici. Nei quadri di trauma complesso, il metodo si integra con protezione, psicoeducazione e altri interventi specifici.
Nonostante ciò il contributo di Ann M. Jernberg resta attuale: ha trasformato il gioco in una tecnologia relazionale, fatta di pochi ingredienti ben dosati, per offrire ai bambini esperienze ripetute di essere guidati, visti, accolti e incoraggiati. Una lezione di concretezza che continua a orientare scuole, cliniche e servizi nella direzione più semplice e più difficile: la qualità dell’incontro.


