Jerome Kagan è stato uno dei più influenti psicologi dello sviluppo del Novecento. Ha riportato al centro della disciplina una parola allora sospetta: temperamento. Con studi longitudinali e misure psicofisiologiche su migliaia di bambini, ha mostrato che esistono bias temperamentali precoci — per esempio una maggiore o minore reattività alla novità — che non determinano il destino, ma inclinano traiettorie di personalità, emozione e comportamento. La sua opera ha cambiato il modo di pensare ansia, timidezza, aggressività e le differenze individuali, opponendosi tanto al riduzionismo genetico quanto all’idea che l’educazione da sola possa rifare l’essere umano da capo.
Biografia e contesto storico
Nato negli Stati Uniti e formatosi nella stagione in cui la psicologia passava dalla riflessione filosofica alla ricerca sperimentale, Kagan lavora in istituti di ricerca sullo sviluppo e poi per decenni a Harvard, dove dirige programmi e laboratori dedicati alla crescita infantile. Il contesto è quello del dopoguerra: boom dei metodi longitudinali, nascita della psicobiologia dello sviluppo, confronto vivo fra modelli dell’apprendimento, psicoanalisi e prime neuroscienze. Kagan porta in questo cantiere una postura insieme empirica e scettica: misurare bene, seguire i bambini nel tempo, collegare comportamento, corpo e contesto, e diffidare delle spiegazioni “uniche”.
Contributi teorici e pratici
Il suo nome resta legato ai profili inibito e non inibito all’ignoto. Nei celebri studi a partire dal quarto mese di vita, alcuni lattanti reagivano alla novità (immagini, suoni, persone) con elevata attivazione — pianto, irrigidimento, aumento del battito; altri restavano basso-reattivi, curiosi e a proprio agio. Seguiti per anni, i primi mostravano una maggiore probabilità (non una certezza) di diventare bambini timidi, prudenti, vulnerabili all’ansia sociale; i secondi più disponibili all’esplorazione e al rischio. Kagan propose che differenze di reattività del sistema limbico — in particolare una maggiore eccitabilità dell’amigdala nei soggetti “alti reattivi” — fornissero la base biologica di questi bias, osservabili anche in marcatori come variabili cardiovascolari, asimmetrie EEG e indici ormonali.
Il punto cruciale, su cui Kagan insisterà fino alla fine, è che il temperamento vincola ma non decide. Un bambino alto-reattivo in un contesto paziente, prevedibile, che offre micro-esposizioni alla novità e opportunità di successo, può diventare un adolescente sicuro quanto un coetaneo basso-reattivo. Al contrario, pressioni e umiliazioni precoci irrigidiscono il profilo in direzione fobica. In altri termini: la biologia fornisce il “tono” emotivo di base; le relazioni, la cultura e le esperienze ne scrivono la melodia.
Kagan ha contribuito anche a una metodologia dello sviluppo: disegni longitudinali rigorosi, definizioni operative chiare, triangolazione di fonti (osservazioni, interviste, misure fisiologiche). Ha criticato le categorie diagnostiche applicate troppo presto ai bambini, ricordando che il comportamento infantile è situato e che i cambiamenti rapidi delle età precoci rendono imprudente fissare etichette stabili. Allo stesso modo, ha contestato l’idea che tratti complessi si riducano a un punteggio o a un fattore statistico (come nel Big Five), se questo porta a dimenticare storia e contesto.
Molti dei suoi libri — da The Nature of the Child a Galen’s Prophecy, da Three Seductive Ideas a An Argument for Mind — sono interventi pubblici oltre che scientifici. Difendono il valore esplicativo delle cause psicologiche (credenze, significati, aspettative) contro la tentazione di risolvere tutto in geni o circuiti; smontano “idee seducenti” come la pretesa di una felicità naturale di base misurabile con facilità, o l’illusione che i genitori siano onnipotenti sul destino dei figli; invitano a una psicologia capace di parlare di senso e non soltanto di meccanismi.
Le sue ricerche hanno avuto ricadute cliniche e educative. Sul piano clinico, hanno affinato il ragionamento sul rischio per i disturbi d’ansia: non screening per “diagnosi” in età prescolare, ma attenzione a indicatori di vulnerabilità (evitamento della novità, ipervigilanza, somatizzazioni) e a contesti che possono ammortizzare o amplificare la reattività. Sul piano educativo, hanno incoraggiato pratiche che rispettano i tempi dei bambini inibiti (anticipazioni, routine prevedibili, scelta graduale dei compiti sociali), evitando di scambiare cautela per scarsa motivazione o “maleducazione”.
Impatto e attualità
L’impatto di Jerome Kagan si colloca su due piani. Da un lato ha spostato la psicologia dello sviluppo verso un approccio integrato, in cui le differenze biologiche contano ma si esprimono dentro ambienti, relazioni e pratiche educative. Dall’altro ha contribuito a costruire un linguaggio anti-determinista: parlare di temperamento non significa fissare un destino, ma comprendere la base su cui genitori, educatori e clinici possono intervenire con consapevolezza.
Le ricerche successive — dalla developmental psychopathology alla differential susceptibility — riprendono la sua intuizione: alcuni bambini sono più sensibili al contesto, nel bene e nel male, e questa sensibilità può essere una forma di plasticità, non di fragilità. Anche l’uso congiunto di marcatori comportamentali, autonomici e corticali è oggi standard negli studi su ansia, timidezza e regolazione emotiva.
Le critiche hanno reso il modello più sfumato. La stabilità dei profili inibito e non inibito è relativa: molti bambini ad alta reattività diventano riflessivi e accurati, qualità preziose se riconosciute e sostenute. Le differenze culturali contano: ciò che in un contesto è timidezza, altrove può essere rispetto o prudenza. Anche le ipotesi biologiche iniziali, come il ruolo centrale dell’amigdala, sono state integrate da mappe più complesse delle reti della novità e della minaccia.
Kagan resta attuale perché aiuta a superare le semplificazioni. Lo sviluppo non è solo cervello o ambiente, ma la storia dell’incontro tra disposizioni e contesti. Invita genitori e insegnanti a vedere il bambino reale e a creare ambienti che ne favoriscano la crescita; invita i clinici a distinguere tra cautela e patologia, tra timidezza e disturbo d’ansia, promuovendo gradualità, esposizione dosata e coaching emotivo.


