Kurtz, Ron

Ron Kurtz  è il fondatore dell’Hakomi, una psicoterapia esperienziale e somatica basata sulla mindfulness. La sua idea semplice e profonda è che i modi in cui abitiamo corpo, attenzione e relazione rivelino credenze implicite (“organizzanti”) che guidano emozioni e comportamenti. In un clima di gentilezza e curiosità, il terapeuta aiuta il cliente a osservare questi schemi nel momento stesso in cui si manifestano e a fare piccole esperienze correttive che li rendono più flessibili.

Biografia e contesto storico

Statunitense, formatosi tra psicologia umanistica e pratiche contemplative, Kurtz matura il metodo tra anni Settanta e Ottanta in dialogo con Gestalt, terapia corporea, sistemica e tradizioni buddhiste/taoiste. L’epoca è quella in cui la clinica si sposta dall’interpretazione al fare esperienza: gruppi d’incontro, attenzione al corpo, nascente interesse per la mindfulness come abilità di regolazione. Intorno al suo lavoro nascerà l’Hakomi Institute, con reti formative internazionali. Un testo di riferimento è Body-Centered Psychotherapy: The Hakomi Method, che formalizza principi, postura del terapeuta e fasi del lavoro.

Contributi teorici e pratici

Il cuore dell’approccio è l’uso della mindfulness come stato clinico: non solo tecnica, ma modo di prestare attenzione all’esperienza presente con curiosità e senza giudizio. In questo stato, piccoli segnali somatici — un respiro trattenuto, un gesto appena accennato, il modo di sedersi o di usare la voce — diventano indizi di organizzazioni interiori profonde: convinzioni su , sugli altri e sul mondo (“devo arrangiarmi da solo”, “se chiedo, perdo valore”, “la vicinanza è pericolosa”). Il terapeuta traccia questi segnali con finezza (tracking) e propone micro-esperimenti per far emergere il significato implicito.

Gli esperimenti sono volutamente piccoli e reversibili. Un esempio classico è il taking over: se una spalla resta cronicamente sollevata come difesa, il terapeuta — previo consenso e in totale sicurezza — “prende su di sé” quella tensione sostenendola con la mano o con un cuscino. Liberato dall’onere, il corpo del cliente può notare che cosa accade: spesso compaiono immagini, ricordi, emozioni che svelano la funzione protettiva del gesto. Un altro esempio è l’esperienza mancante: se la struttura interna dice “nessuno mi verrà incontro”, il terapeuta crea condizioni per provare, con ritmi e confini adatti, l’esperienza correttiva di essere accolti o aiutati. Non è recita; è un incontro regolato in cui il sistema può apprendere una risposta nuova.

Kurtz parla di principi, più che di tecniche. La non-violenza guida il ritmo: nulla viene forzato; si segue ciò che emerge. L’organicità afferma che la persona è un sistema auto-organizzante: il terapeuta sostiene processi naturali di integrazione invece di imporre soluzioni. La unità invita a vedere corpo, emozione, cognizione e relazione come un tutt’uno. A questi, negli sviluppi successivi, si aggiunge la loving presence: una qualità di presenza calorosa e rispettosa che rende sicura l’esplorazione. Il lavoro procede in fasi riconoscibili: costruzione di alleanza e risorse, induzione di uno stato di mindfulness leggero, osservazione e evocazione delicata di materiale implicito, esperimenti correttivi e integrazione nella vita quotidiana.

Una parte importante del metodo riguarda le strategie di carattere: configurazioni ricorrenti con cui le persone organizzano protezione e contatto (per esempio iper-autonomia, compiacenza, controllo). Non servono per etichettare, ma per riconoscere pattern previsibili di postura, linguaggio, aspettative e offrire esperimenti mirati. L’obiettivo non è smontare difese “cattive”, ma restituire scelta dove prima c’era automatismo.

L’Hakomi è pensato come “studio assistito di sé”: i contenuti significativi non si cercano scavando nel passato, ma emergono nel presente, quando condizioni interne ed esterne sono sufficientemente sicure. Per questo il metodo evita la catarsi incontrollata; preferisce titolazioni precise (poco per volta), ancoraggi corporei e pause di integrazione. Nelle situazioni di trauma o attaccamento insicuro, si lavora su risorse e regolazione prima di esplorare esperienze più vulnerabili.

Impatto e attualità

Il lascito di Kurtz è duplice. Da un lato, ha offerto una forma praticabile di psicoterapia basata sulla mindfulness: non protocolli rigidi, ma un’arte guidata da principi, con mosse chiare e replicabili (tracking, contatto, esperimenti brevi, integrazione). Dall’altro, ha contribuito a far maturare il campo della psicoterapia somatica, influenzando approcci che oggi combinano corpo, attaccamento e trauma. Molti professionisti usano moduli hakomiani per lavorare su ansia, vergogna relazionale, pattern di iper-controllo o ritiro, difficoltà di confine.

Un elemento distintivo del modello è il dialogo profondo con il buddhismo contemplativo: Kurtz riprende la nozione di presenza testimone e di non-attaccamento come basi per un ascolto incarnato e compassionevole dell’esperienza. L’atteggiamento di curiosità e accettazione, mutuato dalle pratiche di consapevolezza, diventa nel contesto terapeutico un modo di “stare con” piuttosto che “correggere”, permettendo di integrare l’esperienza corporea senza giudizio. In questo senso, la psicoterapia hakomiana non adotta il buddhismo come dottrina, ma come etica dell’attenzione e del rispetto per i processi interni.

La forza del modello è la trasferibilità: può essere integrato in setting individuali, diadici e, con adattamenti, di gruppo; dialoga bene con CBT, EMDR e terapie focalizzate sulle emozioni, perché fornisce un ponte esperienziale tra cognizioni, corpo e relazione. In ambito educativo e organizzativo, i suoi principi — presenza, curiosità, non-violenza — hanno ispirato pratiche di comunicazione e coaching attento al corpo.

Le cautele riguardano l’evidenza e l’uso clinico. La base empirica, pur crescente, è più ricca di studi osservazionali, casi e ricerche qualitative che di trial controllati; l’efficacia dipende molto dalla sensibilità del terapeuta nel dosare intensità, tocco (sempre opzionale e su consenso) e tempi. Nei contesti di trauma complesso o dissociazione, il metodo si integra con protocolli di sicurezza, lavoro per fasi e supervisione attenta. Con queste condizioni, la promessa rimane quella originaria: rendere visibile — e trasformabile — l’organizzazione implicita dell’esperienza, affinché il corpo e la relazione possano tornare luoghi affidabili.

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