Quando parliamo di controllo, responsabilità e aspettative, parliamo — spesso senza saperlo — del lascito di Julian B. Rotter. Psicologo americano tra i più influenti del Novecento, Rotter ha dato un contributo decisivo alla comprensione del comportamento umano, introducendo concetti oggi entrati nel linguaggio comune della psicologia, primo fra tutti il locus of control. La sua opera, a cavallo tra il comportamentismo e l’approccio cognitivo, ha aperto la strada a una psicologia più attenta al modo in cui le persone interpretano la realtà e agiscono di conseguenza.
Biografia e contesto storico
Julian B. Rotter nacque nel 1916 a Brooklyn, New York. Dopo una laurea in psicologia presso il Brooklyn College, si specializzò all’Università dell’Iowa, dove entrò in contatto con i grandi nomi del comportamentismo, tra cui Kurt Lewin e Clark Hull. Tuttavia, Rotter non si accontentò del paradigma comportamentista dominante: il suo interesse per le dinamiche interne del comportamento umano lo portò a sviluppare una visione più articolata, che integrava l’apprendimento con aspetti cognitivi e motivazionali.
Durante la Seconda Guerra Mondiale lavorò come psicologo militare, esperienza che contribuì a rafforzare il suo interesse per l’efficacia e l’utilità sociale della psicologia. Dopo il conflitto, intraprese la carriera accademica all’Ohio State University, dove formò intere generazioni di psicologi e sviluppò le sue principali teorie. Fu presidente della divisione di psicologia clinica dell’APA e ricevette importanti riconoscimenti per il suo contributo scientifico e applicativo.
Contributi teorici e pratici
Il fulcro del pensiero di Rotter è la teoria dell’apprendimento sociale, un approccio che cerca di comprendere il comportamento come risultato dell’interazione tra bisogni individuali, aspettative e ambiente. A differenza dei comportamentisti classici, Rotter riteneva che non fosse sufficiente osservare stimoli e risposte: bisognava considerare come l’individuo interpreta ciò che accade e come prevede le conseguenze delle proprie azioni.
È in questo quadro teorico che si inserisce il celebre concetto di locus of control, che indica il grado in cui una persona percepisce gli eventi della propria vita come dipendenti da fattori interni (le proprie azioni, scelte, impegno) o esterni (caso, destino, potere altrui). Chi ha un locus interno tende a ritenere di poter influenzare attivamente il proprio destino; chi ha un locus esterno si percepisce invece come soggetto passivo di forze esterne.
Questo concetto, formulato per la prima volta negli anni ’50, si è rivelato cruciale in molteplici ambiti: dalla psicologia clinica (depressione, ansia, disturbi psicosomatici) alla psicologia educativa (motivazione allo studio, autoefficacia), fino alla psicologia del lavoro (leadership, gestione dello stress) e della salute (adesione ai trattamenti, prevenzione).
Un esempio concreto? In ambito scolastico, uno studente con locus of control interno attribuirà un brutto voto alla propria preparazione insufficiente e cercherà di migliorare. Uno studente con locus esterno lo attribuirà alla severità dell’insegnante o alla sfortuna, sentendosi impotente. Questo orientamento ha effetti profondi sulla motivazione, sull’autostima e sul comportamento futuro.
Rotter contribuì anche a una riflessione più ampia sul ruolo del terapeuta, proponendo un modello collaborativo, in cui il professionista aiuta la persona a modificare il proprio sistema di aspettative e a sentirsi maggiormente agente del proprio cambiamento. In questo senso, è considerato un precursore di approcci centrati sull’autoefficacia (Bandura), sulla resilienza e sull’empowerment psicologico.
Impatto e attualità
Il pensiero di Julian Rotter ha lasciato un segno profondo nella psicologia contemporanea, pur senza diventare “di moda”. Il concetto di locus of control è stato ripreso, ampliato, discusso e applicato in moltissimi contesti, e rimane uno strumento prezioso per comprendere come le persone si rapportano alla realtà e al cambiamento. La sua influenza è visibile nei modelli cognitivi-comportamentali, nei programmi di educazione alla salute, nelle tecniche di coaching e formazione, e perfino nelle riflessioni sul rapporto tra esseri umani e tecnologie intelligenti.
Oggi, in un mondo in cui la percezione di controllo è messa alla prova da crisi globali, intelligenze artificiali e cambiamenti rapidi, la domanda di fondo di Rotter – “quanto controllo senti di avere sulla tua vita?” – è più attuale che mai. Le sue teorie ci aiutano a esplorare le differenze tra fatalismo e responsabilità, tra passività e agency, offrendo chiavi di lettura utili sia nella clinica che nella vita quotidiana.
Julian B. Rotter è scomparso nel 2014, ma il suo pensiero continua a offrire strumenti teorici e pratici per una psicologia attenta all’esperienza soggettiva e alle possibilità di cambiamento. Il suo invito a guardare non solo a ciò che accade, ma a come lo interpretiamo, resta una lezione essenziale per chi si occupa di cura, educazione e relazione d’aiuto.


