
Come si costruisce il senso di sé nei primi anni di vita? Come fanno un neonato e un genitore a conoscersi prima ancora di potersi parlare? A queste domande ha dedicato la sua vita Daniel Stern, psichiatra infantile e teorico della relazione. Con uno sguardo capace di attraversare neuroscienze, psicoanalisi e osservazione diretta, Stern ha dato voce all’intersoggettività nascente, mostrando che la mente si forma nell’incontro.
Biografia e contesto storico
Daniel Stern nacque nel 1934 negli Stati Uniti. Si formò come psichiatra infantile e si specializzò nello studio dello sviluppo precoce, in particolare delle interazioni tra madre e bambino. A partire dagli anni Settanta, iniziò a combinare osservazioni cliniche e videoregistrazioni delle diadi genitore-bambino con un solido impianto teorico ispirato alla psicoanalisi, alla fenomenologia e alle scienze cognitive.
Il suo lavoro si colloca in un momento di svolta per la psicologia dello sviluppo: era il tempo in cui autori come Bowlby, Trevarthen e Beebe stavano mettendo in discussione il modello classico della mente isolata. Stern contribuì a questa rivoluzione concettuale con una metodologia rigorosa e una sensibilità clinica rara, diventando punto di riferimento per psicologi, terapeuti e genitori.
Contributi teorici e pratici
Il contributo più celebre di Daniel Stern è la teoria dei “sensi del sé”, articolata in cinque livelli: sé emergente, nucleare, soggettivo, verbale e narrativo. Questi livelli non sono fasi successive, ma modalità coesistenti con cui il bambino (e l’adulto) esperisce se stesso in relazione al mondo.
Il senso del sé emergente si sviluppa nei primissimi mesi di vita attraverso esperienze sensoriali e motorie. Il senso del sé nucleare si consolida con la percezione della continuità e della coerenza dell’esperienza. Il senso del sé soggettivo nasce quando il bambino inizia a riconoscere che l’altro ha una mente separata ma comunicabile. Il senso del sé verbale entra in gioco con il linguaggio, mentre il senso del sé narrativo permette di costruire una storia coerente di sé, anche attraverso la relazione terapeutica.
Stern ha anche introdotto l’idea che le micro-interazioni tra genitore e bambino — sguardi, ritmi, pause, gesti — siano fondamentali nella formazione del legame e del senso di sé. Questo ha portato allo sviluppo di strumenti clinici basati sull’infant observation e sull’uso del video nella supervisione e nella terapia.
Nei suoi scritti più maturi, come “Il momento presente in psicoterapia”, Stern ha portato l’attenzione sul tempo vissuto nella relazione terapeutica. Secondo lui, il cambiamento non avviene solo attraverso l’interpretazione o la narrazione, ma anche — e forse soprattutto — nei momenti condivisi di presenza affettiva, dove qualcosa si trasforma prima ancora di poter essere detto.
Impatto e attualità
Daniel Stern ha influenzato profondamente la psicoterapia contemporanea, in particolare i modelli relazionali e intersoggettivi. Il suo approccio ha trovato applicazione nella terapia con bambini, ma anche negli interventi con adulti e coppie, dove le dinamiche primarie vengono spesso riattivate nella relazione terapeutica.
Le sue idee sono state riprese e sviluppate da autori come Beatrice Beebe, Ed Tronick e Peter Fonagy, che hanno continuato a esplorare il ruolo della regolazione affettiva, della sintonizzazione e della comunicazione implicita nel processo di cura.
Oggi, in un’epoca in cui la salute mentale è spesso ridotta a diagnosi e protocolli, Stern ci ricorda che al centro del lavoro psicologico c’è la relazione viva. Capire come nasce un senso di sé coerente, come si trasmette la sicurezza affettiva e come si costruisce la fiducia reciproca resta una delle sfide più profonde della psicoterapia. La sua opera continua a ispirare chi crede che la cura non passi solo per le parole, ma anche per i gesti, i silenzi e i ritmi condivisi di un incontro autentico.


