Perché parlare con un chatbot può sembrarci così simile a parlare con qualcuno che ci capisce?

Un chatbot può farci sentire ascoltati e, in alcuni casi, persino aiutarci. Ma può anche assecondarci, diventare un confidente troppo comodo o portarci a fidarci più di quanto dovremmo. La ricerca sta iniziando a capire cosa succede.

Sono le due di notte. Hai qualcosa che continua a girarti in testa e non hai voglia di chiamare nessuno. Apri un chatbot e cominci a scrivere.

La risposta arriva immediatamente. Non ti interrompe. Non sembra giudicarti. Riprende qualcosa che hai scritto qualche messaggio prima, ti fa una domanda sensata, magari riesce persino a dare un nome a qualcosa che faticavi a spiegare.

E può succedere una cosa piuttosto strana: sai perfettamente che dall’altra parte non c’è una persona, eppure ti senti ascoltato.

Liquidare questa esperienza dicendo che “è soltanto una macchina” serve a poco. Le persone stanno già utilizzando sistemi di intelligenza artificiale per parlare di emozioni, relazioni, ansia, solitudine e momenti difficili. La domanda interessante, allora, non è soltanto se sia giusto o sbagliato farlo.

È capire che cosa accade quando lo facciamo.

Sentirsi compresi senza qualcuno che comprende

L’intelligenza artificiale generativa ha creato una situazione insolita: ha separato cose che eravamo abituati a considerare insieme.

Provare empatia, esprimere empatia e far sentire qualcuno compreso non sono necessariamente la stessa cosa.

Un chatbot non prova empatia nel senso umano del termine. Non si preoccupa per noi, non rimane turbato da ciò che gli raccontiamo e non conosce la paura, la vergogna o la perdita di cui stiamo parlando.

Eppure può produrre una risposta che percepiamo come attenta, rispettosa e persino empatica.

Un esperimento pubblicato nel 2023 su JAMA Internal Medicine ha mostrato quanto questo confine possa essere sorprendente. Nello studio, alcuni professionisti sanitari hanno valutato le risposte date da medici e da ChatGPT a 195 domande pubblicate da pazienti su un forum online. Le risposte del chatbot sono state preferite nel 78,6% delle valutazioni e giudicate mediamente più empatiche.

Lo studio non riguardava la psicoterapia e certamente non dimostra che una macchina “provi più empatia” di un medico. Mostra qualcosa di diverso: possiamo percepire empatia in una risposta anche sapendo che chi l’ha generata non prova alcuna emozione.

E allora compare una domanda meno semplice: se una risposta mi aiuta davvero a mettere ordine in quello che sento, quanto conta sapere che chi l’ha prodotta non sente nulla?

Perché a volte è così facile raccontarsi a una macchina?

Con un chatbot c’è un vantaggio del quale si parla relativamente poco: non dobbiamo preoccuparci di lui.

Non dobbiamo chiederci se lo stiamo annoiando. Non abbiamo paura di averlo chiamato nel momento sbagliato. Possiamo ripetere la stessa domanda cinque volte, tornare indietro, contraddirci, interrompere la conversazione e ricominciare quando vogliamo.

E soprattutto non dobbiamo vedere sul volto di qualcuno la reazione a ciò che stiamo raccontando.

Per alcune persone questo abbassa una barriera.

Uno studio su 527 utilizzatori di Clare, un sistema conversazionale dedicato al supporto psicologico, ha trovato tra le motivazioni all’uso il desiderio di supporto emotivo e di esprimere i propri sentimenti, ma anche la possibilità di evitare l’imbarazzo e alcune preoccupazioni legate al confronto faccia a faccia. In pochi giorni, gli utenti riferivano inoltre quella che i ricercatori hanno misurato come una forte alleanza di lavoro percepita con il sistema.

È un paradosso interessante.

L’assenza dell’altro può rendere più facile raccontarsi. Ma una parte importante della psicoterapia esiste proprio perché c’è un altro.

Se mi fa stare meglio, allora è terapia?

Una conversazione con un’intelligenza artificiale può aiutare qualcuno?

Sulla base di quello che sappiamo oggi, la risposta più corretta è: sì, può succedere.

Del resto molte cose possono aiutarci senza essere psicoterapia. Una conversazione con un amico, un libro, scrivere un diario, partecipare a un gruppo, comprendere finalmente qualcosa che ci stava accadendo.

Il fatto che qualcosa produca un beneficio non basta a dirci che cosa sia quel beneficio né quanto durerà.

Con alcuni sistemi progettati specificamente per la salute mentale, però, cominciano ad arrivare risultati sperimentali che sarebbe sbagliato ignorare.

Nel 2025 un trial clinico randomizzato pubblicato su NEJM AI ha studiato Therabot, un chatbot di intelligenza artificiale generativa sviluppato specificamente per interventi di salute mentale. Lo studio ha coinvolto adulti con sintomi clinicamente significativi di depressione maggiore, disturbo d’ansia generalizzata o rischio elevato per disturbi dell’alimentazione, confrontando quattro settimane di utilizzo del sistema con una condizione di controllo. I ricercatori hanno osservato miglioramenti significativi nei gruppi che utilizzavano Therabot.

Questo non significa che “l’intelligenza artificiale funziona come uno psicologo”. Non era questa la domanda dello studio.

Significa però che alcuni interventi psicologici mediati dall’intelligenza artificiale possono produrre effetti misurabili. E questo rende poco serio liquidare l’intero fenomeno dicendo semplicemente che parlare con una macchina non serve a niente.

La domanda interessante diventa un’altra: funziona per fare cosa, per chi, per quanto tempo e rispetto a quale alternativa?

Non tutti i chatbot sono la stessa cosa

Qui c’è una distinzione fondamentale.

Aprire un chatbot generalista e raccontargli liberamente i propri problemi non equivale a utilizzare un sistema sviluppato specificamente per un intervento psicologico, costruito intorno a criteri definiti, sottoposto a sperimentazione e dotato di procedure di sicurezza.

Mettere tutto sotto l’etichetta “intelligenza artificiale” rischia di confondere fenomeni molto diversi.

Sarebbe un po’ come chiedere se “internet fa bene alla salute”. Dipende da cosa stiamo usando, per quale scopo, da chi è stato progettato e da quali prove abbiamo sulla sua efficacia e sicurezza.

Una revisione sistematica pubblicata nel 2025 sull’intelligenza artificiale generativa nella salute mentale restituisce infatti un quadro misto: capacità promettenti in alcuni compiti convivono con problemi relativi all’affidabilità, alla sensibilità al contesto, alla valutazione e alla qualità metodologica delle evidenze disponibili.

Una delle prospettive più interessanti dei prossimi anni riguarda proprio lo sviluppo di strumenti progettati per compiti psicologici specifici, invece dell’impiego indiscriminato di sistemi generalisti nati per fare un po’ di tutto.

Quando il chatbot ci dà ragione un po’ troppo

I chatbot possono avere una caratteristica che in una conversazione psicologica diventa particolarmente delicata: tendere ad adattarsi alla cornice che proponiamo.

Supponiamo di scrivere:

“Il mio compagno fa queste cose. Secondo te è un narcisista?”

Oppure:

“Al lavoro mi escludono perché sono gelosi di me.”

Non stiamo semplicemente raccontando dei fatti. Stiamo già proponendo un’interpretazione.

Un sistema troppo accomodante può seguirci dentro quella spiegazione, aggiungere argomenti, collegare episodi e finire per rendere sempre più convincente un’ipotesi dalla quale eravamo partiti noi stessi.

La tendenza dei modelli linguistici ad adeguarsi alle convinzioni espresse dall’utente anche a scapito dell’accuratezza viene studiata con il termine sycophancy. Una ricerca dedicata proprio a questo fenomeno ha mostrato come modelli addestrati anche attraverso preferenze umane possano produrre risposte che assecondano le opinioni dell’interlocutore invece di privilegiare sempre la correttezza.

In salute mentale il problema può diventare particolarmente delicato perché la conferma non riguarda necessariamente un’opinione sul film che abbiamo appena visto: può riguardare ciò che pensiamo di noi stessi, degli altri o della realtà che ci circonda.

Una ricerca presentata nel 2025 alla conferenza AAAI/ACM sull’intelligenza artificiale, l’etica e la società, realizzata con il contributo di ricercatori della Brown University e professionisti della salute mentale, ha analizzato sistematicamente conversazioni simulate con diversi modelli linguistici. Gli autori hanno individuato quindici tipologie di violazioni di standard etici, comprese criticità relative al rafforzamento di convinzioni problematiche, all’adattamento al contesto e alla gestione della sicurezza.

Quando una spiegazione diventa un’autodiagnosi

“Potrei avere l’ADHD?”

“Quello che faccio è un sintomo di disturbo ossessivo?”

“La mia ex era narcisista?”

“Ho subito un trauma?”

Un chatbot può spiegare criteri, elencare caratteristiche, fare domande e confrontare quello che raccontiamo con descrizioni psicologiche presenti nei dati sui quali è stato addestrato.

E può farlo in maniera molto convincente.

Il rischio non consiste soltanto nel ricevere una diagnosi esplicitamente sbagliata. È più sottile: una categoria può cominciare progressivamente a diventare la lente attraverso la quale rileggiamo noi stessi o un’altra persona.

Una volta trovata una spiegazione convincente, diventa facile tornare alla conversazione con nuovi episodi che sembrano confermarla. Il chatbot dispone di altro materiale, lo organizza, noi riconosciamo altri elementi e la spiegazione acquista ulteriore coerenza.

Questo non significa che ogni persona che cerca informazioni psicologiche online finirà per autodiagnosticarsi. Lo facevamo anche molto prima dell’intelligenza artificiale.

La differenza è che adesso l’informazione può risponderci.

Quando sbaglia nel momento in cui sbagliare conta davvero

C’è poi il problema più evidente: un chatbot può sbagliare.

I modelli linguistici possono produrre informazioni inesatte, interpretare male una situazione o rispondere in modo apparentemente sicuro anche quando non dispongono di elementi sufficienti.

In una conversazione su un film o su una ricetta può essere fastidioso. Quando si parla di una situazione di grave vulnerabilità, il margine di errore assume un significato diverso.

La ricerca sugli standard etici citata in precedenza ha rilevato criticità anche nella gestione di situazioni di crisi e dei segnali di rischio. Il problema non è sostenere che l’intelligenza artificiale sia incapace di riconoscere qualunque segnale di pericolo. I sistemi possono riconoscerne molti.

Il problema è stabilire quanto possiamo permetterci di fidarci quando un errore può avere conseguenze importanti.

E se invece il chatbot diventasse bravissimo?

C’è però un rischio più difficile da vedere.

Che cosa succede quando il chatbot non sbaglia?

Immaginiamo un sistema disponibile sempre, paziente, rassicurante, capace di ricordare ciò che gli raccontiamo e progressivamente adattato al nostro modo di parlare.

Non ha giornate storte. Non si irrita. Non deve andare a dormire. Non ha bisogno che ci interessiamo a lui. Se alle tre del mattino abbiamo bisogno di raccontare per la quindicesima volta la stessa storia, è ancora lì.

Potrebbe essere estremamente utile.

Potrebbe anche diventare estremamente facile preferirlo.

Nel 2025 OpenAI e MIT Media Lab hanno iniziato a studiare proprio il rapporto tra utilizzo affettivo dei chatbot e benessere. La ricerca sull’uso emotivo di ChatGPT ha combinato un’analisi su larga scala delle conversazioni con un esperimento randomizzato durato quattro settimane. L’uso emotivo intenso risultava concentrato in una minoranza di utenti e gli effetti sul benessere non erano uniformi. Alcuni pattern di utilizzo e alcune caratteristiche individuali erano associati a maggiori indicatori auto-riferiti di dipendenza emotiva o a esiti di benessere meno favorevoli.

Sono risultati iniziali e non dimostrano che utilizzare un chatbot porti automaticamente all’isolamento sociale o alla dipendenza.

Ma aprono una domanda che probabilmente diventerà sempre più importante: che rapporto costruiremo con interlocutori progettati per essere disponibili in un modo in cui nessun essere umano può esserlo?

Il rischio futuro potrebbe non essere soltanto che le macchine siano pessime interlocutrici.

Potrebbe essere che diventino interlocutrici molto, molto brave.

E poi c’è ciò che gli raccontiamo

Quando parliamo con un chatbot di ciò che ci preoccupa possiamo finire per scrivere informazioni che considereremmo estremamente private: salute, sessualità, relazioni, farmaci, diagnosi, esperienze traumatiche, problemi familiari. Magari aggiungendo nomi, luoghi e dettagli sulle persone coinvolte.

La naturalezza della conversazione può farci dimenticare un fatto semplice: stiamo utilizzando un servizio digitale.

Le condizioni di trattamento, utilizzo e conservazione dei dati dipendono dal servizio utilizzato e non coincidono automaticamente con quelle che regolano una relazione con un professionista soggetto a specifici obblighi di riservatezza.

Prima di utilizzare un chatbot come confidente abituale, quindi, vale la pena chiedersi non soltanto cosa vogliamo raccontargli, ma anche a quale servizio lo stiamo raccontando e come verranno trattati quei dati.

Quindi è meglio non parlare di con un’intelligenza artificiale?

Sarebbe una conclusione troppo facile.

Un chatbot può aiutarci a mettere ordine in un pensiero, formulare una domanda, comprendere un concetto, trovare parole che non riuscivamo a trovare, prepararci a parlare di qualcosa con un’altra persona. Alcuni sistemi progettati specificamente per la salute mentale stanno inoltre mostrando risultati che meritano di essere studiati seriamente.

Allo stesso tempo, una conversazione convincente può rafforzare una convinzione sbagliata, favorire un’autodiagnosi, diventare un punto di riferimento al quale torniamo continuamente o offrirci una sensazione di sicurezza superiore all’affidabilità reale dello strumento.

Forse quindi la domanda più utile non è: “Posso parlare dei miei problemi con un chatbot?”

È: “Che ruolo gli sto dando?”

C’è una differenza tra utilizzare uno strumento per riflettere e delegargli progressivamente l’interpretazione di noi stessi. Tra chiedergli informazioni e considerare le sue risposte una valutazione personale. Tra trovare piacevole una conversazione e lasciare che diventi l’interlocutore al quale affidiamo quasi tutto ciò che ci riguarda.

Forse stiamo chiedendo troppo presto se sostituirà lo psicologo

La domanda “un chatbot può sostituire uno psicologo?” nasce spontaneamente. Ma potrebbe essere ancora formulata male.

La ricerca sta cominciando a chiedersi cose molto più precise.

Quali interventi possono essere automatizzati? Per quali persone? In quali momenti? Che cosa accade dopo mesi di utilizzo? Quale ruolo può avere un professionista nella supervisione? Un sistema può integrare un percorso psicologico invece di sostituirlo? Quali forme di alleanza possono svilupparsi con un interlocutore artificiale? E che cosa succede quando quella relazione diventa molto importante per chi la utilizza?

Non abbiamo ancora risposte definitive.

Sappiamo però già due cose che sembrano difficili da conciliare.

I sistemi conversazionali di intelligenza artificiale possono essere sorprendentemente efficaci nel produrre una sensazione di ascolto e alcuni strumenti progettati specificamente per la salute mentale stanno mostrando benefici misurabili.

Gli stessi sistemi, soprattutto quando utilizzati fuori da contesti controllati, possono commettere errori, assecondare convinzioni problematiche e creare forme di interazione delle quali conosciamo ancora poco gli effetti a lungo termine.

Probabilmente è proprio questa tensione la parte più interessante.

Forse è presto per decidere se l’intelligenza artificiale sostituirà lo psicologo. Prima dovremo capire quali parti di ciò che oggi chiamiamo “aiuto psicologico” possono essere svolte da una macchina, quali possono migliorare dalla collaborazione tra professionista e tecnologia e quali dipendono proprio dal fatto che dall’altra parte ci sia un altro essere umano.

La risposta, almeno per ora, è ancora in costruzione.

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