Supervisione clinica per psicologi neolaureati: come organizzarla nella pratica

Nei primi anni di attività la supervisione non arriva più automaticamente con la formazione. Come scegliere il supervisore, cosa portare agli incontri e come costruire uno spazio di confronto che accompagni davvero il lavoro clinico.

Durante il tirocinio e la formazione il confronto sul lavoro clinico fa, in forme diverse, parte del percorso. Ci sono tutor, docenti, supervisori, colleghi con cui discutere ciò che accade e appuntamenti che qualcun altro ha già contribuito a mettere in calendario. Quando si comincia a lavorare in autonomia, una delle differenze meno evidenti è che anche questo spazio diventa una propria responsabilità.

Ce ne si accorge spesso davanti a situazioni tutt’altro che eccezionali. Può succedere, ad esempio, che una seduta continui a tornare in mente, che un dubbio su una frase detta o non detta continui a tormentare, oppure che con un paziente ci scopriamo più rigidi del solito. Non è necessario trovarsi davanti a un caso ingestibile: a volte vorremmo semplicemente confrontare con qualcuno quello che abbiamo visto, pensato o fatto.

L’abilitazione ci consente di esercitare la professione, ma non rende superfluo il confronto professionale e, soprattutto, sembra scontato dirlo, non fa sparire magicamente ogni dubbio.

La supervisione serve solo quando siamo in difficoltà?

Probabilmente è questa l’immagine più immediata della supervisione: c’è un caso che non riusciamo a gestire come vorremmo, qualcosa non torna e cerchiamo un professionista con maggiore esperienza per discuterne. È certamente uno dei motivi per cui può essere utile chiedere un confronto, ma non è l’unico e forse neppure quello che permette di sfruttare meglio questo spazio.

Si può portare in supervisione una situazione sulla quale continuiamo a formulare ipotesi diverse, un intervento che non ha avuto l’effetto che immaginavamo oppure una nostra reazione che ci ha sorpresi. Può capitare di sentirsi particolarmente coinvolti con un paziente, di irritarsi più facilmente del solito, di avere la sensazione di procedere con troppa cautela o, al contrario, di voler arrivare troppo rapidamente da qualche parte. Sono tutte cose che accadono nel lavoro e che, proprio perché ci riguardano mentre lo stiamo facendo, non sempre sono semplici da osservare da soli.

Ci sono poi situazioni nelle quali apparentemente non c’è alcun problema. Il percorso procede, qualcosa sembra muoversi nella direzione attesa e proprio per questo può essere interessante fermarsi a capire che cosa stia funzionando. Tendiamo abbastanza naturalmente a interrogarci quando le cose vanno male; facciamo meno spesso lo stesso lavoro quando vanno bene, eppure anche capire perché un intervento ci sembra utile o perché una certa lettura del caso ci sta aiutando può dirci molto sul nostro modo di lavorare.

Il Codice Deontologico degli Psicologi Italiani richiama lo psicologo alla responsabilità di mantenere un livello adeguato di preparazione e aggiornamento professionale e di riconoscere i limiti delle proprie competenze. Non stabilisce, in termini generali, che ogni psicologo debba svolgere una supervisione con una determinata periodicità; il punto interessante, per chi comincia a lavorare, è piuttosto imparare a riconoscere quando il confronto con un collega più esperto può essere utile alla qualità del proprio lavoro.

Cosa si porta davvero in supervisione

All’inizio può esserci anche un dubbio molto pratico: cosa devo preparare? Bisogna ricostruire tutto il caso? Portare appunti dettagliati? Arrivare già con un’ipotesi precisa?

Dipende naturalmente dal tipo di supervisione e dal modo di lavorare concordato con il supervisore, ma non è necessario che ogni incontro cominci con una ricostruzione completa della storia del paziente. Spesso può essere più utile individuare il punto sul quale vogliamo fermarci: un passaggio della seduta che non abbiamo capito, una decisione sulla quale siamo rimasti incerti, un’ipotesi che vorremmo verificare o anche una sensazione difficile da mettere bene a fuoco.

Preparare il materiale serve soprattutto a non arrivare all’incontro con la generica impressione che “c’è qualcosa che non torna”. Se una seduta ci ha lasciato perplessi, può essere utile annotare quando è comparso quel dubbio, cosa stava accadendo in quel momento, cosa abbiamo pensato e come abbiamo risposto. Non per produrre una relazione perfetta da consegnare al supervisore, quanto per evitare che, a distanza di qualche settimana, resti soltanto una versione molto semplificata di ciò che ci aveva colpiti.

Con il tempo può diventare interessante osservare anche quali situazioni tendiamo a portare più spesso. Se i nostri dubbi riguardano sempre un certo tipo di paziente, una fase particolare del percorso o determinate reazioni che si ripresentano, anche questa ricorrenza può diventare materiale di riflessione.

Naturalmente, quando si utilizzano appunti relativi a casi clinici, entra in gioco anche il modo in cui quelle informazioni vengono conservate e condivise. La supervisione non sospende gli obblighi di riservatezza: i dati devono essere trattati con attenzione e, quando non è necessario identificare la persona, è opportuno evitare informazioni che permettano di riconoscerla.

Individuale, di gruppo e scelta del supervisore

La differenza tra supervisione individuale e di gruppo viene spesso riassunta in termini piuttosto pratici: nell’individuale abbiamo più tempo per il nostro caso, mentre il gruppo permette di dividere i costi. È vero, ma la differenza non si esaurisce lì.

Nella supervisione individuale è possibile fermarsi più a lungo sul proprio lavoro, tornare su passaggi molto specifici e approfondire anche il modo in cui il professionista sta vivendo ciò che accade nella relazione con il paziente. In gruppo il tempo dedicato al singolo caso sarà inevitabilmente diverso, ma entra in gioco qualcosa che può essere altrettanto interessante: la possibilità di ascoltare come altre persone leggono lo stesso materiale.

A volte basta sentire un collega fare una domanda che a noi non sarebbe venuta in mente per accorgerci che stavamo guardando il caso da una prospettiva molto precisa. Altre volte è utile assistere alla discussione di un caso che non ci riguarda direttamente e scoprire, qualche settimana dopo, che una parte di quel ragionamento ci torna in mente durante il nostro lavoro. Il gruppo, insomma, non è utile soltanto quando arriva il nostro turno di parlare.

Le due modalità possono anche convivere. In una fase può essere più utile un confronto individuale regolare, in un’altra può interessarci maggiormente un gruppo centrato su un determinato ambito, oppure possiamo utilizzare entrambe le possibilità per esigenze diverse.

Resta poi la questione di chi scegliere. Chiedere indicazioni a docenti, tutor, colleghi o professionisti di cui ci fidiamo è probabilmente uno dei modi più semplici per cominciare, ma l’esperienza del supervisore, da sola, non dice ancora tutto. È importante che conosca l’ambito nel quale lavoriamo e che il suo approccio alla supervisione sia compatibile con ciò che stiamo cercando.

Anche il clima che si crea ha un peso concreto. Se abbiamo commesso un errore, abbiamo un dubbio che ci sembra banale o ci accorgiamo di aver gestito male un passaggio, dovremmo poterlo raccontare senza utilizzare metà dell’incontro per dimostrare che, nonostante quello, siamo professionisti competenti. Questo non vuol dire cercare qualcuno che ci rassicuri o sia sempre d’accordo con noi; un supervisore deve poter mettere in discussione il nostro ragionamento, e qualche volta sarà proprio quello il motivo per cui l’incontro sarà stato utile. Ma perché il confronto funzioni bisogna poter portare anche le parti meno ordinate del proprio lavoro.

E tra una supervisione e l’altra?

La supervisione ha inevitabilmente una cadenza. Il lavoro, invece, continua. Se incontriamo il supervisore ogni due settimane o una volta al mese, nel frattempo vedremo pazienti, avremo dubbi, cambieremo idea su alcune cose e probabilmente ne dimenticheremo altre.

Prendere qualche appunto subito dopo una seduta che ci ha lasciato una domanda può essere molto più utile che tentare di ricostruire quella stessa domanda tre settimane dopo. Non occorre scrivere pagine: può bastare conservare il punto che vorremmo riprendere, l’ipotesi che ci è venuta in mente o il motivo per cui un certo passaggio ci ha colpiti. Anche questo, con il tempo, contribuisce a costruire un’abitudine a riflettere sul proprio lavoro senza aspettare necessariamente che ci sia qualcosa che non va.

Gli strumenti digitali possono trovare spazio proprio qui, purché naturalmente siano adeguati al trattamento delle informazioni che vengono loro affidate. Possono servire per organizzare appunti, mettere ordine tra diversi spunti o riprendere una riflessione quando è ancora fresca, e negli ultimi anni a questi strumenti si sono aggiunti anche quelli basati sull’intelligenza artificiale.

Su Psicologinrete, MIA Supervisor è stato pensato come supporto alla riflessione sul lavoro clinico. Può essere utilizzato per organizzare ciò che è emerso, sviluppare domande, confrontare ipotesi o preparare alcuni punti che potranno poi essere ripresi in supervisione. Qui però è importante non confondere due funzioni che possono sembrare vicine soltanto perché entrambe hanno a che fare con il ragionamento sul caso.

Un sistema di intelligenza artificiale può produrre una risposta molto convincente, ma questo non gli attribuisce la responsabilità professionale di quella risposta e neppure lo trasforma nel collega che conosce il nostro percorso, può discutere con noi nel tempo e assume consapevolmente il ruolo di supervisore. Per questo MIA non formula diagnosi, non eroga terapia e non è pensato per sostituire la supervisione umana.

Forse il modo più utile di usarlo sta proprio nel non chiedergli di diventare ciò che non è. Tra una supervisione e l’altra può esserci parecchio materiale che rischia di andare perduto o di rimanere poco elaborato; avere uno spazio nel quale riprenderlo, ordinarlo e trasformarlo in domande più precise può aiutare ad arrivare anche al confronto umano con le idee un po’ più chiare.

Cominciare a lavorare in autonomia significa assumersi direttamente molte responsabilità che durante la formazione erano, almeno in parte, inserite in una struttura già organizzata. Decidere come continuare a confrontarsi sul proprio lavoro è una di queste.

Con il tempo possono cambiare il supervisore, la frequenza degli incontri, la scelta tra gruppo e individuale e perfino il tipo di questioni che sentiamo il bisogno di discutere. Sarebbe strano, del resto, che le esigenze di un professionista restassero identiche dal primo anno di attività in poi.

L’autonomia professionale non richiede di avere sempre una risposta pronta né di risolvere ogni dubbio da soli. Richiede anche di imparare a riconoscere quali domande meritano un confronto e di costruirsi, nel tempo, gli spazi e le persone con cui poterlo fare.

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