In Italia il 49,9% delle persone anziane vive solo. Dietro questo dato ci sono anche i figli che fanno i salti mortali per tenere insieme affetti, lavoro, costi della cura e impatto dello stress. Il peso della cura dei familiari, in Italia, ricade soprattutto sulle donne, spesso in una fase della vita in cui sono ancora impegnate professionalmente.
Riconoscere i segnali d’allarme e adottare strategie di autocura è essenziale per evitare il burnout e garantire una qualità dell’assistenza duratura. Molti caregiver trascurano i propri bisogni, ignorando i campanelli d’allarme inviati dal corpo.
- Sintomi fisici: affaticamento costante, insonnia, variazioni di peso, frequenti mal di testa o dolori diffusi.
- Indicatori emotivi: irritabilità, senso di isolamento, perdita di interesse per le proprie passioni e preoccupazione costante.
- Segnali comportamentali: trascuratezza dell’igiene personale, abuso di sostanze o farmaci, rinvio dei propri appuntamenti medici, mancanza di tempo per l’attività fisica e per una dieta sana.
- Perdita di interesse: non provare più piacere nelle attività che un tempo erano gradite.
Ignorare questi segnali aumenta il rischio di sviluppare condizioni croniche gravi, tra cui malattie cardiache, diabete, ansia e depressione.
L’identità del caregiver e la modalità di sopravvivenza
L’identità del caregiver cambia lentamente, spesso senza che se ne accorga, modellata dal senso del dovere, dall’amore, dal dolore e dalla necessità di sopravvivere. Dentro di lui cresce, però, il desiderio di essere visto di nuovo come una persona completa, non soltanto come qualcuno che si prende cura degli altri.
Il caregiver vive spesso in modalità di sopravvivenza e, in mezzo a tutto questo, può capitare di sentirsi invisibile nella sua stessa vita. È presente, è indispensabile, eppure può avere la sensazione che nessuno veda davvero ciò che sta vivendo.
Assistere un familiare con una malattia cronica o incurabile non è soltanto faticoso e non è semplice stanchezza: è un danno psicologico profondo, un trauma cronico. Vedere svanire chi ami e gestire crisi improvvise ogni giorno può distruggere la mente; iperattivazione, ansia perenne, flashback e insonnia cronica possono esserne le conseguenze. Chi cura vive in una costante modalità di “sopravvivenza”. Un caregiver spesso sperimenta un vero e proprio Disturbo da Stress Post-Traumatico (PTSD).
La cura non dovrebbe arrivare ad avere un impatto tale da compromettere significativamente la vita di chi cura.
Come cambia il cervello del caregiver
Il cervello del caregiver cambia a causa dello stress cronico, che riduce le capacità di attenzione, altera la memoria e aumenta il rischio di esaurimento emotivo e ansia.
Tra gli effetti dello stress e del carico emotivo troviamo:
- Iperattivazione dell’amigdala: è l’area del cervello coinvolta nella gestione della paura e del pericolo e può rimanere costantemente attivata a causa dello stato di allerta continua.
- Riduzione del volume dell’ippocampo: lo stress protratto nel tempo può incidere sulla zona cerebrale coinvolta nella memoria e nell’orientamento.
- Affaticamento della corteccia prefrontale: possono ridursi le capacità di prendere decisioni rapide, pianificare e controllare le emozioni.
Il disagio emotivo del caregiver
Nella demenza, l’inversione dei ruoli può avere un forte impatto emotivo. Il genitore, che per anni è stato un punto di riferimento, può diventare progressivamente la persona di cui il figlio deve occuparsi.
- La perdita della cosiddetta “ancora”: il genitore è stato il punto di riferimento. Quando quel ruolo viene meno, il figlio può sentirsi improvvisamente orfano di quella protezione, anche se il genitore è ancora vivo.
- Il senso di colpa costante: per aver perso la pazienza, per non aver fatto abbastanza o per dover decidere al posto del genitore. Il peso delle decisioni è uno dei carichi invisibili del caregiver e può avere un impatto emotivo molto elevato.
Tra le decisioni più difficili possono esserci quelle legate alla sicurezza e all’autonomia: capire quando è il momento di togliere le chiavi dell’auto, impedire alla persona di cucinare da sola o di uscire senza accompagnamento. Limitare l’autonomia di un adulto può essere percepito come un sopruso, anche quando la scelta nasce dall’amore e dalla necessità di proteggerlo da pericoli reali.
Ci sono poi le scelte mediche e terapeutiche: dare il consenso a esami invasivi, valutare nuovi farmaci o affrontare decisioni dolorose sul fine vita e sull’accanimento terapeutico.
Anche le scelte economiche possono diventare molto pesanti: la gestione della pensione, il costo di una badante e, in alcuni casi, la decisione di affidare il proprio caro a una RSA possono essere vissute come un tradimento.
- L’imbarazzo e la violazione della dignità: lavare, vestire o imboccare il proprio genitore può provocare un profondo disagio emotivo.
- Rabbia e senso di ingiustizia: è normale provare rabbia per la situazione, per la perdita della propria libertà e per l’ingiustizia della malattia.
Il gruppo e le risorse del caregiver
Il caregiver deve poter trovare le proprie risorse, e una di queste può essere proprio il gruppo: un gruppo di aiuto nel quale creare una rete di supporto contro l’isolamento e il disagio.
Nei gruppi di aiuto è possibile esprimere la stanchezza, i contrasti con i parenti e perfino temi spesso considerati tabù, come la rabbia e l’insofferenza. La malattia del proprio caro può così essere affrontata attraverso un percorso di accettazione, evitando che l’esperienza diventi soltanto traumatizzazione.
Tra gli strumenti utilizzabili possono trovare spazio il training autogeno, le visualizzazioni guidate, le tecniche corporee e il lavoro di arteterapia a orientamento psicofisiologico integrato: strumenti di cura e sostegno perché, insieme, la paura può diventare più affrontabile.
Gli interventi
Tecniche corporee. Possono essere utilizzate per ridurre lo stress e l’ansia, gestire le emozioni e sviluppare una maggiore consapevolezza di sé, permettendo al caregiver di ritrovare e utilizzare le proprie risorse.
Arteterapia a orientamento psicofisiologico integrato. Nasce dall’idea di offrire uno spazio nel quale poter esprimere il proprio vissuto attraverso l’utilizzo di materiali artistici, come matite, pastelli e creta. L’elaborazione dei disegni può essere seguita dalla verbalizzazione, che permette alla persona di raccontare e raccontarsi l’esperienza. L’arteterapia viene quindi considerata uno strumento di relazione e di cura volto a promuovere la salute psicofisica del caregiver.
Arte-terapia e consapevolezza di sé
L’arte-terapia è una disciplina che include tra i suoi principali strumenti terapeutici la visualizzazione del mondo interno e le riflessioni che ne possono seguire. Il processo creativo messo in atto nel “fare arte” produce benessere e migliora la qualità della vita.
Attraverso l’esperienza artistica è possibile incrementare la consapevolezza di sé, fronteggiare situazioni di difficoltà e di stress, migliorare le abilità cognitive e godere del piacere che la creatività artistica porta con sé. In questo modo l’individuo può diventare attore del proprio processo trasformativo verso il benessere.
L’approccio di arteterapia a orientamento psicofisiologico integrato ha la funzione di promuovere il dialogo fra il “mentale” e il “corporeo”. Secondo questa prospettiva, la comunicazione tra le strutture sottocorticali e quelle corticali è fondamentale: deve esserci un costante dialogo tra le parti alte del sistema nervoso centrale, attraverso i processi top-down, cioè i meccanismi di controllo cognitivo dall’alto, e le strutture sottocorticali, attraverso i processi bottom-up, legati ai meccanismi percettivi.
Nello specchio dell’arte il cuore umano conosce se stesso.


