Tutti, almeno una volta nella vita, ci siamo imbattuti nella positività tossica. A volte l’abbiamo subita, a volte ne siamo stati i responsabili. Ma qual è il prezzo?
La positività tossica è quel fenomeno per cui si forza una lettura ottimistica della sofferenza, quasi fosse un dovere morale guardare la vita attraverso le lenti della positività.
Stai soffrendo? Sii grato, perché sarebbe potuto andare peggio. Sei triste? Sorridi, c’è chi soffre più di te. Sii felice per le cose che hai invece di focalizzarti su ciò che hai perso: c’è chi ha ancora meno di te.
Queste risposte, date spesso ingenuamente, sembrano un tentativo di donare sollievo all’altro, ma riflettono una motivazione ben diversa dall’altruismo: l’incapacità di stare con l’altro.
Che significa? Significa avere difficoltà a tollerare il dolore dell’altro e il proprio senso di impotenza di fronte ad esso. Si tratta di un meccanismo di difesa che ha l’obiettivo di mettere distanza tra sé e l’altro, perché ciò che fa paura è il rischio di doversi fare carico del dolore che ci viene condiviso.
La pressione a essere positivi
A livello sociale vi è una pressione a non lasciarsi trascinare dall’umana sofferenza, come se questo significasse essere fragili e manchevoli. Questo fenomeno viene amplificato anche dai contenuti che possiamo trovare sui social network, dove ciò che viene condiviso spesso non è la vita reale, ma una sua versione edulcorata con cui mettere costantemente a paragone la propria.
Una realtà apparentemente priva di difficoltà, contraddizioni e momenti spiacevoli.
Eppure è proprio la capacità di accettare la nostra complessità che ci consente di tollerare la presenza di emozioni opposte senza sentire il bisogno di negarle.
Non è reprimendo le emozioni che possiamo raggiungere una qualche forma di benessere. Pensiamo a un pallone che viene spinto con forza sott’acqua, soltanto per schizzare nuovamente in superficie non appena sfugge al nostro controllo. Allo stesso modo, le emozioni soppresse cercheranno di trovare un modo per venire a galla e spesso lo faranno in maniera prepotente.
Quando l’incoraggiamento invalida ciò che proviamo
Dire a qualcuno che vive un momento difficile “dai, non fare così”, “sii forte” oppure “tutto accade per una ragione” può sembrare incoraggiante, ma rischia di invalidare ciò che quella persona prova davvero.
Riconoscere, invece, la realtà delle cose, per quanto dolorosa, permette alle emozioni di essere nominate, riconosciute e validate.
La narrativa secondo cui solamente le emozioni positive sono meritevoli di essere sentite ed espresse è deleteria. Le emozioni, qualunque esse siano, ci raccontano la nostra posizione rispetto agli eventi.
La tristezza ci parla della perdita di qualcosa per noi importante, la rabbia di un confine che è stato valicato, il senso di colpa di un danno che abbiamo arrecato. Non sono risposte da correggere, sono informazioni da leggere.
Non esistono emozioni buone o cattive, ma la positività tossica tenta di farci credere il contrario: non si può soffrire perché qualcuno nel mondo sicuramente sta soffrendo di più, non si può essere tristi o frustrati se altri aspetti della propria vita invece funzionano.
Così finiamo con il provare un senso di colpa secondario. Ci si sente colpevoli di non essere felici, grati, ottimisti. Ci si isola. L’elaborazione delle emozioni, che giova delle relazioni, rallenta.
Fare spazio al dolore dell’altro
Risposte come “Hai ragione, quello che è accaduto è terribile”, “Mi dispiace che tu stia soffrendo, non so come aiutarti ma sono qui con te” oppure “Non sempre ciò che accade ha un senso, hai ragione, è difficile sentirsi impotenti” ci permettono di riconoscere la brutale natura delle cose e, nello stesso tempo, di fare spazio al dolore altrui senza sentire il bisogno di aggiustarlo, perché non è necessariamente questo ciò che ci viene richiesto.
Ricordiamoci che chi soffre non cerca sempre una soluzione. Cerca presenza, cerca la possibilità di non sentirsi da solo con ciò che prova.
Dare risposte, offrire soluzioni non richieste o utilizzare frasi fatte non sempre serve all’altro: a volte serve soprattutto a noi per sentirci meno a disagio.
Possiamo però imparare a stare con quel disagio, ricordandoci che chi si confida con noi non lo fa necessariamente perché crede che saremo in grado di risolvere le sue emozioni, ma anche semplicemente per non sentirsi solo nel portare un carico troppo pesante.
La vera forza non sta nell’essere sempre positivi, ma nel concedersi di essere autentici anche nel dolore.


