C’è un pensiero che arriva spesso prima del primo colloquio: e se non so cosa dire? Magari hai rimandato per settimane proprio per questo. Ti immagini seduto davanti a uno sconosciuto, con cinquanta minuti da riempire e nessuna idea di quale sia la frase giusta per cominciare.
Poi il colloquio arriva, passa, e le domande cambiano. Avrei dovuto dirgli quella cosa? Perché non ci sono riuscito? Mi ha capito davvero? Funzionerà? È la persona giusta per me?
Il primo incontro raramente consegna una risposta pulita a tutte queste domande. Può però darti abbastanza elementi per decidere se vuoi fare il passo successivo. E forse è questo il modo più sensato di guardarlo: non devi sapere già se hai trovato “lo psicologo giusto”, ma capire se c’è abbastanza per voler tornare.
Non sai cosa dire? Puoi cominciare proprio da lì
Non serve arrivare con la propria storia ordinata cronologicamente, né avere già capito quale sia “il vero problema”. Se fosse tutto così chiaro, probabilmente una parte del lavoro sarebbe già fatta.
Puoi iniziare con quello che sai: qualcosa che ultimamente ti pesa, un episodio che ti ha spinto a prendere appuntamento, una situazione che continua a ripetersi, oppure semplicemente con “non so bene da dove partire”. Non è una risposta sbagliata e non costringe il professionista a cavarti le parole di bocca: gli dà già un’informazione su come stai arrivando a quell’incontro.
Se vuoi prepararti un minimo, può aiutare pensare a cosa sta succedendo adesso, da quanto tempo, cosa hai già provato a fare e perché proprio in questo momento hai deciso di parlarne con qualcuno. Ma non è un compito da consegnare. E soprattutto non spetta a te stabilire in anticipo quali informazioni siano psicologicamente importanti e quali no.
Potresti anche non raccontare proprio la cosa che consideravi fondamentale. Magari nel momento in cui avresti potuto dirla ti sei vergognato, la conversazione è andata altrove oppure semplicemente non ti fidavi ancora abbastanza. Il primo colloquio non è l’unica occasione disponibile per dire tutto.
Cosa può succedere durante il primo colloquio
Non esiste un copione identico per tutti. Alcuni psicologi fanno molte domande, altri lasciano più spazio al racconto spontaneo; qualcuno prende parecchi appunti, qualcun altro quasi nessuno. In certi casi la fase iniziale occupa più incontri, perché il professionista ha bisogno di conoscere meglio la situazione prima di proporre un modo di lavorare.
Una parte del colloquio può inoltre sembrare sorprendentemente poco “psicologica”. Ci sono informazioni sulla prestazione, sul consenso informato, sulla riservatezza, sui costi, sulla gestione degli appuntamenti e sulle modalità con cui ci si potrà eventualmente contattare. Non è tempo sottratto alla terapia: sapere in quali condizioni si svolge il rapporto professionale serve anche a sapere a cosa stai accettando di partecipare.
Potrebbero poi arrivare domande che sembrano lontane dal problema per cui sei andato: famiglia, lavoro, sonno, relazioni, salute, periodi precedenti della tua vita. Non significa necessariamente che il professionista abbia perso il filo. Sta cercando di capire il contesto nel quale quello che racconti sta accadendo.
E potresti uscire senza una diagnosi, senza una spiegazione definitiva e soprattutto senza quel consiglio preciso che forse speravi di ricevere. Dopo un solo incontro, spesso, sarebbe più strano il contrario. Il primo colloquio può servire soprattutto a capire quali domande abbia senso cominciare a fare.
“Mi ha ascoltato” non basta
Quasi tutti i consigli sul primo colloquio finiscono qui: chiediti se ti sei sentito ascoltato, accolto e non giudicato.
Sono cose importanti. Ma uno psicologo dovrebbe saper ascoltare e creare uno spazio nel quale puoi parlare senza essere immediatamente giudicato: fa parte del suo mestiere. Per molte persone già questo produce un sollievo enorme, soprattutto quando nella vita quotidiana è raro avere un’ora in cui qualcuno presta davvero attenzione senza interrompere, raccontare la propria esperienza o dare subito consigli.
Quel sollievo è reale. Non dice ancora, però, se hai trovato il professionista con cui riuscirai a fare un buon lavoro.
Uno psicologo non serve soltanto a offrire un luogo nel quale sfogarsi. Deve cercare di capire quello che stai portando, distinguere elementi diversi, fare domande pertinenti, accorgersi quando qualcosa non torna e costruire progressivamente con te un modo sensato di lavorarci.
Per questo, dopo il primo incontro, può essere più utile chiedersi qualcosa di meno generico. Le domande che mi faceva sembravano nascere da quello che stavo raccontando oppure potevano andare bene per chiunque? Quando mi sembrava che avesse capito male, sentivo di poterlo correggere? Avevo l’impressione che stessimo cominciando a capire qualcosa insieme oppure avevo semplicemente parlato per un’ora?
Anche simpatia e gradevolezza possono confondere un po’ le carte. Può capitare che il professionista ci risulti immediatamente rassicurante, brillante, simpatico o anche fisicamente attraente. Sono impressioni umane. Ma stare volentieri con qualcuno e aver trovato il professionista adatto non sono necessariamente la stessa cosa.
La prima impressione conta, ma non è un verdetto
Non è necessario scegliere tra due estremi: fidarsi ciecamente della prima sensazione oppure ignorarla perché “alla terapia bisogna dare almeno tre o quattro sedute”.
La ricerca mostra da tempo che la qualità dell’alleanza terapeutica è associata alla prosecuzione del trattamento. Una meta-analisi su 11 studi e oltre 1.300 persone ha trovato che alleanze più deboli erano associate a una maggiore probabilità di interrompere prematuramente la psicoterapia.
Una ricerca più recente pubblicata su Psychotherapy Research, condotta su 6.051 persone con problemi di ansia o depressione, ha osservato inoltre che l’esperienza della valutazione iniziale e le aspettative che ne derivavano erano associate alla decisione di iniziare effettivamente il trattamento. Gli autori hanno rilevato anche differenze tra terapeuti nella probabilità che i pazienti proseguissero o interrompessero successivamente il percorso.
Questo non significa che la sensazione avuta nei primi cinquanta minuti possa predire il futuro della terapia. Significa però che ciò che accade all’inizio non è irrilevante e non deve essere automaticamente archiviato come “prima impressione sbagliata”.
Anche il disagio va interpretato con un po’ di cautela. Parlare per la prima volta di qualcosa di doloroso può essere faticoso anche con un professionista molto adatto. Allo stesso tempo, sentirsi costantemente giudicati, fraintesi o impossibilitati a correggere l’altro riguarda più direttamente la relazione. Dopo un solo incontro non è sempre facile capire quale delle due cose stia succedendo.
Prima di uscire dovresti sapere un po’ meglio cosa succederà dopo
Non significa che il professionista debba presentarti un piano terapeutico completo dopo cinquanta minuti. Però una certa chiarezza su come potrebbe proseguire il lavoro è importante.
La ricerca sulla cosiddetta role induction — cioè il modo in cui nelle fasi iniziali vengono spiegati funzionamento della terapia, aspettative e ruoli reciproci — suggerisce che preparare meglio le persone a ciò che succederà può ridurre le interruzioni premature. Una meta-analisi del 2023 su 17 studi ha trovato un effetto favorevole sia sul dropout sia su alcuni esiti del trattamento.
Nella pratica significa qualcosa di abbastanza semplice: alla fine del primo colloquio dovresti iniziare ad avere un’idea di cosa propone il professionista. Potrebbe dirti che servono ancora uno o due incontri per comprendere meglio la situazione, oppure proporti di cominciare un percorso con una certa frequenza. Non deve sapere già tutto; dovrebbe però riuscire a spiegarti almeno cosa pensa abbia senso fare adesso.
E se non hai capito, puoi chiedere. “Quindi cosa succede la prossima volta?”, “Quanto dura questa fase iniziale?”, “Che tipo di lavoro pensi possa essere utile?”. Non sono domande indiscrete né un esame al terapeuta.
Le cose che ti vengono in mente quando sei già uscito
Poi torni a casa e può cominciare il replay.
Quella cosa l’ho spiegata malissimo. Questo non gliel’ho proprio detto. Perché quando mi ha chiesto di mio padre ho cambiato discorso? Avrà pensato che stessi esagerando?
A volte proprio dopo il colloquio emergono collegamenti o ricordi che durante l’incontro non erano disponibili. Non significa che hai “usato male” la seduta. Al primo incontro racconti quello che riesci a raccontare in quel momento, nelle condizioni che si sono create con una persona che hai appena conosciuto.
Puoi portare quelle cose la volta successiva. Anzi, una seconda seduta potrebbe iniziare proprio così: “Quando sono uscito mi sono accorto che non ti avevo detto una cosa importante”.
Puoi fare lo stesso con ciò che ti ha dato fastidio. Se una domanda ti è sembrata fuori luogo, una frase ti ha irritato o hai avuto l’impressione che il professionista avesse frainteso qualcosa, dirglielo può essere molto più informativo che passare tre giorni a chiederti se quella sensazione fosse “giusta”. Anche come reagisce quando lo correggi o gli dici che qualcosa non ti è piaciuto fa parte della relazione che state costruendo.
La domanda, alla fine, può essere molto semplice: ci tornerei?
Non: “Sono sicuro che questa persona saprà risolvere il mio problema?”. Non puoi saperlo dopo un’ora.
E neppure: “Mi è piaciuto?”. Potresti aver parlato di qualcosa di doloroso e non esserti sentito particolarmente bene.
Una domanda forse più utile è: c’è abbastanza qui perché io voglia tornare un’altra volta?
Magari hai ancora dubbi ma senti che potresti dire quella cosa rimasta fuori. Oppure vuoi capire meglio perché una certa domanda ti ha disturbato. Forse non hai ancora capito dove state andando, ma ti è sembrato possibile chiederlo.
Sono tutti motivi ragionevoli per fare un secondo incontro.
Le preferenze della persona, peraltro, non sono irrilevanti nel percorso terapeutico. Una revisione sistematica e meta-analisi su 29 studi e 5.294 partecipanti ha trovato che ricevere un trattamento coerente con le proprie preferenze era associato a una minore probabilità di dropout e a un’alleanza terapeutica più forte, pur senza mostrare differenze significative su tutti gli esiti clinici.
Se invece esci con una sensazione molto netta di non poter parlare liberamente con quella persona, di essere stato sminuito, giudicato o incasellato troppo rapidamente, non esiste una regola che ti obblighi ad aspettare una quarta seduta per prendere sul serio quella sensazione.
Puoi anche non essere certo. Puoi fare un secondo incontro e vedere cosa succede. Oppure puoi incontrare un altro professionista prima di decidere.
Un primo colloquio non crea un debito.
Il primo incontro con uno psicologo raramente risolve il dubbio “è quello giusto?” una volta per tutte. Più realisticamente, ti permette di raccogliere qualche elemento in più: come ti senti quando provi a raccontarti a quella persona, se riesci a correggerla, se le sue domande ti sembrano pertinenti, se cominci a capire come potrebbe svolgersi il lavoro e, soprattutto, se senti che potresti tornare portando anche quello che la prima volta non sei riuscito a dire.
Se la risposta è ancora “non lo so”, può essere una risposta sufficiente dopo un solo colloquio. Puoi chiarire i dubbi in un secondo incontro oppure conoscere un altro professionista prima di scegliere. Su Psicologinrete puoi consultare i profili nella directory degli psicologi, confrontando aree di lavoro e modalità professionali prima di prendere contatto.


