Depersonalizzazione – Derealizzazione

Definizione iniziale

Il disturbo da depersonalizzazione/derealizzazione è una condizione dissociativa caratterizzata da esperienze persistenti o ricorrenti di distacco da o dal mondo. Nella depersonalizzazione la persona percepisce pensieri, emozioni e sensazioni corporee come estranei o osservati dall’esterno; nella derealizzazione l’ambiente appare irreale, artificiale o privo di consistenza. Le esperienze transitorie sono comuni sotto stress, ma diventano clinicamente rilevanti quando risultano persistenti, angoscianti o interferiscono con il funzionamento quotidiano.

Descrizione approfondita

La depersonalizzazione e la derealizzazione rientrano nei fenomeni dissociativi, ovvero alterazioni dell’integrazione tra coscienza, identità, memoria e percezione. Nella depersonalizzazione il senso di continuità del sé si incrina: i movimenti possono essere vissuti come automatici, le emozioni attenuate o distanti, il corpo percepito come modificato o non autentico. Nella derealizzazione è la realtà circostante a perdere vividezza e familiarità: luoghi e volti risultano strani, i suoni appaiono ovattati, i colori smorzati. Un elemento distintivo è la conservazione della consapevolezza critica: chi sperimenta questi vissuti sa che la distorsione è soggettiva, mantiene il contatto con la realtà e proprio questa lucidità può amplificare l’angoscia.

Manifestazioni pratiche

Nella quotidianità i sintomi possono comparire in modo episodico o protratto. La persona con depersonalizzazione descrive spesso un agire meccanico, una distanza dalle proprie emozioni e una difficoltà a riconoscersi nei gesti e nelle sensazioni corporee. Chi vive derealizzazione riferisce una perdita di familiarità con ambienti e persone, come se la realtà fosse mediata da un vetro che attenua intensità e calore. Alla sintomatologia principale si associano frequentemente ansia, timore di perdere il controllo mentale, difficoltà di concentrazione e alterazioni della memoria di lavoro, con un impatto considerevole su studio, lavoro e relazioni.

Fattori di rischio e cause

L’eziologia è multifattoriale. Esperienze traumatiche, soprattutto in età precoce, e stress prolungato aumentano la vulnerabilità dissociativa. Condizioni psichiatriche concomitanti, come ansia, depressione e disturbo post-traumatico da stress, sono frequenti e possono contribuire all’esordio o al mantenimento dei sintomi. L’uso di sostanze psicoattive, in particolare cannabis, allucinogeni e composti dissociativi, può indurre stati transitori o, in alcuni casi, più persistenti. Sul piano neurobiologico, studi di neuroimaging suggeriscono alterazioni della connettività tra aree prefrontali coinvolte nel controllo cognitivo e strutture limbiche deputate alla regolazione emotiva, con conseguente attenuazione dell’intensità affettiva e aumento del senso di distacco.

Diagnosi e criteri clinici

La diagnosi richiede la presenza di esperienze persistenti o ricorrenti di depersonalizzazione, derealizzazione o entrambe, accompagnate da consapevolezza della loro natura soggettiva e da disagio clinicamente significativo o compromissione del funzionamento. I sintomi non devono essere meglio spiegati da condizioni neurologiche, disturbi psicotici o effetti di sostanze. La valutazione clinica include il colloquio approfondito, l’anamnesi e, quando utile, strumenti psicometrici. È essenziale distinguere le esperienze dissociative transitorie, comuni sotto stress, dai quadri clinici persistenti, nonché differenziare il disturbo da fenomeni psicotici, crisi epilettiche o altre condizioni mediche che possono simulare alterazioni della percezione.

Impatto personale e sociale

Il disturbo può minare in profondità l’identità e la fiducia nelle proprie percezioni, generando sofferenza, incertezza e perdita di continuità del sé. La difficoltà di comunicare l’esperienza a chi non l’ha mai provata produce spesso incomprensioni, conflitti e ritiro sociale. In ambito lavorativo e scolastico, la riduzione della concentrazione e della memoria a breve termine compromette efficienza e motivazione. Lo stigma e il timore di non essere compresi ostacolano la richiesta di aiuto, con un rischio concreto di cronicizzazione del disagio.

Trattamento

La cura prevede un approccio integrato e personalizzato. La psicoterapia offre uno spazio per comprendere le esperienze dissociative, riconoscere i fattori scatenanti e sviluppare strategie per ridurre il senso di distacco e l’ansia correlata. Interventi psicoeducativi, rivolti alla persona e ai familiari, favoriscono consapevolezza e sostegno, riducendo stigma e fraintendimenti. In presenza di comorbilità significative, può essere considerato un supporto farmacologico sotto guida specialistica. Pratiche di regolazione emotiva e gestione dello stress, incluse tecniche di grounding orientate al presente, possono integrare utilmente il percorso. La personalizzazione resta centrale: non esiste una soluzione unica, e gli interventi vanno calibrati su storia clinica, gravità dei sintomi e risorse individuali.

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