Janov, Arthur

Arthur Janovè lo psicologo statunitense noto per aver ideato la primal therapy, resa celebre dal libro The Primal Scream (1970) e dall’eco mediatica che ebbe tra artisti e celebrità. La sua tesi, radicale per l’epoca, sostiene che molte nevrosi derivino da dolori precoci non espressi — traumi perinatali e della primissima infanzia — che rimangono “impressi” nel sistema nervoso e continuano a condizionare emozioni e comportamenti in età adulta. La cura consisterebbe nel riaccedere a quelle memorie implicite fino a “scaricarne” l’energia emotiva attraverso un’esperienza regressiva intensa, spesso associata al famoso grido primale. Figura carismatica e controversa, Janov ha alimentato un dibattito che tocca tuttora i confini fra catarsi emotiva, memoria del trauma e prove scientifiche in psicoterapia.

Biografia e contesto storico

Nato a Los Angeles, Janov inizia a lavorare come psicoterapeuta negli anni Sessanta, in piena stagione umanistica ed esperienziale della psicologia americana (Gestalt, approcci corporei, gruppi d’incontro). Nel 1967 riferisce un episodio clinico che interpreta come “rivelazione”: il paziente, invitato a contattare una sofferenza profonda, emette un urlo che Janov leggerà come “grido primale”. Da qui prende forma un protocollo originale e, pochi anni dopo, la fondazione di un istituto dedicato alla primal therapy. Il libro The Primal Scream intercetta l’immaginario del tempo: promessa di autenticità, liberazione dal condizionamento familiare, centralità del corpo. La notorietà cresce anche per il coinvolgimento (iniziale e non privo di ripensamenti) di figure della cultura pop, che porta il modello sulle pagine dei giornali oltre che nelle cliniche.

Contributi teorici e pratici

Il nucleo della teoria. Janov ipotizza che esista una stratificazione della coscienza: piani più arcaici (cervello “primitivo” e limbico) immagazzinerebbero imprinting dolorosi preverbali; la corteccia, più tardiva, costruirebbe difese (razionalizzazioni, controllo) per non sentirli. Quando gli imprinting sono intensi o ripetuti — parto traumatico, separazioni precoci, accudimenti carenti — l’adulto vivrebbe un dolore basilare costante che alimenta ansia, depressione, somatizzazioni e condotte compensatorie. La cura, allora, non consisterebbe nell’analizzare simboli o nel ristrutturare cognizioni, ma nel rivivere quel dolore in condizioni controllate, lasciandolo attraversare fino a un rilascio (il “primal”).

Nei setting storici di Janov, la terapia prevedeva fasi di preparazione e periodi intensivi con sedute frequenti, lavoro corporeo e induzione di stati regressivi. Il terapeuta incoraggiava il paziente a lasciarsi guidare da sensazioni, immagini e impulsi vocali e posturali, sostenendo l’emersione di ricordi impliciti della prima infanzia. Il grido non era la tecnica in , ma il segno che il contatto con il dolore primario stava avvenendo. L’obiettivo dichiarato: ridurre la pressione interna che alimenta difese e sintomi, restituendo alla persona un senso di integrazione.

Il lessico. Parole come imprinting, primal pain, acting out difensivo entrano nel dibattito clinico. In positivo, Janov contribuisce a mantenere vivo il tema — oggi centrale — che molto del nostro malessere nasce in relazioni e fasi evolutive precoci; e che il corpo non è un accessorio della mente. Il suo accento catartico, tuttavia, polarizza il campo.

Impatto e attualità

Negli anni Settanta la primal therapy incarna una sensibilità anti-ritualistica: autenticità, espressione, rottura dei ruoli. Influenzando musica, cinema e movimenti giovanili, rende pop un’idea antica (la catarsi guarisce) con un marchio riconoscibile. Nella storia delle psicoterapie, Janov rappresenta l’estremo catartico di una costellazione che comprende Reich, Lowen, Perls e i gruppi di incontro.

Alcune intuizioni — la rilevanza dei legami precoci, il ruolo del corpo, l’importanza di emozioni primarie non simbolizzate — hanno trovato vie più caute e supportate: terapie del trauma basate sull’esposizione graduata, EMDR, interventi sensomotori e “trauma-informed” che lavorano sull’integrazione senza forzare regressioni profonde. Anche approcci focalizzati sulle emozioni (EFT) valorizzano esperienza e trasformazione affettiva, ma entro cornici di regolazione e titration che riducono il rischio di sopraffazione.

La primal therapy è stata ampiamente contestata per povertà di evidenze controllate, postulati neurobiologici semplificati e rischi legati a regressioni intense (suggeribilità, ricordi non affidabili, riattivazione traumatica). L’idea di “scaricare” definitivamente emozioni immagazzinate non ha trovato conferme robuste; la ricerca sul trauma sottolinea piuttosto la necessità di integrare memoria implicita e narrativa entro alleanze sicure, lente e verificabili. In diversi paesi ordini professionali e linee guida hanno scoraggiato l’uso di pratiche catartiche come trattamento di elezione.  Al netto delle iperboli, la spinta a non mentalizzare tutto e a ascoltare il corpo ha favorito lo sviluppo di cliniche che coniugano esperienza vissuta e sicurezza relazionale. L’avvertimento più prezioso, però, viene proprio dai limiti della primal: il lavoro con emozioni precoci richiede cornici solide (consenso informato, cura del ritmo, piani di stabilizzazione, supervisione), valutazioni del rischio e integrazione con evidenze empiriche.

 

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