Berg, Insoo Kim

Insoo Kim Berg è considerata una delle figure centrali della terapia centrata sulle soluzioni. Assistente sociale di formazione e co-fondatrice, insieme a Steve de Shazer, del Brief Family Therapy Center di Milwaukee, ha contribuito a formalizzare un approccio orientato al cambiamento concreto e alla valorizzazione delle risorse del cliente. Il modello si fonda sullo spostamento dell’attenzione dalle cause del problema agli obiettivi desiderati, alle eccezioni e ai segnali di progresso già presenti nella vita quotidiana.
La pratica di Berg ha ridefinito l’idea di intervento breve, concependo la “brevità” non come riduzione del tempo terapeutico ma come focalizzazione intenzionale sulle soluzioni possibili. Le sue applicazioni nei contesti scolastici, familiari, sociali e giudiziari hanno mostrato come piccoli cambiamenti osservabili possano produrre effetti sistemici significativi, consolidando la terapia centrata sulle soluzioni come uno dei principali modelli di intervento breve contemporanei.

Biografia e contesto storico

Nata a Seul, si trasferisce negli Stati Uniti dove completa la formazione in servizio sociale clinico e inizia a lavorare con famiglie, minori e contesti di tutela. A Milwaukee, alla fine degli anni Settanta, fonda con Steve de Shazer il Brief Family Therapy Center (BFTC), un luogo in cui la clinica diventa laboratorio: équipe dietro lo specchio unidirezionale, sedute videoregistrate, linguaggio osservato al microscopio. Sullo sfondo, l’eredità del gruppo di Palo Alto, la pragmatica della comunicazione, l’influenza “utilizzativa” di Milton H. Erickson e un gusto wittgensteiniano per i giochi linguistici.

Berg porta il metodo oltre lo studio privato: forma operatori in servizi pubblici, lavora con famiglie in condizione di povertà, con utenti “inviati per obbligo”, con scuole e programmi di affido. Viaggia e insegna in tutto il mondo, contribuendo a creare una comunità internazionale di pratica. Muore nel 2007, poco dopo la pubblicazione di testi che sintetizzano la maturità dell’approccio, lasciando un’eredità fatta di casi, micro-tecniche e soprattutto di postura conversazionale.

Contributi teorici e pratici

Il cuore della proposta è la Solution-Focused Brief Therapy (SFBT): una clinica conversazionale che mette al centro ciò che le persone vogliono che accada, ciò che già funziona e le eccezioni in cui il problema perde forza. Non è ottimismo ingenuo, è selezione: evitare di amplificare il problema con domande che lo nutrono e invece esplorare possibilità praticabili.

La postura è collaborativa e “di non-sapere”: il cliente è esperto della propria vita; il terapeuta guida il dialogo con domande precise che aiutano a definire obiettivi osservabili e a riconoscere risorse. Il lessico è operativo: formulare mete in termini positivi e presenti (“che cosa sarà diverso quando le cose andranno un po’ meglio?”), descrivere segnali minimi di progresso, costruire compiti tra le sedute che aumentino la frequenza di ciò che aiuta.

Tre strumenti sono diventati iconici. La miracle question invita a immaginare che, durante la notte, un miracolo risolva il problema: “come te ne accorgerai domattina? che cosa farai per prima cosa?” La risposta costringe a dettagliare comportamenti e interazioni, trasformando desideri vaghi in indicatori di percorso. Le scaling questions chiedono di collocarsi su una scala (0–10) rispetto a obiettivo, speranza, motivazione: un grado in più non è trionfo, è istruzione su che cosa provare. Le exception questions cercano spiragli: “quando è successo anche solo un po’ meglio? chi ha fatto cosa? che cosa potremmo ripetere di quel contesto?”

Altri tasselli definiscono il metodo: compliments specifici che riconoscono sforzi e competenze già in atto; coping questions che valorizzano la resilienza anche quando non ci sono progressi visibili (“come hai fatto a resistere finora?”); feedback di fine seduta con un messaggio breve e un compito calibrato (“nota tre cose…”, “fai più spesso…”). Il tutto in una cornice che preferisce brevi cicli di incontro e verifica, con la libertà di chiudere quando il cliente dice di avere abbastanza per proseguire da .

Berg ha mostrato l’adattabilità dell’approccio in contesti difficili. Con utenti inviati da tribunali o servizi di protezione, sposta il focus dal “devi cambiare” al “che cosa è già accettabile per chi decide e che cosa è possibile per te fare, da qui a una settimana, per muoverti in quella direzione?”. Con bambini e adolescenti usa linguaggi concreti, gioco, disegni e scale visive; con coppie e famiglie lavora sui micro-scambi quotidiani, cercando azioni piccole e frequenti più che svolte drastiche. La sua scrittura, spesso co-firmata con colleghi di scuola e di servizi, traduce principi in protocolli addestrabili.

Impatto e attualità

L’impatto di Insoo Kim Berg attraversa psicoterapia, lavoro sociale, giustizia minorile, scuola, dipendenze, servizi di comunità. La SFBT è stata adottata in programmi brevi, sportelli di counseling, unità ospedaliere, progetti di prevenzione: dove il tempo è poco e la complessità è alta, il suo modo di fare domande rende l’incontro utile senza banalizzare. Ha influenzato coaching, orientamento e pratiche manageriali che usano scaling e obiettivi descrittivi per agganciare il cambiamento.

Le critiche hanno sottolineato il rischio di minimizzare la storia o i traumi, o di imporre “positività” a chi non è pronto. La risposta maturata nella comunità è una precisazione: il focus sulle soluzioni non vieta di riconoscere dolore e ingiustizie; chiede solo di non farne l’unico oggetto della conversazione clinica. La ricerca, pur eterogenea, mostra esiti comparabili ad altri approcci in vari setting, con vantaggi di aderenza e soddisfazione utente quando il metodo è ben applicato. Nel lavoro con traumi complessi, la SFBT viene oggi integrata con dispositivi di sicurezza e regolazione: prima stabilizzazione, poi costruzione di passi utili. Nella formazione e nella pratica clinica contemporanea, l’invito bergiano rimane attuale: ascoltare con curiosità, sospendere interpretazioni premature e costruire, attraverso il linguaggio, descrizioni condivise di ciò che funziona. Non ogni problema trova soluzione in poche sedute, ma quasi ogni colloquio può diventare un contesto di apprendimento quando riconosce e amplifica gli elementi di esperienza già utili al cambiamento.

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