Bowen, Murray

Murray Bowen è noto per il suo contributo alla prospettiva sistemica in psicoterapia familiare. La sua “Bowen Family Systems Theory” sposta l’attenzione dal sintomo dell’individuo alla danza emotiva che lega generazioni, fratelli, coppie e contesti sociali. Al centro c’è l’idea che le famiglie siano sistemi autoregolati dall’ansia cronica e che il benessere dipenda dalla differenziazione del : la capacità di restare in contatto senza confondersi, di pensare sotto pressione senza rompersi o fondersi.

Biografia e contesto storico

Formatosi come psichiatra in un’America segnata dal dopoguerra e dalla nascita della psichiatria comunitaria, Bowen lavora negli anni Cinquanta al National Institute of Mental Health. In quel periodo sperimenta un setting radicale: ricoverare intere famiglie con un membro diagnosticato schizofrenico per osservare dal vivo pattern di reattività, alleanze e distanze. Da qui la svolta: il comportamento problematico non è solo funzione di dinamiche intrapsichiche, ma prende forma in circuiti relazionali ricorrenti. A metà anni Sessanta approda alla Georgetown University e fonda il Family Center, che diventerà il principale polo di sviluppo della sua teoria. La stagione è la stessa in cui, con accenti diversi, altri autori sistemici — come Minuchin, Haley, Jackson e Watzlawick — costruiscono linguaggi pragmatici per leggere la famiglia; Bowen porta dentro questo movimento una lente specifica: l’emozionalità multigenerazionale e la cura della postura del terapeuta.

Contributi teorici e pratici

Differenziazione del Sé. È il cardine del modello. Una persona ben differenziata mantiene il proprio punto di vista e regola l’affetto senza tagliare i legami. Sotto stress, chi è poco differenziato tende alla fusione (si definisce solo attraverso l’altro) o al taglio emotivo (emotional cutoff, si allontana per evitare l’ansia). La terapia mira ad aumentare la capacità di pensare e scegliere in presenza dell’altro, non a “staccarsi” dall’altro.

Triangolazione. Quando la tensione diadica cresce, i sistemi umani stabilmente inseriscono un terzo per stabilizzare l’ansia (partner, figlio, suocera, lavoro). Questi triangoli sono stabili e ridondanti: danno sollievo ma irrigidiscono ruoli e sintomi. Leggere e “sciogliere” i triangoli — senza colpevolizzare nessuno — è uno snodo operativo della clinica boweniana.

Nuclear family emotional system e family projection. Nella famiglia nucleare, l’ansia cronica si scarica su specifici circuiti: conflitto di coppia, sintomo somatizzato o psichiatrico in un membro, disfunzioni in un figlio “eletto” a portatore del problema. La family projection process descrive come paure e aspettative dei genitori “proiettino” nel figlio vulnerabilità e ipercontrolli che mantengono il sintomo.

Trasmissione multigenerazionale e posizioni fraterne. Pattern di differenziazione, ruolo e intensità emotiva si trasmettono nel tempo, spesso lungo linee di posizione fraterna (primogenito, medio, ultimo) e di alleanze intergenerazionali. Lo strumento principe per vederlo è l’uso sistematico dell’albero familiare su tre o più generazioni (genogramma), che mappa legami, tagli, sintomi ripetuti, eventi critici.

Societal emotional process. Le famiglie vivono in società: livelli elevati di ansia cronica a livello sociale (instabilità economica, tensioni politiche, crisi sanitarie) alimentano triangolazioni, tagli e polarizzazioni dentro i nuclei familiari. È un ponte verso il lavoro con sistemi più ampi (scuole, équipe, organizzazioni).

La postura del terapeuta. Bowen descrive il clinico come coach più che come direttore stratega: meno prescrizioni e “trucchetti”, più domande di processo che aiutano a pensare sotto stress (“che cosa succede alla tua voce quando tua madre alza il tono?”, “che ruolo prendi quando tuo fratello interviene?”). Il lavoro spesso procede con la persona più motivata della famiglia, invitata a ridefinire i propri confini e a ristabilire un contatto più maturo con la famiglia d’origine (telefonate, visite, lettere) senza riaprire guerre. Il terapeuta cura la propria differenziazione: regge l’ansia in stanza, evita di farsi triangolare, restituisce mappe e compiti sobrii.

Applicazioni cliniche

In terapia di coppia, la lente boweniana aiuta a vedere come il conflitto attuale sia “alimentato” da triangoli (partner–partner–figlio, partner–lavoro–famiglia, partner–suoceri–confini) e da risonanze con le famiglie d’origine. Il lavoro non cerca colpevoli ma aumenta la “tenuta” di ciascuno in conversazioni difficili. Nella clinica dei disturbi d’ansia e psicosomatici, il focus è sull’ansia cronica di sistema: si lavora su rituali, confini e contatti che riducono triangoli e tagli e favoriscono decisioni deliberate. Con famiglie in cui un figlio porta il sintomo, l’intervento sposta lo sguardo dai comportamenti del ragazzo ai circuiti che li mantengono, sostenendo i genitori a muoversi come diadica più coesa e meno reattiva.

Impatto e attualità

La teoria boweniana ha segnato la formazione di generazioni di terapeuti familiari e ha dialogato con altri approcci sistemici. Con la strutturale di Minuchin condivide l’attenzione a confini e sottosistemi, pur privilegiando meno la ristrutturazione diretta; con lo strategico di Haley/Jay Haley e con il filone di Palo Alto condivide la lettura dei cicli ridondanti, distinguendosi per il focus sull’ansia cronica e sulle linee generazionali. Ha influenzato il lavoro organizzativo: leggere i triangoli in équipe, sostenere leader a non farsi catturare da polarizzazioni, aumentare la differenziazione nei gruppi sotto pressione.

Le critiche riguardano tre nodi. Primo, l’evidenza empirica: storicamente più ricca di case series e studi osservativi che di trial randomizzati; negli ultimi decenni parti del modello sono state testate in componenti (p.es. uso del genogramma, coaching di coppia, interventi sulla regolazione dell’ansia). Secondo, il rischio di enfatizzare la “razionalità” a scapito dell’esperienza emotiva: la ricezione contemporanea integra il coaching con pratiche di regolazione affettiva e di sintonizzazione (attaccamento, EFT), senza perdere l’analisi dei processi. Terzo, la sensibilità culturale e di genere: alcune assunzioni storiche su ruoli e fratria vengono oggi rilette alla luce di famiglie plurali e contesti interculturali; la teoria si è dimostrata adattabile quando gli strumenti (genogramma, domande di processo) sono usati in modo non normativo.

La teoria di Bowen resta attuale perché offre una grammatica essenziale per leggere i sintomi come espressione di ansia, ruoli e lealtà intergenerazionali. In tempi di alta attivazione sociale, la differenziazione — pensare con chiarezza restando in contatto — è insieme strumento clinico e orientamento etico. Il genogramma, le domande di processo e l’attenzione ai triangoli continuano a essere dispositivi efficaci per comprendere e regolare la vita emotiva dei sistemi, dalla famiglia alle organizzazioni.

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