John Bowlby è il fondatore della teoria dell’attaccamento, un programma di ricerca che ha cambiato il modo in cui pensiamo i primi legami, lo sviluppo emotivo e molte pratiche educative, cliniche e sociali. Con un approccio che intreccia psicoanalisi, etologia, psicologia dello sviluppo e cibernetica, Bowlby ha proposto che i bambini siano biologicamente predisposti a cercare prossimità a figure di accudimento sensibili: da questo sistema comportamentale nasce una “base sicura” per esplorare il mondo e si organizzano modelli interni che guidano aspettative e relazioni lungo l’arco di vita.
Biografia e contesto storico
Nato a Londra in una famiglia dell’alta borghesia, Bowlby si forma come medico e psichiatra e intraprende un training psicoanalitico in una stagione in cui la psicoanalisi domina il discorso clinico. Il lavoro con bambini istituzionalizzati, orfani di guerra e minori con storie di separazioni ripetute lo porta a interrogare la centralità delle relazioni precoci nella salute mentale. Negli anni Quaranta e Cinquanta, in dialogo con l’Organizzazione Mondiale della Sanità, produce ricerche e rapporti che denunciano gli effetti delle cure carenti e delle separazioni sulle traiettorie evolutive e sui disturbi del comportamento.
La svolta teorica nasce dall’incontro con l’etologia di Konrad Lorenz e con gli studi di Harry Harlow sui primati: l’idea che l’attaccamento abbia radici evolutive e funzioni adattive prende così il posto delle letture esclusivamente pulsionali. A questa cornice aggiunge contributi di teoria dei sistemi di controllo: l’attaccamento è un sistema regolativo, che si attiva quando il bambino percepisce minaccia o distanza e si disattiva quando la figura di accudimento torna accessibile. Le collaborazioni con Mary Ainsworth, impegnata in ricerche naturalistiche in Uganda e poi a Baltimora, daranno un corpo osservativo alla teoria, mostrando come stili di cura differenti si associno a pattern differenti di organizzazione dell’attaccamento.
Contributi teorici e pratici
Il primo contributo è la definizione dell’attaccamento come sistema comportamentale primario. Non è dipendenza indiscriminata, né un tratto di personalità, ma un legame diadico che si manifesta con segnali e comportamenti orientati alla prossimità (pianto, sorriso, seguire, aggrapparsi), particolarmente in condizioni di stanchezza, malattia o spavento. Lo scopo non è “stare attaccati per principio”, ma ottenere protezione per poter tornare all’esplorazione. In questa dialettica tra base sicura ed esplorazione, Bowlby vede il motore dello sviluppo: quando il caregiver è sufficientemente sensibile e disponibile, il bambino può distanziare senza disorganizzarsi e tornare senza vergogna.
Un secondo asse riguarda la risposta alla separazione. Bowlby e James Robertson descrivono una sequenza tipica in contesti ospedalieri e di istituzionalizzazione: protesta, disperazione, distacco. Questa triade non è destino, ma mappa dei rischi quando le separazioni sono prolungate e non accompagnate: ne derivano raccomandazioni concrete su visite, presenza dei genitori e continuità delle cure. I film di Robertson e i rapporti di Bowlby contribuiranno a riformare le politiche ospedaliere e a ripensare l’accoglienza dei bambini separati dai caregiver.
Il terzo nucleo concettuale è quello dei modelli operativi interni (internal working models). Sulla base di migliaia di interazioni, il bambino costruisce rappresentazioni di sé (“sono degno di cure?”), dell’altro (“gli altri sono affidabili?”) e della relazione (“posso contare sul fatto che tornerai?”). Queste mappe non sono immutabili, ma tendono a stabilizzarsi e fungere da filtri per nuove esperienze. Da qui l’ipotesi che la qualità dei primi legami influenzi, per vie probabilistiche, stili relazionali successivi, regolazione emotiva e vulnerabilità a sintomi.
Mary Ainsworth, con la Strange Situation, fornisce una procedura osservativa che distingue organizzazioni di attaccamento in base alle strategie con cui il bambino usa il caregiver come base sicura e regola il disagio alla separazione/ricongiungimento. I pattern sicuro, insicuro–evitante e insicuro–ambivalente/resistente verranno affiancati in seguito dalla categoria disorganizzato, utile per descrivere quadri di comportamento incoerente in contesti di paura senza soluzione. Bowlby non si ferma alle etichette: insiste che i pattern riflettono stili di adattamento a contesti reali, non difetti intrinseci del bambino.
Un quarto contributo è l’attenzione alla natura relazionale e plurale dell’attaccamento. Pur avendo inizialmente ipotizzato una “monotropia” (un legame principale privilegiato), Bowlby riconosce l’importanza delle reti di cura: i bambini formano attaccamenti multipli, con gradi diversi di sicurezza, e ciò che conta è la qualità e la coerenza di tali legami più che la loro esclusività. Il focus si sposta così da “la madre” a “caregiver sensibili e continui” — posizione che apre alla valorizzazione di padri, nonni, educatori, famiglie affidatarie.
Infine, Bowlby traduce teoria in raccomandazioni operative per sanità, scuola e servizi sociali: continuità delle figure di riferimento, politiche che evitino separazioni non necessarie, sostegno alla genitorialità in condizioni di stress, pratiche di affidamento e adozione che privilegino la stabilità dei legami e la costruzione di basi sicure. Il suo lavoro anticipa interventi oggi diffusi, come i programmi di video-feedback alla sensibilità genitoriale, i setting di osservazione congiunta genitore–bambino e le terapie diadiche nella prima infanzia.
Impatto e attualità
L’impatto della teoria dell’attaccamento è stato trasversale. Nella psicologia dello sviluppo ha offerto un quadro integrato per studiare regolazione emotiva, competenze sociali e resilienza; in clinica ha orientato interventi precoci e letture di disturbi internalizzanti ed esternalizzanti alla luce delle strategie relazionali; in politiche sociali ha contribuito a riformare ospedali pediatrici, servizi residenziali, criteri per affidi e adozioni. Il linguaggio di base — base sicura, sensibilità, modelli interni — è entrato nel lessico di pediatri, educatori, insegnanti.
Le critiche hanno avuto un ruolo importante nel raffinare il modello. Michael Rutter ha distinto tra privazione (assenza di legami stabili) e deprivazione parziale o separazioni temporanee, mostrando che gli esiti dipendono dalla durata, dall’età e dalla qualità delle cure alternative. Altri hanno contestato letture culturalmente uniformi della “sensibilità”, sottolineando che pratiche di accudimento variano legittimamente tra culture e che indicatori di base sicura vanno interpretati alla luce dei contesti. La categoria di monotropia è stata ridimensionata in favore di un’ottica di rete; l’idea di determinismi rigidi è stata corretta dalla nozione di plasticità e di possibilità di riparazione lungo lo sviluppo.
Un punto spesso frainteso riguarda la madre. Bowlby riconosce storicamente il ruolo predominante della figura materna nel contesto del suo tempo, ma la sua teoria non riduce l’attaccamento alla madre biologica né colpevolizza i caregiver: pone al centro la qualità e la continuità delle risposte, chiunque ne sia il principale responsabile. La cura è un compito distribuibile, che richiede sistemi di sostegno sociale per essere esercitata bene.
Nella pratica contemporanea, la prospettiva dell’attaccamento dialoga con modelli affini e complementari. Con la mentalizzazione condivide l’attenzione alla capacità del genitore di vedere il bambino come soggetto di stati mentali; con la teoria polivagale e le neuroscienze affettive incrocia temi di regolazione neurofisiologica e sicurezza; con le terapie focalizzate sulle emozioni e con i programmi di sostegno alla genitorialità integra tecniche per aumentare sensibilità e riflessività, ridurre la reattività e promuovere interazioni riparative. In adolescenza e età adulta, il lavoro si sposta su modelli interni, coppia e genitorialità, mostrando continuità ma anche possibilità di cambiamento quando relazioni significative offrono nuove esperienze di affidabilità.
Nel dibattito pubblico, la teoria dell’attaccamento è talvolta invocata per giustificare scelte ideologiche. La lezione più fedele a Bowlby è invece pragmatica: garantire ai bambini almeno una figura di riferimento sufficientemente stabile e sensibile; organizzare servizi che proteggano i legami nei passaggi critici (ricoveri, affidi, migrazioni); sostenere i caregiver con politiche che riducano lo stress cronico (congedi, servizi educativi di qualità, reti comunitarie). In questa cornice, l’attaccamento non è un marchio, ma un compito sociale.
Rileggere oggi Bowlby significa tenere insieme tre livelli. Il primo è evolutivo: i legami di attaccamento sono strategie adattive per la sopravvivenza e la crescita. Il secondo è relazionale: la qualità della risposta del caregiver organizza la regolazione e il senso di sé del bambino. Il terzo è politico: le società possono favorire o ostacolare basi sicure distribuendo tempo, cura e sostegni. La sua teoria resta viva dove diventa guida per decisioni concrete, dai nidi alle corsie pediatriche, dai tribunali minorili ai consultori, fino alla psicoterapia diadica e familiare.
In sintesi, John Bowlby ha offerto una bussola essenziale: la sicurezza nasce da relazioni prevedibili e sensibili; da lì fioriscono esplorazione, apprendimento e resilienza. La psicologia, l’educazione e le politiche che la prendono sul serio costruiscono ambienti in cui i bambini possano allontanarsi con curiosità e tornare senza paura: è questo, ancora, il significato di una base sicura.


