
Perché certe pubblicità ci convincono e altre no? Cosa rende un messaggio credibile o persuasivo? A queste domande ha cercato di rispondere Carl Hovland, psicologo americano che ha dato un contributo decisivo alla comprensione dei meccanismi della comunicazione. I suoi studi hanno mostrato che la persuasione non dipende solo dal contenuto del messaggio, ma anche da chi lo trasmette e da come lo riceviamo.
Biografia e contesto storico
Carl Hovland nacque nel 1912 negli Stati Uniti e fu attivo soprattutto negli anni Quaranta e Cinquanta. Dopo essersi formato in psicologia sperimentale, lavorò presso la Yale University, dove coordinò uno dei primi gruppi di ricerca sistematica sulla comunicazione persuasiva. Durante la Seconda guerra mondiale collaborò con l’esercito americano per studiare l’efficacia dei filmati informativi rivolti ai soldati. Questo lavoro diede il via a una lunga serie di esperimenti controllati volti a indagare come le persone cambiano opinione.
Hovland fu tra i primi a portare nella psicologia sociale un metodo rigoroso e quantitativo, applicando procedure sperimentali per analizzare variabili come la credibilità della fonte, la struttura del messaggio, la predisposizione del destinatario. Il suo approccio influenzò profondamente le ricerche successive sulla comunicazione, sul marketing e sulla propaganda politica.
Contributi teorici e pratici
Il contributo più noto di Hovland è il cosiddetto modello Yale della comunicazione persuasiva, che analizza il processo di influenza in termini di tre elementi fondamentali: chi dice cosa a chi. Secondo questo schema, per capire se un messaggio riesce a cambiare l’opinione di una persona, bisogna considerare:
– La fonte: è percepita come credibile, competente, simpatica?
– Il messaggio: è strutturato in modo logico? Usa argomenti razionali o emotivi?
– Il destinatario: ha già un’opinione formata? È coinvolto personalmente nel tema?
Hovland fu anche il primo a sottolineare il ruolo del tempo nei processi persuasivi. Dimostrò che l’effetto di un messaggio può svanire col passare delle settimane (fenomeno del “decadimento”), ma anche che una fonte inizialmente poco credibile può guadagnare efficacia se il pubblico dimentica la sua origine (effetto “sleeper”).
Un altro contributo importante riguarda la resistenza alla persuasione. Hovland scoprì che le persone tendono a difendere le proprie opinioni quando si sentono minacciate, e che l’efficacia di un messaggio dipende anche dalla sua capacità di aggirare questi meccanismi difensivi. La persuasione, dunque, non è un trasferimento passivo di idee, ma un processo dinamico e interattivo.
Impatto e attualità
Le teorie di Hovland hanno avuto una forte influenza sulla psicologia sociale e della comunicazione, e continuano a essere studiate nei corsi universitari. Il suo modello ha posto le basi per approcci più recenti, come l’Elaboration Likelihood Model di Petty e Cacioppo, o l’Heuristic-Systematic Model di Chaiken, che approfondiscono le vie cognitive attraverso cui un messaggio può essere elaborato.
Nel mondo della pubblicità e della comunicazione politica, i principi scoperti da Hovland vengono ancora applicati per progettare campagne efficaci: dalla scelta del testimonial alla costruzione del messaggio, dal tono del linguaggio al target di riferimento. Anche se il contesto mediatico è profondamente cambiato, la sua intuizione resta attuale: la persuasione è un’arte sottile, che coinvolge mente, emozione e contesto.
Oggi, in un’epoca dominata dai social media, l’eredità di Hovland ci ricorda l’importanza di uno sguardo critico sui meccanismi dell’influenza. I suoi esperimenti, per quanto lontani nel tempo, restano un esempio di rigore scientifico applicato a un tema di grande rilevanza sociale.


