Il disturbo della ruminazione è una condizione clinica caratterizzata dal rigurgito ripetuto e non provocato del cibo, che viene riportato alla bocca per essere nuovamente masticato e poi deglutito o espulso. Non si tratta di episodi occasionali, ma di un comportamento persistente che interferisce con l’alimentazione e con la qualità della vita.
Secondo il DSM-5, il disturbo della ruminazione è classificato tra i disturbi dell’alimentazione e della nutrizione, distinto dal reflusso gastroesofageo e dai comportamenti di eliminazione della bulimia nervosa. L’esordio è frequente nei primi mesi di vita e nell’infanzia, ma può comparire anche in adolescenza o in età adulta.
La situazione clinica e sociale
Si tratta di una condizione poco conosciuta e spesso sottodiagnosticata. Nei bambini può portare a perdita di peso e arresto della crescita, inducendo inizialmente a ipotizzare solo cause organiche. Negli adolescenti e negli adulti può essere confusa con reflusso o con condotte alimentari disfunzionali.
Dal punto di vista sociale, il disturbo comporta un impatto significativo: il rigurgito ripetuto è fonte di stigma, imbarazzo e isolamento. I bambini possono incontrare difficoltà con i coetanei, mentre negli adulti la condizione può limitare relazioni e attività lavorative, generando ansia e ritiro.
Cause e fattori di rischio
Le origini del disturbo riflettono l’interazione di fattori biologici, psicologici e ambientali. Nei lattanti può derivare da una difficoltà di regolazione dell’alimentazione, favorita da carenze di stimolazione o da trascuratezza. Nei più grandi, lo stress e i traumi possono fungere da fattori scatenanti.
Il rigurgito può assumere una funzione autoregolativa: riduce la tensione o produce gratificazione sensoriale. Anche il contesto familiare ha un ruolo: ambienti instabili o caotici possono favorire il mantenimento del disturbo, mentre la presenza di figure stabili può agire come fattore protettivo.
Diagnosi e criteri clinici
La diagnosi richiede episodi ricorrenti di rigurgito non spiegati da condizioni gastrointestinali e presenti per almeno un mese. Il DSM-5 specifica la necessità di distinguere la ruminazione da altre condizioni: reflusso gastroesofageo, bulimia nervosa e disturbi della deglutizione.
Nei bambini piccoli è essenziale distinguere il disturbo dal rigurgito fisiologico dei neonati. Negli adolescenti e negli adulti occorre valutarne la differenza rispetto ai disturbi alimentari maggiori, in cui il vomito è autoindotto.
Quadro evolutivo
Il disturbo può manifestarsi già nei primi mesi di vita e in alcuni casi risolversi spontaneamente. Quando persiste oltre l’infanzia tende a cronicizzarsi, con conseguenze nutrizionali, psicologiche e sociali. In adolescenza può associarsi a sintomi ansiosi o depressivi, mentre negli adulti comporta una compromissione significativa della vita quotidiana.
La variabilità del decorso rappresenta una sfida clinica: non tutti i bambini con episodi di ruminazione sviluppano un disturbo persistente, ma la continuità dei sintomi richiede sempre un’attenta valutazione.
Impatto personale e sociale
Il disturbo della ruminazione incide su più livelli. Sul piano fisico, può causare malnutrizione, perdita di peso e complicazioni metaboliche. Sul piano psicologico, genera vergogna e frustrazione, con conseguente abbassamento dell’autostima. Socialmente, favorisce isolamento e difficoltà relazionali, soprattutto in età scolare e lavorativa.
Nei bambini il rischio riguarda anche lo sviluppo cognitivo e affettivo, mentre negli adulti può determinare difficoltà nelle relazioni affettive e nella vita sociale. La cronicità aumenta il senso di vulnerabilità e di esclusione.
Trattamenti e possibilità di cura
Il trattamento richiede un approccio multidisciplinare. Gli interventi comportamentali, in particolare nei bambini, aiutano a interrompere il circolo vizioso del rigurgito. Tecniche di rieducazione alimentare e psicoeducazione familiare favoriscono nuove abitudini e riducono l’ansia legata ai pasti.
Nei casi con sintomi ansiosi o depressivi è utile il supporto psicologico individuale. Per i più piccoli è fondamentale il coinvolgimento dei caregiver, che devono garantire un ambiente stabile e prevedibile. Negli adolescenti e negli adulti, programmi terapeutici personalizzati aiutano a gestire l’impatto sociale e psicologico del disturbo.
Non esistono farmaci specifici, ma la terapia farmacologica può essere indicata per i disturbi associati. La prognosi dipende dalla tempestività della diagnosi e dalla possibilità di intervenire anche sulle condizioni ambientali che ne sostengono la persistenza.


