Loftus, Elizabeth F.

Elizabeth F. Loftus è la psicologa che ha cambiato il modo in cui pensiamo la memoria umana, soprattutto quella dei testimoni oculari. Con studi rigorosi su misinformation effect, suggestione e “falsi ricordi”, ha mostrato che ricordare non è riavvolgere un nastro, ma ricostruire: ciò che vediamo, ciò che ci viene detto dopo, come vengono poste le domande e ciò che immaginiamo possono alterare in profondità ciò che crediamo vero. Le sue ricerche hanno trasformato prassi investigative e processuali, sollevando al tempo stesso discussioni etiche e culturali di vasta portata.

Biografia e contesto storico

Nata a Los Angeles, si forma in matematica e psicologia e consegue il dottorato alla Stanford University alla fine degli anni Sessanta, nel pieno della rivoluzione cognitiva. Dopo le prime esperienze accademiche, lavora all’Università di Washington e poi alla University of California, Irvine, costruendo laboratori in cui l’attenzione sperimentale si intreccia con casi reali. È il periodo in cui Stati Uniti ed Europa rivedono protocolli investigativi e giudiziari sull’onda di errori giudiziari e della crescente attenzione alla prova scientifica; la psicologia cognitiva entra nelle aule di tribunale.

Loftus inizia studiando come la formulazione delle domande alteri le stime dei testimoni: se chiedi “a che velocità andavano le auto quando si sono scontrate?” ottieni risposte più alte che con “quando si sono toccate?”, e i partecipanti riferiscono dettagli inesistenti coerenti con il frame (per esempio, la presenza di vetri rotti). Da qui si apre un programma decennale su suggestione, fonte dei ricordi e costruzione di narrazioni plausibili che “sentono vere”.

Contributi teorici e pratici

Il contributo più noto è il misinformation effect: informazioni fuorvianti fornite dopo un evento possono infiltrarsi nella traccia mnestica e modificarla. Non si tratta semplicemente di mentire; è credere autenticamente a un ricordo ricostruito alla luce di indizi post-evento. Il meccanismo chiave è la confusione di sorgente: la mente perde il confine tra ciò che ha visto e ciò che ha appreso da altri, specialmente quando le fonti sono ritenute affidabili o quando passa del tempo.

Loftus dimostra inoltre che la memoria è vulnerabile a domande suggestive e a frames linguistici che orientano l’interpretazione. La scelta di un verbo, l’ordine delle domande, l’insinuazione di un dettaglio assente, la ripetizione della stessa domanda in momenti diversi: ogni accorgimento può spostare la risposta e, a cascata, il ricordo stesso. Questo ha ricadute immediate su come si conducono le interviste a testimoni e vittime, in particolare in età evolutiva.

Un secondo filone riguarda la creazione sperimentale di falsi ricordi autobiografici. Con il protocollo noto come “lost in the mall”, Loftus mostra che è possibile indurre in alcuni partecipanti la convinzione vivida di essersi smarriti da bambini in un centro commerciale, ricordo mai accaduto ma reso plausibile da dettagli coerenti e da suggerimenti progressivi. Varianti di questo paradigma (immaginazione guidata, foto alterate, narrazioni familiari) rivelano che vividezza e familiarità non garantiscono veridicità. L’imagination inflation documenta come il semplice atto di immaginare aumenti la sensazione che un evento sia accaduto davvero.

Un terzo contributo riguarda le implicazioni legali. Loftus ha operato come consulente ed esperta in molti processi, mettendo in guardia su linee di riconoscimento poco controllate, interviste non neutrali e ricordi “recuperati” in contesti terapeutici suggestivi. La sua azione ha contribuito a riformare procedure di line-up, a promuovere interviste cognitive strutturate, a introdurre cautele sulla contaminazione della prova testimoniale e a diffondere istruzioni per le giurie sui limiti della memoria.

Loftus colloca questi risultati dentro un quadro più generale: la memoria è un sistema adattivo progettato per ricomporre il passato in funzione del presente. La ricostruzione è di solito funzionale e rapida, ma la stessa plasticità che ci aiuta a riempire i vuoti ci espone a errori sistematici quando contesti e domande sono mal progettati. Ne discende un’etica operativa: non basta appellarsi alla “sincerità” del testimone; serve costruire ambienti di raccolta della testimonianza che minimizzino l’inquinamento cognitivo.

Impatto e attualità

In ambito forense, L’impatto della ricerca di Loftus ha motivato linee guida su come condurre riconoscimenti e interviste: evitare domande suggestive, separare testimoni, registrare integralmente i colloqui, usare istruzioni che chiariscano la possibilità di non riconoscere nessuno, adottare procedure “double-blind” in cui l’operatore non sappia chi è il sospettato. In psicologia dello sviluppo ha stimolato prudenza speciale con i minori: maggiore suggestionabilità, desiderio di compiacere l’adulto e di “dare la risposta giusta” impongono protocolli delicati e competenze specifiche.

In clinica e cultura, le sue posizioni hanno inciso nel dibattito sui ricordi repressi e sul recupero mnestico in terapia. Loftus non nega la possibilità del trauma né la realtà di abusi; contesta che protocolli suggestivi, ipnosi e tecniche immaginative possano “scavare” in modo affidabile ricordi sepolti, senza produrre confabulazioni. La disputa degli anni Novanta, dolorosa e polarizzante, ha avuto un effetto costruttivo: maggiore attenzione alla corroborazione esterna dei racconti, linee etiche su come esplorare memorie traumatiche, distinzione tra testimonianza clinica e prova giudiziaria. In parallelo, la ricerca contemporanea sui traumi riconosce che esistono sia ipermemorie intrusive sia amnesie parziali legate a cambiamenti di contesto, stress e strategie di evitamento; proprio per questo la raccolta della prova richiede standard elevati e multipli indizi convergenti.

Le critiche a Loftus si muovono su piani diversi. Alcuni ricercatori sottolineano che i falsi ricordi prodotti in laboratorio riguardano spesso eventi relativamente banali, mentre i ricordi traumatici potrebbero seguire dinamiche diverse; altri la accusano di aver ridimensionato eccessivamente testimonianze di abuso. A queste obiezioni si risponde ricordando che le regole di funzionamento della memoria (ricostruzione, fonte, suggestione) valgono anche per eventi emotivamente intensi, ma che i protocolli devono essere progettati con ancora maggiore cautela e che nessun singolo ricordo — per vividezza o coerenza — basta da solo come prova definitiva. Il punto del programma loftusiano non è negare le vittime; è evitare errori che danneggiano sia vittime sia innocenti.

Sul piano applicativo, le sue idee alimentano oggi pratiche di intervista cognitiva che massimizzano il recupero informativo riducendo la suggestione: instaurare rapporto, inviti ampi e non direttivi, richieste di resoconti liberi, rievocazioni in ordine inverso, cambi di prospettiva genuini, sospensione di domande chiuse fino a fasi finali. Nelle forze dell’ordine e nella giustizia minorile, training specifici derivano direttamente dalla letteratura inaugurata o rilanciata da Loftus.

L’attualità delle sue ricerche va oltre i tribunali. Nell’era digitale, fake news, manipolazioni visive e testuali, deepfake e ripetizioni virali implementano su scala di massa gli stessi meccanismi cognitivi che Loftus ha studiato in laboratorio: esposizioni ripetute, ancoraggi lessicali, autorevolezza percepita della fonte, memoria collettiva ricostruita. Le implicazioni toccano educazione ai media, prevenzione della disinformazione e progettazione di piattaforme che riducano la confusione di sorgenti.

Loftus ha anche aperto una riflessione sulla responsabilità dell’esperto. Essere periti in aula significa modulare il linguaggio, riconoscere incertezze, evitare generalizzazioni oltre i dati, esplicitare limiti e condizioni. Il suo stile, spesso combattivo, ha acceso controversie ma ha costretto le istituzioni a dotarsi di standard più elevati per l’uso della memoria come prova e ha reso pubblica una verità scomoda e liberante: la memoria è potente ma fallibile.

Condividi

Altre voci interessanti