Fiducia di base vs sfiducia (prima fase dello sviluppo psicosociale di Erikson)

Con fiducia di base vs sfiducia Erik Erikson descrive il primo grande compito evolutivo, collocato nel primo anno di vita circa. Il neonato, totalmente dipendente dagli altri, va formando una impressione elementare sul mondo e su se stesso: quando ho bisogno, qualcuno arriva? Le sensazioni spiacevoli trovano sollievo? Esiste una continuità minima che rende l’ambiente prevedibile?

La fiducia di base è la sensazione, non ancora cosciente, che il mondo sia “abbastanza buono” e che valga la pena affidarsi agli altri. La sfiducia è una tonalità più stabile di insicurezza: l’impressione che gli altri siano assenti, incoerenti o invadenti, e che non ci si possa appoggiare davvero a loro. Per Erikson, questa prima tensione non decide il destino della persona, ma crea uno sfondo emotivo su cui si innesteranno le fasi successive.

Definizione e contesto teorico

Nella teoria psicosociale di Erikson, fiducia di base vs sfiducia è la crisi centrale del primo anno di vita, in cui la relazione con le figure di accudimento fornisce il prototipo del rapporto con il mondo umano. Il bambino non dispone ancora di un Io maturo, ma vive sequenze corporee e affettive: bisogno, attivazione, risposta, sollievo. Se, nella maggior parte dei casi, la risposta arriva in modo sufficientemente prevedibile e tollerabile, si costruisce un sentimento implicito di affidabilità dell’ambiente.

Erikson sottolinea qui il ruolo delle prime relazioni, in sintonia con la futura teoria dell’attaccamento, ma mantiene un’ottica più ampia: non gli interessa solo il legame con una figura specifica, ma anche l’immagine globale del mondo come luogo più o meno affidabile, e di come soggetto che può influire su di esso chiedendo e ricevendo risposta.

Struttura e meccanismi

Il nucleo di questa fase è la ripetizione di cicli bisogno–risposta–sollievo. Fame, freddo, disagio, paura attivano il bambino; il pianto o l’irrequietezza richiamano la figura adulta; la cura, nutrimento o contatto, riportano a uno stato di calma. Quando, nel complesso, questi cicli tendono a concludersi con una qualche forma di sollievo, si organizza una aspettativa implicita: quando sto male, qualcosa o qualcuno interviene.

Non conta solo che la risposta avvenga, ma anche come. Un adulto emotivamente presente, capace di modulare il proprio intervento, favorisce l’associazione tra l’altro e la calma. Un adulto cronicamente assente, imprevedibile o molto agitato può diventare esso stesso fonte di stress: la cura arriva, ma non sempre è contenitiva. La sfiducia può assumere forme diverse: timore che non ci sia nessuno, o che chi c’è sia fonte di confusione o invasione.

La fiducia di base non implica assenza di frustrazione. Attese brevi, piccoli disagi non sono nocivi in sé, anzi aiutano a tollerare la realtà. Ciò che risulta critico è l’eccesso di caos o di non risposta, oppure una modalità di cura sistematicamente spaventante o incoerente, che rende difficile per il bambino costruire un senso minimo di continuità.

Varianti e confini concettuali

Fiducia di base e sfiducia non descrivono due categorie rigide, ma un orientamento prevalente. La stessa persona può avere aspetti di fiducia e di sfiducia, e le esperienze successive possono confermare, correggere o complicare questo sfondo iniziale. Non si tratta di etichettare un bambino come “fiducioso” o “sfiduciato” una volta per tutte.

Il concetto è vicino, ma non identico, a quello di attaccamento sicuro/insicuro. L’attaccamento riguarda in modo più specifico le modalità di relazione con la figura di riferimento e le strategie con cui si cerca vicinanza o distanza. La fiducia di base riguarda anche il modo in cui il bambino inizia a percepire il mondo nel suo insieme: abitabile o minaccioso, dotato di una certa coerenza o dominato dall’imprevedibilità.

Va distinto anche dai tratti temperamentali. Un bambino di indole prudente può avere una buona fiducia di base, ma essere più cauto con gli estranei; un bambino molto espansivo può aver sperimentato al tempo stesso risposte caotiche. La categoria di Erikson rimanda alla qualità delle esperienze relazionali precoci, non solo al “carattere” innato.

Applicazioni nella pratica e nella ricerca

Per chi lavora con neonati, bambini piccoli e genitori, la polarità fiducia vs sfiducia offre un linguaggio per pensare alla qualità globale delle prime cure. Favorire la fiducia di base significa aiutare gli adulti a essere abbastanza presenti, riconoscere i segnali del bambino, evitare tanto l’abbandono quanto l’intrusione costante, regolare il proprio stress perché il contatto sia più spesso calmante che agitante.

Nei programmi di sostegno alla genitorialità, l’idea di fiducia di base aiuta a spostare l’attenzione dalla ricerca della perfezione alla ricerca di una continuità sufficiente. In contesti di vulnerabilità, come depressione post-partum, precarietà, migrazioni, malattia, diventa importante affiancare alla diade caregiver–bambino una rete che contribuisca a garantire una base minima di sicurezza.

Nella ricerca, il tema è stato messo in relazione con studi sull’attaccamento, sulla regolazione emotiva precoce, sulla costruzione della fiducia interpersonale in età successive. Anche se non sempre viene misurata come variabile autonoma, la fiducia di base riecheggia nelle narrazioni biografiche in cui adulti, anni dopo, descrivono il proprio rapporto con gli altri come “il mondo mi tiene” oppure “in fondo devo cavarmela da solo”.

Discussione critica e sviluppi

Il contributo di Erikson ha reso più visibile quanto le esperienze del primo anno di vita partecipino alla costruzione di un senso di sicurezza di fondo, utile poi nell’affrontare le fasi successive: autonomia, iniziativa, identità. Ha spostato lo sguardo dalle sole pulsioni interne alla qualità concreta delle relazioni di cura.

Allo stesso tempo, un uso rigido del concetto rischia di attribuire alle primissime esperienze un peso eccessivamente deterministico o di colpevolizzare i genitori. Le traiettorie di vita sono più complesse: esperienze successive positive possono riparare vulnerabilità iniziali, mentre eventi traumatici possono mettere alla prova una buona fiducia di base. Le differenze culturali nei modi di accudire richiedono inoltre di declinare il modello in modo sensibile al contesto.

Gli sviluppi contemporanei integrano l’intuizione di Erikson con le conoscenze sulla regolazione emotiva, sull’attaccamento e sul funzionamento neurobiologico precoce. Pur con questi aggiornamenti, resta centrale l’idea che, all’inizio della vita, il modo in cui qualcuno risponde al pianto, allo sguardo, al bisogno di contatto del bambino contribuisce a una risposta molto semplice ma decisiva: posso, almeno un po’, fidarmi di esistere con gli altri?

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