
Viktor Emil Frankl neurologo e psichiatra viennese, è il fondatore della logoterapia e dell’analisi esistenziale, nota come “terza scuola viennese” dopo Freud e Adler. La sua tesi di fondo è tanto semplice quanto radicale: la spinta primaria dell’essere umano non è il piacere, come sosteneva Freud, né la volontà di potere, come per Adler, ma la volontà di significato. Quando la vita perde senso, l’individuo sperimenta un vuoto esistenziale che può tradursi in sintomi, apatia o disperazione; quando invece ritrova un motivo per cui vivere — anche nel dolore, nella colpa o di fronte alla morte — torna capace di scegliere, resistere e trasformarsi.
La sua opera, nata dall’esperienza dei campi di concentramento e da una lunga pratica clinica, ha consegnato alla psicologia un linguaggio centrato su libertà, responsabilità e orientamento ai valori, restituendo alla cura una dimensione etica e spirituale accanto a quella psicodinamica.
Biografia e contesto storico
Nato a Vienna in un’epoca di grande fermento scientifico e culturale, Frankl si forma come medico negli anni in cui la psicoanalisi e la psicologia individuale definiscono la scena europea. Fin dagli studi si interessa ai temi del suicidio e della prevenzione, organizzando sportelli gratuiti per giovani in crisi: già qui emerge il suo sguardo concreto e pragmatico, attento non alla teoria ma alla possibilità di orientare la vita.
La svolta biografica arriva con la deportazione. Tra il 1942 e il 1945 Frankl è internato in diversi campi di concentramento, tra cui Auschwitz e Dachau. In quell’esperienza estrema osserva la differenza tra chi soccombe e chi riesce, nonostante tutto, a mantenere una ragione per vivere. È in quel contesto che matura il nucleo della sua futura teoria: “Chi ha un perché per vivere può sopportare quasi ogni come.”
Dopo la guerra, nel volume Uno psicologo nei lager (Man’s Search for Meaning), Frankl trasforma quell’osservazione in un modello clinico e antropologico. Tornato a Vienna, dirige per decenni un reparto ospedaliero, insegna all’università e tiene conferenze in tutto il mondo. La sua influenza oltrepassa i confini della psicoterapia, toccando educazione, etica, medicina, lavoro sociale, management e cure palliative: ovunque si parli di motivazione, resilienza o scopo, la sua eredità resta visibile.
Contributi teorici e pratici
Il termine logoterapia deriva dal greco lógos, che significa al tempo stesso “senso”, “parola” e “ragione”: una terapia attraverso il senso. Per Frankl la cura non consiste nell’eliminare il dolore, ma nel riconnettere la persona a un significato da vivere, qualcosa o qualcuno per cui valga la pena esistere anche nelle condizioni più difficili. La logoterapia è quindi un orientamento clinico e filosofico che mette al centro la libertà interiore, la responsabilità e la capacità di dare forma alla propria vita attraverso il senso.
Alla base di questa prospettiva c’è una visione dell’essere umano articolata su tre livelli — somatico, psichico e noetico — che integra corpo, mente e spirito nel senso laico di coscienza e valori. È nella dimensione noetica che l’uomo esercita la sua libertà di scegliere l’atteggiamento con cui rispondere alle circostanze della vita. La sofferenza, in questa cornice, non è solo espressione di conflitti intrapsichici ma può derivare da una crisi di significato: Frankl la chiama nevrosi noogena, un vuoto che nessun adattamento o compensazione psicologica può riempire.
Un altro nucleo centrale è la cosiddetta triade tragica — dolore, colpa e morte — tre realtà inevitabili che non vanno negate ma integrate, trasformando la sofferenza in crescita, la colpa in responsabilità e la consapevolezza della morte in intensità di vita. Il senso, per Frankl, non è universale né astratto: è qualcosa da scoprire e assumere di volta in volta. «L’uomo non deve chiedere che cosa si aspetta dalla vita, ma comprendere che è la vita a chiedere qualcosa a lui», scrive. Da questa prospettiva nasce la responsabilità come dimensione fondante dell’esistenza: la capacità di rispondere con libertà alle domande che la realtà pone.
Frankl individua tre vie privilegiate del senso. I valori di creazione, che si esprimono nell’agire e nel donare; i valori di esperienza, legati all’incontro con la natura, l’arte o l’amore; e i valori di atteggiamento, che emergono quando non è possibile cambiare la situazione ma solo scegliere come affrontarla. Quest’ultima via è il cardine dell’umanesimo frankliano: anche quando le libertà esterne sono ridotte, resta intatto uno spazio interiore di autodeterminazione.
Sul piano clinico, la logoterapia ha sviluppato tecniche originali e sorprendentemente attuali.
Con l’intenzione paradossa, il paziente è invitato — con humour e fiducia — a volere ciò che teme, rompendo il circolo vizioso dell’ansia anticipatoria. L’insonne decide di “restare sveglio tutta la notte”, il balbuziente di “balbettare ancora di più”: così si spezza la paura della paura e si dissolve l’ipercontrollo.
La dereflessione, invece, sposta l’attenzione dall’autofocus ossessivo verso un compito, una persona o un valore: non è distrazione, ma ricentramento sul mondo, un atto di apertura che restituisce direzione e scopo.
Infine, il colloquio socratico diventa lo strumento di un dialogo esigente ma rispettoso, in cui il terapeuta aiuta il paziente a chiarire valori e possibilità concrete, distinguendo ciò che dipende da lui da ciò che va accolto. La cura si trasforma così in un esercizio di libertà, responsabilità e consapevolezza.
Impatto e attualità
Nel dialogo con le altre scuole, Frankl condivide con Freud l’attenzione per la sofferenza e per i meccanismi di evitamento, ma rifiuta il riduzionismo pulsionale; con Adler la visione teleologica dell’agire, ma non la centralità del potere o del compenso. La logoterapia si è rivelata un ponte tra modelli umanistici e approcci contemporanei, capace di dialogare con la terapia cognitivo-comportamentale, con la Acceptance and Commitment Therapy (ACT) e con le psicoterapie esistenziali di Binswanger, May e Yalom. Nei contesti più recenti — oncologia, cure palliative, riabilitazione, prevenzione del suicidio — ha ispirato protocolli come le meaning-centered therapies, che declinano la ricerca di senso come processo terapeutico concreto.
Sul piano clinico, la logoterapia ha trovato applicazione soprattutto dove il tema del significato è esplicito: malattia grave, perdita, dipendenze, burnout. Il suo contributo non è sostituire farmaci o protocolli evidence-based, ma integrarli con un lavoro sui valori e sugli scopi che rafforza motivazione, aderenza e resilienza. Tecniche come intenzione paradossa e dereflessione, se utilizzate con competenza, risultano efficaci quando l’ansia nasce da ipercontrollo e auto-osservazione, offrendo al paziente una via per trasformare la reazione in azione significativa.
L’alfabeto frankliano — responsabilità, compito, contributo — è stato tradotto in pratiche educative e organizzative: orientamento centrato su scopi, leadership valoriale, prevenzione del cinismo professionale attraverso la chiarezza del perché. In un’epoca dominata da performance e metriche, la domanda di senso diventa un correttivo umanizzante: non fuga dalla realtà, ma orientamento dell’impegno entro limiti consapevoli.
Le critiche principali riguardano tre aspetti. Primo, il rischio di idealizzazione: non tutti possiedono le stesse risorse interiori o sociali per “scegliere l’atteggiamento”, e senza attenzione ai contesti la proposta può scivolare nel moralismo. Secondo, la base empirica: gli scritti di Frankl sono per lo più clinici e narrativi, e la ricerca controllata sulle tecniche, pur cresciuta, resta meno estesa rispetto ad altri approcci. Terzo, il rapporto con trauma e depressione gravi: la ricerca di senso non sostituisce trattamenti medici o psicoterapie strutturate, ma va calibrata e integrata in un lavoro interdisciplinare. La pratica matura risponde con rigore, umiltà metodologica e attenzione alle disuguaglianze.
Frankl resta attuale perché offre una bussola nelle crisi di scopo individuali e collettive. La sua proposta non è un ottimismo ingenuo, ma un’etica del compito: trovare, anche in misura limitata, un perché per cui valga la pena sopportare il come. Questo si traduce in gesti concreti — scegliere una responsabilità, coltivare esperienze di valore, mantenere un atteggiamento dignitoso di fronte al dolore — e in una postura terapeutica sobria, più attenta alle domande che alle risposte. Ha riportato la parola senso al centro della cura, mostrando che l’essere umano non è riducibile ai suoi meccanismi e che, anche nel buio, resta uno spazio di scelta. La logoterapia non è una ricetta universale, ma una grammatica dell’esistenza che invita a chiedersi non “che cosa ottengo?”, ma “a che cosa servo?”. Quando questa domanda trova risposta, molte altre — sul dolore, sul lavoro, sulle relazioni — diventano più affrontabili.


