Perls, Fritz

Friedrich “Fritz” Perls  è noto come uno dei fondatori della terapia della Gestalt, una psicoterapia esperienziale che sposta l’attenzione dal “perché sono così?” al “come sto entrando in contatto ora con me stesso, con te e con l’ambiente?”. In un’epoca in cui psicoanalisi e comportamentismo dominavano lo scenario, Perls riportò al centro la presenza, l’awareness, la responsabilità personale e la creatività del setting, trasformando la seduta in un laboratorio vivo di esperienza più che in un’analisi retrospettiva.

Biografia e contesto storico

Nato a Berlino, si forma in medicina e psichiatria e viene influenzato dalla psicologia della Gestalt (figure/sfondo, totalità, organizzazione) e dall’organismicità di Kurt Goldstein, che gli offre un modello dell’essere umano come sistema autoregolantesi in rapporto all’ambiente. Dopo la Grande guerra lavora come psicoanalista, ma presto matura una critica alla centralità dell’interpretazione e alla logica intrapsichica chiusa. Con l’ascesa del nazismo emigra in Sudafrica, dove pubblica la prima opera programmatica, Ego, Hunger and Aggression, che prefigura la svolta: digestione come metafora dell’assimilazione di esperienze, critica al “masticare” idee altrui senza farle proprie.

Nel dopoguerra si sposta negli Stati Uniti con Laura Perls (psicologa e cofondatrice cruciale della scuola) e incontra lo scrittore e critico Paul Goodman: dalla loro collaborazione nasce Gestalt Therapy: Excitement and Growth in the Human Personality (1951), testo fondativo che fonde teoria del campo, fenomenologia, pragmatismo e suggestioni esistenziali. Negli anni Sessanta, con i laboratori all’Esalen Institute e le dimostrazioni pubbliche, Perls diventa una figura popolare, a volte controversa: da un lato la capacità di rendere la terapia concreta e incisiva, dall’altro il rischio di spettacolarizzazione e di imitazioni tecnicistiche slegate dalla cornice teorica. Muore nel 1970, lasciando una scuola che in seguito si svilupperà in direzione più dialogica e relazionale.

Contributi teorici e pratici

Il cuore dell’impianto è il qui-e-ora come luogo privilegiato di cura. Non perché il passato sia irrilevante, ma perché se ne colgono gli effetti nel modo in cui la persona contatta e organizza l’esperienza presente. La terapia della Gestalt descrive il funzionamento come un processo di organismic self-regulation: dall’emergere di un bisogno alla sua soddisfazione, l’organismo seleziona figure su uno sfondo di possibilità. Quando il ciclo si inceppa — per abitudini, paura, norme interiorizzate — compaiono sintomi e ripetizioni.

Da qui la centralità dell’awareness (consapevolezza) e della responsabilità. Perls insiste sul “dire io” invece di parlare in forma impersonale, sull’uso del corpo come fonte di dati (postura, respiro, sguardo), sul linguaggio che tradisce evitamenti e scissioni. Ridare pienezza al contatto significa accorgersi di come interrompiamo, deviamo, attenuiamo. La teoria identifica varie interruzioni di confine tra e ambiente: l’introiezione (“ingoiare” regole senza digerirle), la proiezione (attribuire all’altro ciò che non riconosciamo in noi), la retrofessione (rivolgere contro di sé un’energia destinata all’esterno), la deflessione (sviare l’intensità con ironia, vaghezze), la confluenza (confini che si dissolvono). Nominare questi stili non serve a etichettare, ma a restituire alla persona la possibilità di scegliere come usare le proprie energie.

Un altro asse è la teoria del campo, debitrice anche di Lewin: ciò che accade in seduta non è proprietà del singolo, ma fenomeno di un campo relazione–ambiente. Perls e, in modo ancora più chiaro, Laura Perls e gli sviluppi successivi, insistono su una postura terapeutica dialogica: due soggettività in incontro, con il terapeuta che sostiene, differenzia, utilizza la propria presenza come parte dell’esperimento clinico. Non tanto interpretazioni dall’alto, quanto esperimenti concordati per esplorare possibilità prima trascurate.

Gli esperimenti sono la cifra pratica della Gestalt. Tra i più noti, il lavoro con le sedie: il paziente dialoga con una parte di sé, con una persona significativa o con un “oggetto interno” in una sedia vuota; lo scambio di posto rende visibili polarità e attribuzioni (“io accuso, io rispondo”, “desidero e temo”). Il focus non è recitare, ma sperimentare nuove modalità di contatto, riconoscendo emozioni, sensazioni e scelte che emergono. Anche lo unfinished business (questioni in sospeso) è trattato non con spiegazioni, ma con sequenze esperienziali che portano a un contatto più pieno e a un ritiro soddisfatto.

La terapia della Gestalt si nutre di concetti mutuati e rielaborati: figura/sfondo dalla psicologia della Gestalt, per dire che ciò che conta emerge su uno sfondo che lo rende possibile; ciclo di contatto (sensazione, consapevolezza, mobilitazione, azione, contatto, pienezza, ritiro), utile al clinico per individuare dove si inceppa il processo; paradosso del cambiamento (Beisser): si cambia non forzandosi a essere ciò che non si è, ma diventando pienamente ciò che si è, così da potersi muovere con maggiore libertà.

Il lessico della responsabilità è tanto etico quanto clinico: “io scelgo, io faccio”. Perls ha spesso usato la cosiddetta “preghiera della Gestalt” per provocare discussione sull’autonomia; la ricezione moderna sottolinea che quell’enfasi non giustifica individualismo solitario, ma sfida la dipendenza passiva da copioni e aspettative altrui. La responsabilità, dentro la teoria del campo, è sempre relazionale: riconoscere i vincoli e le possibilità del contesto, non negarlo.

Con Rogers esiste una parentela nell’attenzione alla persona, ma la via gestaltica è più esperienziale-attiva: accanto a empatia e accettazione, si chiede al paziente di provare azioni nuove, dar voce a parti silenziate, portare il corpo nella stanza. Con gli approcci psicodrammatici condivide la scena, ma la differenza è nella cornice: non interpretare un ruolo esterno, bensì dare forma drammatica a propri polarismi, in un campo protetto e regolato.

Impatto e attualità

L’impatto della Gestalt è duplice. Ha dato alla psicoterapia un linguaggio del processo — contatto, confine, awareness, interruzioni — che oggi molti approcci condividono. E ha introdotto pratiche che hanno contaminato formazione, coaching, lavoro di gruppo: focus sul qui-e-ora, feedback fenomenologico (“quando dici questo, noto che… io mi sento…”), uso del setting come luogo di apprendimento. La stagione di Esalen la rese visibile e attraente, ma anche vulnerabile a riduzioni teatralizzate: si confondono esperimenti con “trucchi”, intensità con efficacia, provocazione con cura. La scuola contemporanea ha corretto il tiro in senso dialogico-relazionale, valorizzando contributi di autori come Laura Perls, Isadore From, Erving e Miriam Polster, Yontef, Jacobs, che hanno chiarito l’orientamento etico e la cura della relazione.

Nel dialogo con la ricerca, la terapia della Gestalt ha vissuto fasi alterne. L’evidenza controllata è cresciuta soprattutto su specifici protocolli (lavoro sulle emozioni con tecnica della sedia per conflitti interni; processi di emotion-focused che ne riprendono l’impianto). In parallelo, concetti come consapevolezza corporea, regolazione esperienziale, tolleranza dell’emozione sono entrati in approcci affini o successivi (terapie focalizzate sulle emozioni, ACT, mindfulness clinica), a conferma della fecondità del terreno. Rimane essenziale, nelle applicazioni, evitare il manualismo di tecniche: senza la cornice di campo e la postura dialogica, la “sedia vuota” si svuota di senso.

Le critiche a Perls riguardano soprattutto lo stile confrontativo di alcune dimostrazioni pubbliche, l’eccesso di enfasi sul “rompere difese” e il rischio di letture individualistiche della responsabilità. A ciò si aggiunge, storicamente, una scarsa sistematizzazione in studi randomizzati nelle prime decadi. Le evoluzioni successive hanno integrato questi rilievi: maggiore attenzione alla sicurezza, alla modulazione del ritmo, all’alleanza, all’uso del sé del terapeuta come strumento fine, non come attore protagonista.

Oggi la prospettiva della Gestalt è utile dove occorre riattivare processi più che discutere contenuti: difficoltà di contatto e confine (nelle relazioni intime o nel lavoro), decisioni bloccate da polarizzazioni interiori, somatizzazioni che raccontano un contatto impoverito col corpo, impasse depressivi in cui desideri e azioni non si incontrano. In contesti educativi e organizzativi, la grammatica figura/sfondo e il lavoro sulle interruzioni aiutano a leggere riunioni che non “fanno contatto”, feedback che deflettono, leadership che confonde confluenza con armonia.

 

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