Anderson, Harlene

Harlene Anderson è una psicologa e terapeuta statunitense conosciuta per aver sviluppato, insieme a Harold Goolishian, l’approccio della Collaborative Therapy.  Attraverso il suo lavoro, Anderson ha contribuito a spostare la psicoterapia verso un modello più aperto, inclusivo e postmoderno, dove l’accento non è sul potere interpretativo dell’esperto, ma sulla capacità di costruire nuove narrazioni condivise.

Biografia e contesto storico

Harlene Anderson è nata nel 1942 negli Stati Uniti e  ha sviluppato le sue teorie in un contesto accademico vivace che ha favorito l’incontro tra modelli sistemici, costruttivisti e postmoderni. Dopo gli studi in psicologia, intraprese una collaborazione con Harold Goolishian presso l’Università di Houston, dando vita al Houston Galveston Institute, un centro che divenne punto di riferimento internazionale per lo sviluppo di pratiche terapeutiche innovative. Le influenze principali della sua formazione derivano dalla psicologia umanistica di Carl Rogers, che aveva posto al centro della terapia l’empatia e l’accettazione incondizionata, e dalle idee sistemiche sviluppate dal gruppo di Palo Alto, che analizzavano la comunicazione come chiave per comprendere le relazioni. A queste Anderson aggiunse un orientamento postmoderno, che enfatizzava il valore dei molteplici punti di vista e il rifiuto di un’unica “verità” sulla persona o sul problema.

Negli anni Sessanta e Settanta, un’epoca segnata da profondi cambiamenti sociali, Anderson iniziò a riflettere criticamente sul ruolo del terapeuta. Si allontanò dai modelli direttivi o interpretativi, privilegiando una visione più democratica del rapporto clinico. Questo portò alla nascita della Collaborative Therapy, che mise in discussione le gerarchie tradizionali tra esperto e cliente.

Contributi teorici e pratici

Il centro del pensiero di Anderson è l’idea che la terapia sia un processo dialogico e collaborativo, in cui il cliente è riconosciuto come esperto della propria esperienza. Il terapeuta non fornisce spiegazioni dall’alto, ma partecipa a un dialogo aperto, in cui entrambi costruiscono insieme nuove possibilità di significato. Questo approccio si fonda sulla convinzione che il linguaggio non descriva semplicemente la realtà, ma la crei: cambiare le narrazioni significa aprire nuove prospettive di vita.

Uno degli strumenti più noti introdotti da Anderson è il dialogo collaborativo, una pratica in cui il terapeuta utilizza domande aperte, riformulazioni e un ascolto attivo per incoraggiare il cliente a esplorare la propria esperienza. Ad esempio, invece di interpretare i sintomi di un paziente come segni di una patologia, il terapeuta esplora con lui i significati attribuiti a tali vissuti, cercando di ampliare le possibilità di comprensione e azione.

La Collaborative Therapy trova applicazione non solo nelle terapie individuali, di coppia o familiari, ma anche in contesti organizzativi, educativi e comunitari. In ambito educativo, ad esempio, è stata utilizzata per promuovere il dialogo tra insegnanti e studenti, incoraggiando pratiche di apprendimento più partecipative. In ambito organizzativo, i principi collaborativi hanno ispirato modalità di gestione basate sulla comunicazione aperta e sul problem solving condiviso.

Il lavoro di Anderson si colloca accanto ad altri approcci postmoderni, come la narrative therapy di Michael White e David Epston, con i quali condivide l’idea che le persone costruiscano la propria identità attraverso le storie che raccontano. Tuttavia, mentre la terapia narrativa enfatizza il rielaborare e “riscrivere” i racconti di vita, l’approccio di Anderson mette al centro il dialogo in tempo reale, come processo creativo e trasformativo.

Impatto e attualità sulla psicologia contemporanea

La Collaborative Therapy è stata accolta con interesse da chi cercava un modello più rispettoso, inclusivo e flessibile rispetto ai paradigmi più strutturati del comportamentismo o della psicoanalisi. Allo stesso tempo, non sono mancate critiche: alcuni professionisti hanno ritenuto che l’assenza di linee guida rigide potesse ridurre l’efficacia o la misurabilità degli interventi. Nonostante ciò, l’approccio collaborativo ha continuato a diffondersi e ad adattarsi a contesti diversi.

Oggi, l’eredità di Anderson si riflette nella crescente attenzione che la psicologia dedica alla centralità del paziente, alla co-costruzione di significati e al riconoscimento delle differenze culturali. Il metodo collaborativo viene applicato non solo nei setting clinici, ma anche nella mediazione familiare, nel lavoro interculturale e nelle pratiche comunitarie, dimostrando la sua versatilità. L’influenza di Anderson si estende anche alla formazione dei terapeuti, dove l’attenzione al dialogo e alla riflessività è diventata parte integrante di molti programmi accademici.

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