
Harry Frederick Harlow è tra le figure più note — e controverse — della psicologia del Novecento. Con gli studi su macachi rhesus, ha mostrato che il legame affettivo non nasce solo dal nutrimento, ma dal bisogno di contatto e di sicurezza: il celebre “contact comfort”. I suoi esperimenti hanno contribuito a spostare lo sguardo sull’importanza delle cure, del gioco e della socialità nello sviluppo, influenzando il pensiero sull’attaccamento e le pratiche assistenziali. Ma la sua eredità è inseparabile da questioni etiche sostanziali: protocolli di deprivazione severa che hanno lasciato un segno profondo sul dibattito su benessere animale e limiti della ricerca.
Biografia e contesto storico
Nato a Fairfield, Iowa, Harlow si forma all’Università di Stanford e poi approda all’Università del Wisconsin–Madison, dove fonda un laboratorio che diventerà un riferimento internazionale per lo studio sperimentale dello sviluppo sociale nei primati. Tra gli anni Trenta e Cinquanta lavora su apprendimento e “set di apprendimento”: con il Wisconsin General Test Apparatus osserva come i macachi migliorino nell’imparare ad imparare, trasferendo strategie da un compito all’altro. Questa attenzione alla struttura dell’apprendimento si intreccia con una curiosità crescente per le dimensioni affettive e relazionali, in un clima culturale in cui il comportamentismo spinge a spiegazioni incentrate sul rinforzo e il nutrimento.
È degli anni Cinquanta la svolta che lo renderà famoso: la dimostrazione, in condizioni controllate, che i cuccioli di macaco preferiscono passare tempo con una “madre” morbida che non offre latte rispetto a una “madre” di filo metallico che lo offre. Queste ricerche, condotte con la collaborazione di Margaret Harlow e altri, dialogano con le posizioni di John Bowlby e con i primi sviluppi della teoria dell’attaccamento, offrendo una base sperimentale a idee che fino ad allora erano spesso confinate a osservazioni cliniche e naturali.
Contributi teorici e pratici
Il contributo che ha segnato la storia è la dimostrazione della forza del contatto come bisogno primario. Nei celebri studi con due “madri” surrogate — una in filo metallico con biberon e una in stoffa morbida senza nutrimento — i piccoli trascorrevano la maggior parte del tempo aggrappati alla madre morbida, andando da quella di metallo quasi solo per nutrirsi. Quando introdotti in ambienti nuovi o stressanti, cercavano conforto nella madre morbida e da lì esploravano il contesto. L’inferenza è che il legame non sia un sottoprodotto del cibo, ma una base affettiva che offre sicurezza per l’esplorazione, anticipando temi che la teoria dell’attaccamento formalizzerà come “base sicura”.
Queste evidenze si accompagnano a risultati sul ruolo del gioco e dei pari. Harlow documenta che i giovani primati privati della possibilità di interagire con coetanei mostrano repertori sociali impoveriti, comportamenti stereotipati e difficoltà nel corteggiamento e nella genitorialità. Il gioco, lungi dall’essere un residuo superfluo, appare come il contesto in cui si apprende a regolare emozioni, a negoziare ruoli e a leggere segnali comunicativi.
Un filone cruciale, oggi giustamente discusso, riguarda le deprivazioni materne e sociali. Attraverso periodi di isolamento parziale e totale, Harlow e collaboratori hanno provato a misurare gli effetti di assenze prolungate di contatto e cura sullo sviluppo. L’uso di dispositivi come la camera di isolamento verticale — ribattezzata dallo stesso Harlow con un linguaggio volutamente provocatorio — e l’allevamento con madri surrogate ha prodotto quadri comportamentali drammatici: ritiro sociale, autolesionismo, incapacità di accudire la prole. Se la finalità dichiarata era dimostrare la necessità della relazione per lo sviluppo sano, i mezzi impiegati hanno sollevato e continuano a sollevare interrogativi etici radicali.
Al di là del filone affettivo, Harlow ha lasciato contributi metodologici duraturi. Il paradigma del learning set (“imparare a imparare”) ha mostrato che l’esperienza con famiglie di problemi genera meta-competenze trasferibili, un’intuizione oggi familiare nelle scienze cognitive e nella didattica. La cura nella costruzione di apparati sperimentali e di criteri di valutazione ha dato alla psicologia comparata una cassetta degli attrezzi per indagare funzioni complesse in specie non umane, pur entro i limiti di generalizzabilità tra specie.
L’insieme di questi risultati ha avuto ricadute pratiche che vanno oltre i laboratori. Nelle politiche per l’infanzia hanno contribuito a valorizzare il contatto e la responsività nelle cure precoci, a riformare pratiche di istituzionalizzazione e ad alimentare modelli di caregiving che riconoscono il valore del tenere in braccio, del contatto pelle a pelle e dell’attaccamento diadico. In educazione e clinica, l’enfasi sul gioco e sulla socialità come contesti di apprendimento ha sostenuto approcci che vedono nelle interazioni reali un motore dello sviluppo socio-emotivo, non un accessorio.
Impatto e attualità
L’impatto scientifico di Harlow è evidente nel modo in cui ha contribuito a smontare spiegazioni esclusivamente nutrizionistiche e a legittimare la centralità del legame affettivo. Le sue evidenze sono entrate nel dialogo con la teoria dell’attaccamento di Bowlby e Ainsworth, con ricerche successive su regolazione, base sicura ed esplorazione. L’idea che il contatto fisico e la sensibilità del caregiver modulino la capacità del bambino di regolare stress e curiosità è oggi corroborata da studi osservativi, longitudinali e neurobiologici, anche se il passaggio dai primati non umani all’umano richiede sempre cautela e contestualizzazione culturale.
In parallelo, l’eredità etica dei suoi studi è inseparabile dalla loro ricezione. I protocolli di isolamento e deprivazione hanno contribuito a modificare gli standard internazionali sulla ricerca con animali, stimolando l’adozione di comitati etici, del principio delle “3R” (sostituire, ridurre, raffinare) e di linee guida più stringenti sul benessere animale. La valutazione storica mostra un paradosso: gli stessi esperimenti che hanno promosso cure più umane per i bambini hanno sollevato indignazione per la sofferenza inflitta agli animali, accelerando la maturazione etica della disciplina.
Nel dibattito contemporaneo, l’apporto di Harlow resta una tappa obbligata ma non l’ultima parola. Le scienze dello sviluppo integrano oggi affettività, genetica, epigenesi, cultura e contesto socioeconomico. La comprensione dei legami passa per studi osservativi, interventi di sostegno alla genitorialità, politiche per i congedi e i servizi educativi, oltre che per la ricerca comparata condotta entro quadri etici nettamente diversi rispetto al suo tempo. In questa cornice, il “contact comfort” è una componente di un ecosistema di cure che comprende linguaggio, sguardo, sincronia, gioco e regolazione reciproca.
Guardare a Harlow con occhi odierni significa tenere insieme tre livelli. Il primo è esplicativo: il contatto e la responsività sono fattori potenti per lo sviluppo sano e per la resilienza allo stress. Il secondo è metodologico: gli allestimenti sperimentali ingegnosi mostrano quanto il design di compiti e ambienti determini ciò che vediamo, ammonendo a separare con cura inferenze e condizioni. Il terzo è etico: la legittimità di una ricerca dipende non solo dal suo potenziale conoscitivo, ma dall’equilibrio tra benefici e danni, dalla disponibilità di alternative e dalla trasparenza verso la società.
Per clinici, educatori e policy maker, la lezione praticabile è chiara: favorire legami precoci sensibili, spazi di gioco ricchi e sicuri, relazioni tra pari che permettano a bambini e bambine di esercitare competenze sociali. Per la comunità scientifica, il monito è duplice: valorizzare risultati storici senza mitizzarli e proseguire la ricerca su basi metodologiche ed etiche che riflettano gli standard attuali.


