Bruner, Jerome Seymour

Jerome Seymour Bruner dopo aver contribuito alla svolta cognitivista contro il comportamentismo, ha allargato lo sguardo alla cultura, al linguaggio e al racconto come forme con cui gli umani costruiscono significato. La sua tesi di fondo è semplice e potente: conoscere non è solo accumulare informazioni, ma imparare a dare forma all’esperienza dentro pratiche e narrazioni condivise. Da qui discendono idee decisive per la scuola e per la clinica: apprendimento per scoperta, “impalcature” che sorreggono l’allievo, curricolo a spirale, distinzione tra pensiero paradigmatico e narrativo, centralità dei contesti sociali dell’educazione.

Biografia e contesto storico

Nato a New York nel 1915, Bruner racconta di essere venuto al mondo cieco e di aver riacquistato la vista dopo un intervento nei primi anni di vita: un episodio che, nelle sue memorie, alimenta la curiosità per i modi in cui il mondo diventa intelligibile. Laureato a Duke e poi a Harvard, è tra i fondatori, con George A. Miller, del Center for Cognitive Studies nei primi anni Sessanta, quando la “rivoluzione cognitiva” riporta la mente al centro delle scienze psicologiche. In quegli anni pubblica The Process of Education (1960) e Toward a Theory of Instruction (1966), testi che incidono profondamente sui sistemi scolastici occidentali. Negli anni Settanta si trasferisce a Oxford, dove matura la svolta “culturale”, e negli anni Novanta lavora alla NYU School of Law, interessandosi anche alle strutture narrative del diritto.

Bruner attraversa tre stagioni intellettuali, ciascuna in dialogo critico con la precedente. La prima è cognitivista: attenzione alla categorizzazione, alle strategie di problem solving, alle rappresentazioni mentali. La seconda è educativa: focus sulla didattica, sui processi di scoperta, sul rapporto tra contenuti disciplinari e forme di mediazione. La terza è culturale e narrativa: la mente come costruttrice di significati all’interno di pratiche simboliche, storie, forme di vita. Questa traiettoria non è un abbandono ma un ampliamento progressivo del campo: dai meccanismi alla mediazione, dalla mente isolata alla mente in situazione.

Il suo rapporto con l’Italia è fecondo. Bruner incontra e commenta l’esperienza di Reggio Emilia, riconoscendo nella scuola dell’infanzia italiana un esempio altissimo di pedagogia della ricerca e dell’ascolto. Questi scambi non sono marginali: ribadiscono la tesi che l’educazione è sempre una pratica culturale e che i contesti istituzionali possono sostenere o soffocare le possibilità di pensiero dei bambini.

Contributi teorici e pratici

Una delle nozioni più celebri associate a Bruner è l’apprendimento per scoperta. Nella sua formulazione originaria, non significa abbandonare l’allievo alla spontaneità, bensì orchestrare esperienze che lo mettano in condizione di vedere una struttura concettuale. Qui agisce il principio dell’impalcatura (scaffolding): un sostegno intenzionale e temporaneo che rende affrontabile un compito altrimenti troppo difficile, per poi ritirarsi man mano che la competenza emerge. Il sostegno non è solo cognitivo: è anche motivazionale e affettivo, perché apprendere significa rischiare, provare, fallire in sicurezza.

Al pari del sostegno, decisivo è il curricolo a spirale: qualsiasi disciplina, sostiene Bruner, può essere insegnata in forma onesta a qualsiasi età se si trovano rappresentazioni adeguate. I contenuti ritornano a livelli di complessità crescente, ma l’idea profonda resta riconoscibile. In questa chiave, l’insegnamento non è trasferimento di informazioni, è messa in scena di forme del pensare disciplinare: come si costruisce un teorema, come si interpreta un testo, come si argomenta un’ipotesi scientifica.

La svolta narrativa arriva con Actual Minds, Possible Worlds (1986) e Acts of Meaning (1990). Bruner distingue due modalità del pensiero: la paradigmatica, che cerca verità formali e relazioni logico-causali, e la narrativa, che organizza l’esperienza in storie fatte di intenzioni, ostacoli, esiti, responsabilità. Non sono alternative: l’educazione completa coltiva entrambe. Ma la cultura e la vita quotidiana fanno largo uso della modalità narrativa, con cui costruiamo identità, memorie e giustificazioni. La psicologia che ignora le storie, sostiene Bruner, si priva di un accesso cruciale al significato.

Questo porta al tema dell’identità narrativa. Le persone non possiedono un come sostanza immobile: negoziano racconti su chi sono, da dove vengono, che cosa possono diventare. Le storie regolano ciò che riteniamo possibile o impossibile, desiderabile o vietato. In clinica e in educazione, aiutare qualcuno significa anche lavorare sui repertori narrativi disponibili e sulle cornici valoriali che li orientano.

Un ulteriore contributo è la nozione di Language Acquisition Support System (LASS): a fianco delle predisposizioni biologiche all’acquisizione del linguaggio, i bambini beneficiano di ambienti sociali che strutturano formati di interazione prevedibili. Giochi, routine, libri illustrati, dialoghi quotidiani forniscono forme ricorrenti in cui collocare parole e gesti. Il linguaggio emerge così nell’intreccio di predisposizione e cultura, attenzione con cui Bruner media tra posizioni nativiste e costruttiviste.

L’opera bruneriana ha sempre una valenza pratica. In classe, la “scoperta” funziona se gli insegnanti progettano compiti autentici, problemi aperti, domande che costringono a riorganizzare concetti. Ma Bruner avverte anche contro caricature ingenue: senza una regia didattica, la scoperta si trasforma in vagabondaggio. Il punto non è ridurre la lezione a spiegazioni frontali, bensì alternare momenti di guida esplicita e spazi di esplorazione, mantenendo leggibile la struttura delle idee.

Impatto e attualità

L’impatto di Bruner è vastissimo e attraversa psicologia, pedagogia, linguistica, studi culturali e perfino diritto. La distinzione tra modalità paradigmatica e narrativa ha aperto dibattiti sulla formazione del giudizio, sulla costruzione dell’identità, sull’uso del racconto in contesti professionali. Nella scuola, impalcature e curricolo a spirale restano riferimenti obbligati quando si parla di equità: rendere i saperi accessibili senza impoverirli.

Le critiche hanno una loro consistenza. C’è chi accusa l’apprendimento per scoperta di essere inefficiente rispetto a metodi più espliciti, soprattutto con studenti con basi fragili; altri vedono nella svolta narrativa il rischio di relativismo. Ma queste obiezioni colpiscono più le caricature che il progetto bruneriano. Bruner chiede semmai un equilibrio informato: continuità tra guida e autonomia, attenzione alla struttura dei contenuti, cura dei contesti culturali di senso.

La lezione più duratura di Bruner è forse questa: educare non è scegliere tra “contenuti” e “metodi”, tra “mente” e “cultura”, ma mettere in condizione le persone di partecipare a pratiche di significato. I bambini, diceva, sono già teorici, narratori, scienziati in erba. Il compito degli adulti è offrire loro impalcature giuste, restituire la bellezza delle idee nella loro struttura riconoscibile e aprire spazi in cui costruire storie più ricche e giuste su di sé e sul mondo.

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