Dewey, John

John Dewey è il filosofo e pedagogista che ha dato alla scuola e alla democrazia una grammatica pratica: l’esperienza come luogo di apprendimento, l’indagine (inquiry) come metodo del pensiero, la comunità come ambiente educativo. Con il pragmatismo ha proposto una visione in cui idee e valori si misurano nelle conseguenze e nella capacità di migliorare la vita comune. Per questo la sua opera parla ancora a insegnanti, psicologi, amministratori e cittadini.

Biografia e contesto storico

Nato nel Vermont, si forma alla Johns Hopkins University in un’America che, tra fine Ottocento e primo Novecento, vive industrializzazione, migrazioni e nuovi problemi urbani. Dopo i primi anni all’Università del Michigan, approda all’Università di Chicago, dove nel 1896 fonda la Laboratory School: una scuola-sperimentazione in cui mettere alla prova un’educazione centrata sull’esperienza e sul lavoro cooperativo. Dal 1904 insegna alla Columbia University, a New York, dove diventa una delle voci più ascoltate della “progressive education”. In questi decenni scrive i testi che lo renderanno un classico: How We Think (1910), Democracy and Education (1916), Experience and Nature (1925), Art as Experience (1934), Logic: The Theory of Inquiry (1938). Attivo nel dibattito pubblico, sostiene riforme scolastiche e diritti civili, viaggia e dialoga con scuole e istituzioni in Europa e Asia. Muore nel 1952, lasciando un’eredità che attraversa filosofia, pedagogia e scienze sociali.

Contributi teorici e pratici

Contributi teorici e pratici

Il primo cardine è l’idea di apprendimento come esperienza. Per Dewey non “possediamo” conoscenze come oggetti; le costruiamo mentre affrontiamo situazioni problematiche. L’esperienza non è mera attività pratica: è un ciclo in cui percepiamo un ostacolo, formuliamo ipotesi, mettiamo alla prova soluzioni, valutiamo effetti. Questo processo, che chiama inquiry, è la struttura del pensiero riflessivo e il modello della scienza. La scuola, dunque, non dovrebbe trasmettere solo contenuti, ma allenare bambini e ragazzi a indagare con strumenti della disciplina (linguaggi, concetti, procedure) dentro problemi significativi.

Il secondo asse è la scuola come comunità. In Democracy and Education, Dewey descrive la democrazia non solo come forma di governo, ma come “modo di vivere insieme” fatto di cooperazione, comunicazione e responsabilità condivisa. La classe è un laboratorio di vita comune: si apprende collaborando, discutendo evidenze, prendendo decisioni, assumendo ruoli. I “progetti” nascono da interessi reali e culminano in prodotti pubblici (una mostra, una cucina comune, un giornale scolastico) che rendono visibili scopi, criteri e risultati. L’autorità dell’insegnante non è abolita: si trasforma in guida che struttura ambienti, materiali e tempi perché l’indagine possa avvenire in modo rigoroso e inclusivo.

Terzo, il curricolo per centri d’interesse. Contro la frammentazione disciplinare, Dewey propone di organizzare esperienze intorno a nuclei di senso (nutrizione, casa, città, ambiente) dove convergono scienze, linguaggi, matematica, arti. Non si tratta di abbandonare i saperi, ma di dar loro una funzione dentro compiti genuini, così che concetti e abilità acquistino “spessore” e siano trasferibili. La manualità e il lavoro sono parte della formazione intellettuale: cucinare implica misure, chimica, storia del cibo; costruire un oggetto introduce progettazione, geometria, racconto.

Quarto, la teoria delle abitudini. In Human Nature and Conduct Dewey mostra che agiamo attraverso abitudini: schemi sensoriali, emotivi e motori che regolano l’attenzione e l’azione. L’educazione efficace non impone regole dall’alto; costruisce abitudini intelligenti, flessibili e riflessive. La disciplina di classe non è controllo esterno, ma organizzazione dell’ambiente che rende più probabile il comportamento cooperativo: spazi, materiali e routine sostengono la concentrazione e la responsabilità.

Quinto, una logica dell’indagine. In Logic: The Theory of Inquiry Dewey rilegge l’inferenza come sequenza operativa: dalla situazione indeterminata alla definizione del problema, dalla costruzione di ipotesi alla verifica pratica. La validità non è proprietà astratta ma esito di prove e controlli pubblici. Qui si vede la parentela con la scienza moderna e con la didattica laboratoriale: ciò che conta è la qualità dei passaggi e la disponibilità a correggersi alla luce dei risultati.

Sesto, arte ed esperienza. In Art as Experience l’estetico non è un lusso: è forma intensa e compiuta dell’esperienza, quando materiali, abilità e significati si integrano in un “tutto” percepibile. Portare arte e artigianato nella scuola non serve a “evadere”, ma a perfezionare attenzione, sensibilità, giudizio: le stesse competenze che nutrono scienza e cittadinanza.

Infine, la dimensione sociale dell’educazione. Scuola e società si modellano a vicenda: un’educazione autoritaria produce cittadini passivi; un’educazione che allena all’inchiesta e alla cooperazione alimenta istituzioni più aperte. L’istruzione pubblica è quindi un bene comune: deve essere inclusiva, attenta alle differenze, capace di compensare disuguaglianze e di preparare all’uso critico dei media e delle tecnologie, in continuità con l’idea deweyana di comunicazione come tessuto della vita democratica.

Impatto e attualità

L’impatto di Dewey si vede su tre piani. Nella scuola, ha ispirato movimenti di “scuola attiva” e pedagogie per progetti: curricoli integrati, laboratori, lavoro cooperativo, valutazioni che valorizzano processi oltre ai risultati. L’educazione come learning by doing non è un fare generico, ma un fare con criterio, guidato da domande, evidenze e revisioni. Nel lavoro sociale e organizzativo, la sua idea di comunità e di indagine condivisa ha alimentato pratiche deliberative, design partecipativo, apprendimento nei team. In filosofia, il pragmatismo deweyano ha influenzato epistemologia, etica pubblica e teoria della democrazia deliberativa.

Le critiche hanno aiutato a chiarire il perimetro. Alcuni hanno letto il progressivismo deweyano come indulgente, rischioso per la solidità dei contenuti; altri hanno notato che progetti mal progettati degenerano in attivismo senza pensiero. La risposta coerente con Dewey è metodologica: senza problemi autentici, strutture chiare, strumenti di disciplina e valutazioni robuste, l’esperienza non educa. Viceversa, curricoli solo trasmissivi non costruiscono abitudini riflessive e competenze trasferibili. L’equilibrio sta nel far coincidere rigore disciplinare e funzione: matematica, storia, scienze hanno statuti precisi, ma fioriscono quando sono messe al lavoro dentro compiti sensati.

Oggi, tra competenze chiave, cittadinanza digitale e nuove disuguaglianze, Dewey è sorprendentemente attuale. La sua logica dell’inquiry sostiene didattiche che partono da domande e dati; la scuola come comunità orienta pratiche di cooperazione e inclusione; l’attenzione alle abitudini invita a progettare spazi e routine che proteggano attenzione e autonomia in un mondo di distrazioni; l’idea di valutazione come feedback sostiene approcci formativi in cui l’errore è informazione e non stigma. Anche il rapporto scuola–territorio trova in Dewey un lessico: biblioteche, musei, laboratori, associazioni diventano “ambienti educativi” diffusi, dove si impara a partecipare e a deliberare.

Per la psicologia dell’educazione e dello sviluppo, Dewey offre un ponte con autori come Piaget e Vygotskij: come loro concepisce l’apprendimento come costruzione attiva e sociale, ma insiste sulla dimensione pubblica e civica dell’indagine. Per i servizi educativi e la formazione degli insegnanti, la lezione è operativa: allenare il pensiero riflessivo con routine chiare (domanda–ipotesi–prova–revisione), costruire comunità di classe in cui il linguaggio argomentativo sia praticato, documentare processi e prodotti per rendere visibili criteri e progressi.

In conclusione, la proposta di Dewey non è uno stile “morbido” di scuola, ma un’etica del rigore pratico: legare sapere e fare, unire libertà e responsabilità, far crescere abitudini intelligenti in ambienti che rendono possibile pensare insieme. È questo il senso della sua democrazia: una vita associata in cui ogni generazione impara a migliorare la successiva, con strumenti pubblici di indagine e di decisione. Ecco perché, ancora oggi, il suo nome è una bussola per chi progetta curricoli, servizi e politiche educative.

Impatto e attualità

Il pensiero di Dewey ha influenzato la pedagogia, la psicologia dell’educazione e le scienze sociali. Ha dato fondamento teorico alle pratiche di scuola attiva, ai curricoli per progetti, alle valutazioni formative. Il principio del learning by doing è stato assunto come modello di apprendimento basato su problemi e verifica empirica.

Nel lavoro sociale e nelle organizzazioni, la sua concezione di comunità ha orientato metodologie partecipative, ricerca-azione e apprendimento nei gruppi. In filosofia, il pragmatismo deweyano ha inciso su epistemologia, etica pubblica e teoria della deliberazione democratica.

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