Calkins, Mary Whiton

Mary Whiton Calkins è stata una psicologa e filosofa statunitense che ha dato contributi duraturi alla psicologia della memoria e a una teoria della persona nota come self-psychology. Prima donna presidente dell’American Psychological Association (1905) e poi dell’American Philosophical Association (1918), ha anche incarnato la battaglia per l’accesso delle donne alla formazione e al riconoscimento accademico, dopo che Harvard le negò il dottorato pur avendolo pienamente meritato.

Biografia e contesto storico

Nata a Hartford, si forma in lettere classiche e filosofia e viene chiamata a insegnare al Wellesley College, dove nel 1891 apre uno dei primi laboratori di psicologia negli Stati Uniti in un’istituzione femminile. Per prepararsi alla nuova disciplina, segue a Cambridge i corsi di William James e Josiah Royce e lavora nel laboratorio di Hugo Münsterberg. Supera tutti i requisiti per il PhD ad Harvard, ma l’università, allora preclusa alle donne, rifiuta di concederle il titolo; l’offerta successiva di un dottorato da Radcliffe (college affiliato) verrà da lei respinta in segno di principio. Calkins resterà a Wellesley per tutta la carriera, unendo attività sperimentale, insegnamento e scrittura teorica.

Contributi teorici e pratici

Il suo nome è legato innanzitutto alla ricerca sulla memoria e, in particolare, al metodo degli apprendimenti accoppiati (paired-associate learning). Calkins introduce compiti in cui coppie di stimoli—ad esempio numero–colore o sillaba–sillaba—vengono apprese per associazione controllata, così da misurare con precisione l’effetto di variabili come frequenza, ordine di presentazione, intervallo, vividità e “concretezza” del materiale. Questo paradigma diventerà un pilastro della psicologia sperimentale della memoria nel Novecento, perché consente di separare in modo pulito fase di acquisizione, ritenzione e richiamo, aprendo la strada a comparazioni tra gruppi e a manipolazioni sistematiche.

Alla stagione sperimentale affianca una riflessione teorica originale: la self-psychology. Contro una psicologia ridotta a somma di contenuti o processi, Calkins pone al centro il personale come unità organizzativa dell’esperienza cosciente. La mente non è solo un flusso di stati; è un soggetto che vive relazioni oggettuali e sociali, che riconosce continuità e identità, che attribuisce valori e scopi. Questo impianto, dialogando con il pragmatismo di James e con il personalismo filosofico, mira a ricomporre l’unità del vissuto evitando sia i riduzionismi elementaristi sia le reificazioni di facoltà astratte.

Un altro filone è lo studio dei sogni. Con tecniche di systematic introspection e diari, Calkins mostra che le esperienze oniriche tendono a rielaborare contenuti della vita recente, spesso centrati sul sé e sulle sue relazioni, anticipando temi che verranno poi confermati da ricerche successive sulla continuità tra vita diurna e sogni. Anche qui la sua prospettiva resta empirica: raccogliere dati, controllare variabili, trarre inferenze misurate.

Il suo lavoro didattico e manualistico è ricco: un Introduction to Psychology molto usato nelle aule, testi su metodo e storia della disciplina, saggi che precisano differenze tra psicologia come scienza della coscienza e filosofie della persona. La scrittura, chiara e sistematica, cerca costantemente un equilibrio tra laboratorio e quadro concettuale, con l’obiettivo di fornire agli studenti un linguaggio preciso per parlare di processi mentali senza perderne il senso unitario.

Impatto e attualità

L’eredità sperimentale di Calkins è evidente: il paradigma degli apprendimenti accoppiati diventa la matrice per decenni di studi su associazione, interferenza, dimenticanza e ruolo dell’attenzione; verrà adottato e raffinato in campi che vanno dalla psicologia dell’istruzione alla neuropsicologia. La sua self-psychology, a lungo considerata minoritaria rispetto al comportamentismo e poi al cognitivismo, è stata rivalutata come precorritrice di molte linee attuali: studi su self-referential processing, memoria autobiografica, identità narrativa, ruolo del sé nella regolazione motivazionale e nelle decisioni. Il suo tentativo di tenere insieme soggettività, metodo e funzione sociale del conoscere appare sorprendentemente contemporaneo.

Il profilo istituzionale ha avuto un impatto simbolico potente. La presidenza dell’APA nel 1905 e, più tardi, dell’American Philosophical Association segnano un precedente per l’accesso delle donne alla leadership accademica. Il rifiuto del dottorato “di ripiego” e la scelta di restare in un college femminile per costruire laboratorio, corsi e ricerca hanno un valore che va oltre la biografia: indicano come la scienza cresca anche in contesti periferici quando vi si investe in infrastrutture, metodo e formazione.

Le critiche storiche al suo impianto toccano soprattutto l’uso dell’introspezione e la vaghezza che, talvolta, la categoria di “sé” può introdurre se non è ancorata a protocolli chiari. Ma qui sta anche la sua lezione: l’introspezione può essere metodica se condotta con rigore; il concetto di sé può essere operativo se impiegato come principio organizzatore e non come entità metafisica. La sua opera invita a coltivare un lessico che non perda l’esperienza viva nel tentativo di misurarla.

Rileggere Calkins oggi significa riconoscere che molta psicologia contemporanea—dalla ricerca sulla memoria autobiografica alle scienze affettive, dalla metacognizione alla psicologia morale—torna a interrogare il ruolo del soggetto, dei valori e dei contesti. Il suo equilibrio tra paradigma sperimentale e attenzione alla persona offre ancora una bussola per insegnare, fare ricerca e praticare in modo che i numeri restino al servizio delle domande giuste.

 

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