Con operosità vs inferiorità Erik Erikson descrive il compito evolutivo tipico dell’età scolare, indicativamente tra i 6 e i 12 anni. In questa fase il bambino entra nel mondo del lavoro scolastico e delle attività strutturate: si misura con compiti, valutazioni, regole, confronto con i pari. La domanda di fondo è: posso sentirmi capace di imparare e contribuire, oppure mi percepisco come sempre meno degli altri?
L’operosità è la sensazione di poter impegnarsi, apprendere e portare a termine compiti socialmente riconosciuti. L’inferiorità nasce quando l’esperienza ripetuta è di insuccesso, svalutazione o confronto costante e sfavorevole, fino a interiorizzare l’immagine di sé come poco capace.
Definizione e contesto teorico
Nella sequenza di Erikson, questa fase segue quella dell’iniziativa. Il bambino porta a scuola la propria spinta a fare, ma ora deve confrontarla con richieste più formali: leggere, scrivere, contare, rispettare consegne, collaborare. Lo sguardo di insegnanti e compagni diventa centrale nel costruire l’idea di essere o meno competente.
Erikson parla di sviluppo del senso di competenza: la percezione di poter svolgere compiti riconosciuti dalla comunità. Non si tratta solo di prestazione cognitiva, ma anche di capacità di impegnarsi, di cooperare, di portare a termine ciò che si è iniziato.
Struttura e meccanismi
Il nucleo della fase è il rapporto con il lavoro, inteso come insieme di attività scolastiche, manuali, sportive, artistiche. Il bambino sperimenta la differenza tra impegno, errore, miglioramento, successo. Il modo in cui adulti e pari reagiscono a questi tentativi pesa sulla costruzione dell’autostima.
Quando si offrono compiti alla portata, si riconosce lo sforzo oltre al risultato, si danno feedback chiari ma non umilianti, può svilupparsi un senso di operosità: con impegno posso riuscire. Se invece prevalgono fallimenti ripetuti, critiche globali (“non sei capace”), confronti umilianti, è più probabile che si consolidi un sentimento di inferiorità, con ansia di prestazione, ritiro o competitività difensiva.
Varianti e confini concettuali
Operosità non coincide con il semplice “essere bravi a scuola”. Bambini che faticano in alcune materie possono costruire senso di competenza attraverso altre attività riconosciute come significative: sport, arte, compiti pratici, ruoli sociali nel gruppo. La polarità riguarda la possibilità di sentirsi utili e efficaci in qualche ambito.
È importante distinguere tra difficoltà specifiche di apprendimento e vissuti di inferiorità. Un disturbo dell’apprendimento non implica necessariamente sentirsi “meno degli altri”: ciò dipende da come l’ambiente interpreta e sostiene queste difficoltà. Anche le competenze relazionali, come saper collaborare e rispettare regole, contribuiscono al senso di operosità.
Applicazioni nella pratica e nella ricerca
A scuola, questa fase invita a prestare attenzione al modo di proporre compiti e feedback: valorizzare progressi, fissare obiettivi realistici, evitare etichette globali aiuta a sostenere un senso di competenza. Pratiche come l’apprendimento cooperativo permettono a ciascuno di sperimentare di avere qualcosa da offrire.
Nel lavoro clinico con bambini in età scolare, vissuti di fallimento e di vergogna legati alla scuola sono frequenti. La cornice operosità vs inferiorità permette di leggere ritiro, somatizzazioni o rifiuto scolastico anche come espressione di un senso di incapacità sedimentato nel tempo. La ricerca, pur non sempre richiamando direttamente Erikson, esplora temi vicini attraverso studi su autostima scolastica, autoefficacia e motivazione.
Discussione critica e sviluppi
Il contributo di Erikson è aver messo in luce quanto l’esperienza scolastica e di lavoro incida sulla costruzione di sé come competente o incapace, spostando l’attenzione dall’idea di talento innato a quella di competenza costruita nell’incontro tra richieste e sostegni.
Il limite, se il modello viene usato in modo rigido, è la tendenza a leggere tutto solo in termini individuali, trascurando disuguaglianze e contesti educativi differenti. Gli sviluppi recenti integrano la prospettiva di Erikson con studi su motivazione, mentalità di crescita e resilienza scolastica, definendo l’operosità non come semplice “bravura”, ma come atteggiamento attivo verso il compito: curiosità, perseveranza, disponibilità a imparare dagli errori.


