Con il termine proiezione si indica un meccanismo psichico, per lo più inconscio, attraverso cui pensieri, emozioni o impulsi difficili da accettare vengono attribuiti ad altri. Non è soltanto una difesa: è anche un modo primario con cui costruiamo l’immagine dell’altro e di noi stessi, rendendo permeabile il confine tra mondo interno e realtà condivisa.

Definizione e contesto teorico

Sigmund Freud descrisse la proiezione come una strategia dell’Io per allontanare contenuti minacciosi, spostandoli all’esterno. In questo passaggio, ciò che è intollerabile in viene percepito come proveniente dall’altro, con una riduzione momentanea dell’angoscia. Nello sviluppo della psicoanalisi, il concetto si è ampliato: per Carl Gustav Jung la proiezione partecipa alla costruzione delle relazioni attribuendo agli altri qualità archetipiche; per Melanie Klein diventa nucleo dei primi assetti del mondo interno, fino alla nozione di identificazione proiettiva, in cui il soggetto non solo espelle parti di sé, ma tende a indurre nell’altro vissuti coerenti con quanto proietta.

La prospettiva contemporanea integra questo sguardo con le scienze cognitive e sociali: processi di attribuzione, bias interpretativi e aspettative preconcette mostrano come la mente completi le informazioni mancanti attribuendo intenzioni e stati mentali all’esterno. La proiezione così intesa non è soltanto patologica, ma una componente ordinaria del pensare relazionale, che diventa disfunzionale quando è rigida, massiva o distorce stabilmente la realtà condivisa.

Struttura e meccanismi

La proiezione si attiva quando vissuti interni – ostilità, invidia, vergogna, desideri non accettati – entrano in conflitto con l’immagine di sé o con le istanze morali. Il loro spostamento all’esterno consente di preservarne la distanza, ma modifica la percezione dell’altro, che viene letto come portatore di ciò che non si vuole riconoscere. Nelle organizzazioni nevrotiche la proiezione è episodica e simbolica; nelle psicosi può diventare massiva e colonizzare la realtà fino a forme deliranti. In ottica kleiniana, nei primi mesi di vita proiezione e scissione organizzano l’esperienza in oggetti “buoni” e “cattivi”; con la crescita, l’integrazione riduce la necessità di difese rigide.

L’identificazione proiettiva aggiunge una dimensione interattiva: il soggetto comunica, spesso in modo non verbale, parti emotive difficili da tollerare, e l’interlocutore può finire per sentirle come proprie. In terapia questo si osserva nel controtransfert, dove le risonanze del terapeuta diventano materiale prezioso per comprendere la dinamica in corso, a condizione che vengano pensate e restituite senza agire impulsivo.

Varianti e confini concettuali

È utile distinguere la proiezione da meccanismi vicini. Nello spostamento l’affetto viene trasferito su un bersaglio più sicuro, ma resta interno; nella razionalizzazione l’emozione è mascherata da spiegazioni plausibili; nella negazione è rifiutata la realtà di un fatto. In psicologia sociale, attribuire intenzioni ostili a un gruppo out-group può essere letto come proiezione ma anche come effetto di bias di attribuzione; la differenza sta nella funzione difensiva e nella qualità affettiva del fenomeno.

Esiste inoltre una proiezione “quotidiana” fisiologica, che colora l’altro delle nostre aspettative e del nostro stile affettivo, e una proiezione disfunzionale, rigida e pervasiva, che impoverisce l’autoconoscenza e irrigidisce le relazioni. La clinica si occupa soprattutto di quest’ultima, ma riconoscere la quota fisiologica aiuta a evitare etichettamenti eccessivi.

Applicazioni nella pratica e nella ricerca

In psicoterapia la proiezione è un varco privilegiato verso i contenuti rimossi. Il lavoro clinico consiste nel renderne pensabile l’uso: dal “l’altro è ostile” al “sto attribuendo all’altro la mia ostilità”. Nel transfert i vissuti proiettati su terapeuta e cura offrono un laboratorio protetto per riconoscere antiche configurazioni relazionali e trasformarle. Fuori dalla clinica, la proiezione aiuta a leggere dinamiche di coppia, team di lavoro e contesti educativi: il partner percepito come svalutante, il collega vissuto come minaccioso, il gruppo esterno temuto come aggressivo possono riflettere parti interne non riconosciute.

La ricerca contemporanea collega la proiezione a processi di attribuzione e mentalizzazione: quando la tolleranza all’ambivalenza diminuisce e lo stress aumenta, cresce la probabilità di interpretazioni proiettive. Studi sull’empatia e sui sistemi di risonanza motoria suggeriscono che comprendere l’altro implica sempre una quota di “metterci del nostro”, che va regolata perché non diventi invasione del significato altrui.

Stato dell’arte, limiti e sviluppi

Le critiche riguardano la verificabilità empirica e il rischio di uso tautologico: tutto ciò che l’altro smentisce potrebbe essere detto “proiettato”. Per questo, in clinica è essenziale ancorare l’ipotesi proiettiva al contesto, alle sequenze interattive e alla trasformazione osservabile nel qui-e-ora della relazione. L’integrazione con modelli cognitivi e neuroscientifici rafforza la cornice, mostrando come attenzione, memoria e aspettative medino la percezione dell’altro.

Gli sviluppi attuali mirano a un uso clinico sobrio e relazionale: non smascherare, ma co-costruire significati che rendano le proiezioni riconoscibili e integrabili. In questa prospettiva, la proiezione resta una bussola per orientarsi nelle aree d’ombra del legame, trasformando l’attribuzione difensiva in occasione di conoscenza di sé e dell’altro.

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