La teoria della pulsione di morte come trasformazione fu formulata da Sabina Spielrein (1885–1942), una delle prime donne psicoanaliste e una delle figure più originali del pensiero psicologico del primo Novecento. Allieva e poi collega di Carl Gustav Jung, in dialogo con Sigmund Freud, Spielrein elaborò una concezione della distruzione non come fine, ma come momento necessario del processo vitale e psichico.
Nel suo saggio del 1912, La distruzione come causa del divenire, propose una visione innovativa: la pulsione di morte non va intesa come forza di annientamento, ma come energia di trasformazione, indispensabile per la nascita del nuovo. Questa intuizione anticipò di quasi vent’anni la teoria freudiana di Eros e Thanatos (1920), ponendo le basi per una lettura dialettica della vita psichica, fondata sull’intreccio tra costruzione e distruzione.
Definizione e contesto teorico
Spielrein osservò che ogni forma di vita, biologica o psichica, si fonda su un continuo alternarsi di creazione e dissoluzione. La morte non è un evento accidentale o un principio estraneo alla vita, ma una condizione necessaria al suo rinnovamento. Nella sua prospettiva, distruzione e nascita sono due poli inseparabili dello stesso processo evolutivo: la cellula che muore permette lo sviluppo dell’organismo, il desiderio erotico implica la temporanea perdita dell’Io, la creatività nasce dalla rottura di un equilibrio precedente.
Questa visione colloca la pulsione di morte all’interno dell’Eros stesso, come momento trasformativo della vita. La distruzione non è il contrario della vitalità, ma la sua condizione: per rinascere, qualcosa deve morire. Spielrein si distanzia così dalla futura formulazione di Freud, in cui Thanatos sarà concepito come forza autonoma di disintegrazione, in tensione con Eros. In lei, al contrario, la morte è parte integrante della pulsione vitale, non la sua negazione.
Struttura concettuale e dinamiche
Il centro della riflessione di Spielrein è la sessualità, intesa come esperienza di fusione e di perdita parziale dell’identità. Nell’atto erotico, osserva, si verifica una momentanea dissoluzione dei confini dell’Io: l’individuo si “perde” nell’altro per generare qualcosa di nuovo, biologico o simbolico. In questo senso, l’elemento distruttivo della pulsione erotica non coincide con la morte fisica, ma con la trasformazione dell’essere.
La psicoanalista russa evidenzia così l’ambivalenza del desiderio: amare significa anche accettare di dissolvere una parte di sé, di lasciar morire una forma identitaria per rinascere in una nuova relazione. L’inconscio, nelle sue fantasie di fusione o di annientamento, non esprime solo paura della morte, ma anche un impulso alla rigenerazione. La distruzione è dunque il passaggio attraverso cui la psiche evolve, rinnova se stessa e amplia la propria capacità di sentire.
Applicazioni cliniche e implicazioni terapeutiche
La prospettiva di Spielrein ha avuto importanti conseguenze nella pratica psicoanalitica e psicoterapeutica. Propone una visione in cui i movimenti distruttivi del paziente — aggressività, regressione, impulso di rottura — non vanno considerati semplicemente come resistenze, ma come momenti di crisi trasformativa. Nel processo di cura, accogliere la dimensione distruttiva significa riconoscere che anche la disgregazione può contenere un potenziale di rinascita.
In questa chiave, la pulsione di morte diventa una risorsa per la guarigione: la parte che vuole “distruggere” è spesso la stessa che cerca, inconsciamente, di liberarsi da forme psichiche ormai esaurite. L’aggressività o il dolore, se elaborati e integrati, possono aprire a un nuovo equilibrio, restituendo alla persona la possibilità di trasformare la propria esperienza.
Impatto sulla psicoanalisi e sulla cultura contemporanea
Per lungo tempo, la teoria di Spielrein rimase ai margini della storia ufficiale della psicoanalisi, oscurata dalle figure di Freud e Jung e dimenticata a causa della sua tragica vicenda personale. Solo a partire dagli anni Ottanta il suo contributo è stato riscoperto e valorizzato come una delle anticipazioni più brillanti del pensiero psicoanalitico moderno.
Il suo concetto di distruzione come causa del divenire ha influenzato indirettamente teorie successive, come la psicoanalisi delle relazioni oggettuali e gli studi sul trauma e sulla creatività. In Melanie Klein, ad esempio, si ritrova l’eco di questa visione nella dialettica tra pulsioni di vita e di morte all’opera sin dall’infanzia. Ma la traccia di Spielrein attraversa anche la filosofia, l’antropologia e l’arte contemporanea, in tutte le riflessioni che vedono nella distruzione una premessa alla trasformazione.
Oggi, la teoria della pulsione di morte come trasformazione non è solo una tappa della storia della psicoanalisi, ma un paradigma ancora attuale per leggere i processi di crisi, perdita e rinascita che caratterizzano la vita psichica. Spielrein ci invita a considerare la distruzione non come un fallimento, ma come parte essenziale del divenire umano — la soglia attraverso cui il nuovo può emergere.


