Spielrein, Sabina

Sabina Spielrein è stata una psicoanalista e teorica della mente tra le figure più originali del primo Novecento. La sua riflessione sul nesso tra distruzione e creazione, affetto e linguaggio, ha anticipato sviluppi fondamentali della psicoanalisi e della psicologia relazionale. Il suo legame con Carl Gustav Jung, vissuto anche come relazione affettiva e analitica, costituì un banco di prova precoce per la concettualizzazione di transfert e controtransfert come dinamiche reciproche della cura. Da quell’esperienza Spielrein trasse una visione della terapia come processo di trasformazione condivisa. Nel suo modello, gli affetti non sono epifenomeni pulsionali, ma forme organizzatrici dell’esperienza che, nel passaggio dall’indicibile al simbolico, costruiscono identità e legame. A lungo marginalizzata, la sua opera è oggi riconosciuta come una delle matrici teoriche della psicoanalisi contemporanea.

Biografia e contesto storico

Nata nel 1885 a Rostov sul Don in una famiglia ebrea colta, Spielrein ricevette un’educazione scientifica e artistica che ne affinò la sensibilità per i registri simbolici e per gli aspetti non verbali dell’esperienza. Nel 1904 fu ricoverata alla clinica Burghölzli di Zurigo, diretta da Eugen Bleuler, dove incontrò Carl Gustav Jung, allora giovane assistente. Tra i due nacque un rapporto intenso e ambivalente, che intrecciò dimensioni terapeutiche, affettive e intellettuali: un vero laboratorio clinico in cui si misuravano i confini tra osservazione, partecipazione e risonanze controtransferali. Da qui maturò in Spielrein l’interesse per la relazione analitica come campo bidirezionale di scambio affettivo.

Nel 1911 si laureò in medicina con una tesi sui processi schizofrenici. Tra Zurigo e Vienna entrò nella rete del movimento psicoanalitico nascente, mantenendo scambi con Jung e con Sigmund Freud e contribuendo ai dibattiti sulla natura della pulsione e del simbolico. Dopo il periodo svizzero si trasferì a Vienna e quindi rientrò in Russia, dove partecipò alla fondazione della Società Psicoanalitica di Mosca e lavorò in ambito clinico ed educativo, con particolare attenzione all’infanzia.

In Russia collaborò con ambienti vicini alla successiva scuola storico-culturale, in dialogo con interessi affini a quelli di Lev Vygotskij e Aleksandr Lurija su linguaggio, sviluppo e simbolizzazione. Negli anni Trenta la repressione sovietica portò al bando della psicoanalisi; Spielrein proseguì comunque il lavoro clinico fino al 1942, quando fu uccisa dai nazisti nel massacro di Rostov. La pubblicazione, dagli anni Settanta, di corrispondenze e manoscritti ha restituito la portata del suo contributo teorico e clinico.

Contributi teorici e pratici

Il saggio La distruzione come causa del divenire (1912) formula l’ipotesi che distruzione e creazione siano momenti complementari del processo vitale: ogni trasformazione implica lo scioglimento di forme precedenti e la loro riorganizzazione in configurazioni nuove. In questa prospettiva, la sessualità non è solo scarica di tensione, ma forza generativa che mette in gioco perdita, fusione e differenziazione. Quando Freud, nel 1920, teorizzerà la pulsione di morte in Al di là del principio di piacere, il suo discorso troverà risonanze esplicite nelle tesi di Spielrein: il movimento verso quiete e annullamento non come puro nulla, ma come condizione di riformulazione psichica.

Spielrein elaborò inoltre l’idea di un “linguaggio primario” affettivo, livello preverbale in cui il bambino organizza l’esperienza tramite ritmi, gesti, suoni e immagini. Nei suoi lavori con i minori l’attenzione al gioco, alla prosodia e ai segni corporei diventa metodologia: il clinico ascolta il tessuto affettivo prima delle parole, facilitando il passaggio dall’indicibile alla rappresentazione simbolica. Questo orientamento anticipa filoni della psicoanalisi infantile e dialoga con la futura valorizzazione dell’area transizionale.

Rispetto a Jung, con cui condivide l’interesse per le immagini primarie, Spielrein riduce il peso di un archetipo inteso come struttura fissa e sottolinea invece la genesi relazionale-affettiva dei simboli: l’“universale” scaturisce da ripetizioni condivise di esperienza più che da forme atemporali. Sul piano clinico propone una pratica attenta alla relazione e alla risonanza controtransferale come strumento di comprensione; valorizza il materiale figurativo e narrativo, il gioco e i sogni come ponti tra affetto primario e simbolo, evitando interpretazioni premature o autoritative.

Impatto e attualità

L’impatto del pensiero di Spielrein si coglie sul piano storico-teorico, clinico e interdisciplinare. La dialettica distruzione–creazione ha fornito alla psicoanalisi un lessico per pensare il cambiamento come trasformazione simbolica; la nozione di linguaggio affettivo primario ha orientato pratiche che, dalla psicoanalisi infantile ai modelli intersoggettivi, riconoscono nell’affetto preverbale il fondamento della simbolizzazione. La sua posizione, a lungo marginalizzata per ragioni istituzionali e culturali, è stata rivalutata dalla storiografia a partire dagli anni Settanta.

Oggi le sue intuizioni dialogano con autori e tradizioni che hanno posto al centro relazione, gioco e creatività: dalle linee kleiniane e winnicottiane fino alla psicoanalisi relazionale contemporanea, con attenzione alla co-costruzione del senso nella coppia analitica e alla regolazione affettiva precoce. L’attualità di Spielrein risiede nella capacità di connettere affetto, linguaggio e creatività in un unico processo trasformativo che informa tanto la teoria quanto la tecnica.

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