
In psicoterapia, l’ascolto non è solo un atto tecnico, ma una forma di incontro umano. Sándor Ferenczi, uno dei pensatori più originali della prima psicoanalisi, fu tra i primi a sostenere che il terapeuta dovesse entrare in una relazione autentica con il paziente. In un’epoca in cui l’analista era visto come uno specchio neutrale, Ferenczi propose un modello radicalmente diverso: la cura nasce dal riconoscimento reciproco e dalla disponibilità a condividere emotivamente il dolore dell’altro.
Biografia e contesto storico
Sándor Ferenczi nacque nel 1873 a Miskolc, in Ungheria, in una famiglia di origine ebraica. Medico di formazione, si avvicinò presto alle idee di Freud e divenne uno dei suoi più stretti collaboratori. Partecipò attivamente alla fondazione del movimento psicoanalitico internazionale, contribuendo alla diffusione della psicoanalisi in Europa centrale. Tuttavia, il rapporto con Freud fu complesso: segnato da stima reciproca, ma anche da profonde divergenze teoriche e cliniche, soprattutto sul tema del trauma infantile e sulla posizione del paziente nella relazione terapeutica.
Ferenczi fu una figura centrale nei congressi psicoanalitici dei primi decenni del Novecento e svolse un ruolo fondamentale nella formazione di molti analisti europei. Le sue idee, però, entrarono spesso in conflitto con l’ortodossia freudiana, al punto da essere emarginate dopo la sua morte, avvenuta nel 1933. Solo decenni dopo, il suo pensiero è stato riscoperto e rivalutato.
Contributi teorici e pratici
Ferenczi fu uno sperimentatore clinico e teorico instancabile. Tra i suoi contributi principali vi è lo sviluppo della tecnica attiva, un approccio che rompeva con la passività dell’analisi classica, introducendo una maggiore partecipazione dell’analista nel processo terapeutico. Più tardi, Ferenczi si distaccò anche da questa impostazione, approdando a una visione più empatica e relazionale del lavoro analitico.
Uno dei suoi concetti più innovativi riguarda l’introiezione traumatica, ovvero il modo in cui il bambino, esposto a esperienze traumatiche precoci (spesso negate o minimizzate dall’adulto), interiorizza la colpa e la vergogna del trauma. Ferenczi fu tra i primi a riconoscere il peso reale degli abusi nell’infanzia, andando contro la tendenza freudiana a ricondurre tutto alla fantasia.
Fondamentale anche il suo lavoro sul controtransfert: Ferenczi fu tra i primi a sostenere che le reazioni emotive dell’analista non fossero semplici ostacoli, ma strumenti per comprendere più profondamente il mondo interno del paziente. Questa intuizione ha anticipato di decenni le posizioni della psicoterapia relazionale e della teoria dell’intersoggettività.
Nei suoi ultimi scritti — molti dei quali raccolti nei Diari clinici, pubblicati postumi — Ferenczi elaborò la nozione di “autoregressione”, descrivendo come il trauma possa spingere il soggetto verso una regressione protettiva, un tentativo di sopravvivere emotivamente a esperienze troppo intense da elaborare in età precoce.
Impatto e attualità
Negli ultimi decenni, Ferenczi è stato oggetto di una vera e propria riscoperta. Le sue idee hanno influenzato profondamente la psicoterapia relazionale, la teoria del trauma, l’approccio intersoggettivo e persino le pratiche di psicoterapia infantile. Autori come Michael Balint (suo allievo diretto), D.W. Winnicott e, più tardi, Stephen Mitchell hanno ripreso e ampliato molte delle sue intuizioni.
Nel contesto attuale, il pensiero di Ferenczi parla con forza a chi si occupa di trauma complesso, abuso relazionale, e alle nuove generazioni di terapeuti che rifiutano un modello gerarchico della cura. Il suo invito a un’etica dell’ascolto — attento, partecipe, emotivamente implicato — rappresenta ancora oggi un’alternativa radicale al tecnicismo e all’impersonalità di certi approcci clinici.
Ferenczi ha mostrato che la terapia non è solo interpretazione, ma soprattutto relazione. E che il cambiamento profondo nasce quando chi cura è disposto a lasciarsi toccare, senza perdere la propria posizione professionale. Un messaggio ancora più rilevante in un’epoca che cerca cura, ma teme il contatto.


