Milgram, Stanley

Psicologo sociale statunitense, attivo negli anni Sessanta e Settanta, noto per le ricerche sull’obbedienza all’autorità e per i contributi allo studio della struttura delle reti sociali. I suoi esperimenti, condotti all’Università di Yale, hanno mostrato come individui ordinari possano compiere atti potenzialmente dannosi quando inseriti in contesti istituzionali che legittimano l’obbedienza. Oltre al celebre paradigma dell’obbedienza, Milgram sviluppò indagini sui “mondi piccoli”, sulle interazioni anonime e sulle norme implicite che regolano la vita pubblica, delineando un programma di ricerca centrato sui meccanismi situazionali del comportamento sociale.

Biografia e contesto storico

Nato a New York in una famiglia ebrea dell’Europa centrale, Milgram studia psicologia dopo la laurea al Queens College e completa il dottorato ad Harvard, in un clima dominato dalla rivoluzione cognitiva e dai grandi esperimenti di psicologia sociale. È affascinato dai lavori di Solomon Asch sulla conformità e, nel 1960–61, approda a Yale come giovane docente: qui progetta la serie di studi sull’obbedienza che lo renderanno celebre e controverso. Negli anni seguenti insegna a Harvard e poi al Graduate Center della City University of New York, dove amplia il suo programma su reti sociali e normatività quotidiana. Muore prematuramente nel 1984, lasciando un’eredità scientifica che continua a interrogare etica, diritto e politiche pubbliche.

Contributi teorici e pratici

Il contributo centrale di Milgram è la dimostrazione sperimentale dell’obbedienza all’autorità. Nei suoi studi, condotti a Yale nei primi anni Sessanta, ai partecipanti veniva assegnato il ruolo di “insegnante” incaricato di somministrare scosse elettriche a un “allievo” ogni volta che questi commetteva un errore in un compito di memoria. Un ricercatore in camice bianco, simbolo dell’autorità scientifica, invitava il partecipante a proseguire, anche di fronte alle proteste e al silenzio dell’allievo — in realtà un complice, e senza alcuna scossa reale.

I risultati furono sorprendenti: la maggioranza dei soggetti obbedì fino ai livelli più elevati di tensione, dimostrando come persone comuni possano agire contro i propri principi morali quando inserite in un contesto che legittima l’obbedienza.

Per spiegare questo fenomeno, Milgram elaborò il concetto di stato agentico, una condizione in cui l’individuo percepisce se stesso come esecutore della volontà altrui, trasferendo la responsabilità delle proprie azioni all’autorità. Tre fattori principali sostengono questa dinamica: il contesto istituzionale (che conferisce legittimità all’autorità), il gradualismo (che riduce la percezione di rottura etica attraverso incrementi progressivi di intensità) e la distanza sociale e fisica dalla vittima. Le numerose varianti sperimentali confermarono che l’obbedienza cresce quando l’autorità è vicina e il contesto è prestigioso, mentre diminuisce quando la vittima è visibile o altri si rifiutano di collaborare.

Parallelamente, Milgram esplorò le regole invisibili della vita sociale attraverso studi sulla connettività e sulle norme implicite. Con l’esperimento dei “mondi piccoli” dimostrò che qualsiasi individuo può essere connesso a un altro da pochi passaggi interpersonali, anticipando la teoria dei “sei gradi di separazione”. Con la lost letter technique, rilevò atteggiamenti sociali impliciti analizzando il destino di lettere abbandonate nello spazio pubblico. Infine, con esperimenti naturalistici — come la richiesta di un posto a sedere in metropolitana — mise in luce la forza delle norme tacite che regolano il comportamento quotidiano.

Sul piano metodologico, Milgram mostrò come il comportamento umano possa essere analizzato attraverso situazioni minime, controllate ma realistiche, in grado di attivare dilemmi morali autentici. Il suo approccio evidenzia che la variazione di pochi elementi contestuali — la distanza, il tono, il ruolo — può modificare profondamente l’azione, spostando l’attenzione dalle caratteristiche individuali alle dinamiche situazionali.

Impatto e attualità

Le ricerche di Milgram hanno avuto un impatto decisivo sulla psicologia sociale e sulla riflessione etica della ricerca. Sul piano teorico, consolidano una visione situazionista del comportamento umano: le azioni non dipendono solo dai tratti individuali, ma dal contesto che le rende possibili. Questo orientamento ha contribuito a rendere evidente il cosiddetto errore fondamentale di attribuzione, ossia la tendenza a sopravvalutare le disposizioni personali e a sottovalutare le pressioni situazionali.

Sul piano etico, gli esperimenti di Yale hanno favorito una revisione profonda delle pratiche di ricerca con soggetti umani. Da essi derivano standard oggi centrali: consenso informato chiaro, diritto al ritiro senza coercizione, debriefing accurato e supervisione indipendente dei protocolli. La disciplina ha imparato a bilanciare la ricerca della conoscenza con la tutela dei partecipanti, sviluppando metodologie più trasparenti e meno invasive.

La ricezione del lavoro di Milgram resta controversa. Molti studiosi hanno criticato l’uso della deception e lo stress psicologico indotto nei partecipanti; altri hanno riesaminato i materiali originali, evidenziando differenze tra studi e variabilità dei risultati. Tuttavia, repliche eticamente più controllate hanno confermato che l’obbedienza tende a persistere quando l’autorità è percepita come legittima e la responsabilità individuale è diluita.

L’influenza di Milgram si estende oltre l’ambito accademico. I suoi risultati informano l’analisi dei meccanismi di potere in contesti giuridici, organizzativi e sanitari, contribuendo a sviluppare modelli di formazione e procedure che riducano la possibilità di abusi sistemici. In ambito digitale, la sua prospettiva è stata ripresa per comprendere come l’automazione e le interfacce algoritmiche possano indurre forme di obbedienza passiva e riduzione della responsabilità.

Più che una diagnosi pessimistica della natura umana, l’opera di Milgram rappresenta un invito a progettare contesti che favoriscano la responsabilità e il dissenso consapevole. La sua eredità metodologica — esperimenti semplici ma concettualmente rigorosi — continua a orientare la psicologia sociale verso l’analisi delle condizioni che trasformano individui ordinari in agenti di sistemi collettivi.

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