de Shazer, Steve

Steve de Shazer è, con Insoo Kim Berg, il principale artefice della Solution-Focused Brief Therapy (SFBT). La sua intuizione operativa è tanto semplice quanto radicale: in terapia conviene esplorare quando e come le cose stanno già andando un po’ meglio, far crescere quelle eccezioni e co-costruire descrizioni precise del futuro desiderato. Ne nasce una clinica conversazionale essenziale, che preferisce obiettivi, progressi e risorse a cause, deficit e diagnosi totalizzanti.

Biografia e contesto storico

Nato e cresciuto a Milwaukee, de Shazer arriva alla psicoterapia passando attraverso l’incontro con la terapia familiare breve di Palo Alto, con l’approccio utilizzativo di Milton H. Erickson e con il lessico filosofico di Wittgenstein (“il significato è nell’uso”). Alla fine degli anni Settanta fonda, con Insoo Kim Berg, il Brief Family Therapy Center (BFTC) di Milwaukee: stanza con specchio unidirezionale, équipe che osserva, sedute videoregistrate, un’attenzione quasi artigianale ai dettagli del linguaggio. Tra anni Ottanta e Novanta pubblica i testi che daranno forma all’approccio — Keys to Solution in Brief Therapy, Clues, Putting Difference to Work, Words Were Originally Magic — e forma generazioni di terapeuti nei servizi pubblici e privati. Muore nel 2005, mentre è in Europa per insegnare.

Contributi teorici e pratici

De Shazer sposta il baricentro della clinica su tre assi. Il primo è il costruire soluzioni più che analizzare problemi: se il problema non accade sempre, esistono eccezioni da esplorare in dettaglio (“quando è stato anche solo un po’ meglio? che cosa era diverso? chi ha fatto che cosa?”). Il secondo è un’epistemologia conversazionale: la realtà clinica prende forma nella lingua usata in seduta; il terapeuta non interpreta “dietro le quinte”, ma aiuta a trovare parole operative e osservabili per mete, segnali di progresso e passi successivi. Il terzo è la parcimonia: intervenire il meno possibile oltre ciò che aiuta, perché spesso piccoli spostamenti producono cambiamenti sufficienti.

Da questi cardini discende un repertorio concreto. La miracle question chiede di immaginare che, durante la notte, sia avvenuto un miracolo: “come te ne accorgerai domattina? che cosa farai per prima cosa e che cosa noteranno gli altri?”. È un artificio linguistico per trasformare desideri vaghi in descrizioni comportamentali. Le scaling questions (0–10) permettono di misurare posizione, speranza e fiducia, e soprattutto di negoziare un +1 realistico (“che cosa ti farebbe passare da 3 a 4?”). Le exception questions fanno emergere circostanze, azioni e alleanze in cui il problema perde forza. Le coping questions riconoscono la resilienza (“come hai fatto a reggere fin qui?”), utile quando non si vedono ancora miglioramenti. I compliments sono feedback specifici su sforzi e risorse già in atto, non lodi generiche.

Iconica è anche la struttura di seduta: conversazione orientata a obiettivi e segnali osservabili, breve pausa dietro lo specchio, end-of-session message con un complimento e un compito leggero (talvolta la “Formula First Session Task”: “nota ciò che vorresti che continuasse ad accadere”). Nel tempo de Shazer formalizza tre posizioni d’ingaggio del cliente rispetto al cambiamento: visitor (presenza senza richiesta), complainant (lamenta il problema ma attribuisce ad altri la soluzione), customer (disposto a fare qualcosa di diverso). Non sono etichette di persona, ma stati conversazionali che orientano micro-obiettivi e compiti.

Concettualmente, la SFBT di de Shazer si appoggia a un’idea di non-sapere competente: il cliente è esperto della propria vita; il terapeuta porta domande, cornici e rigore sul linguaggio. “Resistenza” diventa un costrutto inutile: se una domanda non funziona, è il terapeuta che deve “aggiustarsi” al linguaggio e alla logica del cliente. L’attenzione alla co-costruzione e ai “giochi linguistici” avvicina l’approccio al costruttivismo sociale pur mantenendo una spiccata vocazione pratica.

Impatto e attualità

De Shazer ha inciso su clinica, servizi e cultura professionale. In psicoterapia, la SFBT è diventata uno standard per i contesti a bassa soglia e ad alta domanda (consultori, salute mentale di comunità, dipendenze, giustizia minorile, scuola): tempi brevi, obiettivi condivisi, follow-up chiari. In educazione e organizzazioni, scaling e domande orientate alle eccezioni sono entrate in coaching, tutoring e gestione dei team come strumenti per visualizzare progressi e costruire responsabilità.

La ricerca su SFBT, accumulata in vari paesi e setting, mostra esiti in media comparabili ad altri approcci brevi su problemi comuni (ansia, depressione lieve-moderata, difficoltà familiari), con buoni livelli di soddisfazione e aderenza quando gli operatori sono ben formati. Non mancano i limiti e le critiche: rischio di apparire “superficiale” in quadri complessi o traumatici, tendenza a sottovalutare vincoli contestuali o fattori strutturali, variabilità nella qualità delle formazioni. La risposta più matura dentro la Scuola di Milwaukee è operativa: integrare la SFBT con dispositivi di sicurezza e di rete (protezione, case-management, lavoro con i caregiver), allungare la fase di stabilizzazione quando necessario, mantenere la focalizzazione sulle soluzioni senza negare il dolore e le ingiustizie.

Un’eredità importante è anche etica e stilistica. De Shazer mostra che si può essere profondi senza essere complicati: fare domande che le persone capiscono subito; trattare gli sforzi come dati; accettare che il cambiamento spesso è incrementale; chiudere quando è “abbastanza” invece di prolungare per inerzia. In culture professionali talvolta catturate dal gergo, la sua prosa asciutta ricorda che il valore della terapia si misura nella trasferibilità delle conversazioni alla vita quotidiana.

Oggi l’approccio di de Shazer dialoga bene con altre linee: con la CBT condivide operatività e monitoraggio, con i modelli familiari la centralità delle interazioni, con le terapie orientate ai valori l’attenzione a ciò che per il cliente “fa differenza”. Nei servizi complessi, la SFBT funziona da lingua franca tra professionisti diversi: obiettivi descrittivi, scale condivise, micro-compiti verificabili.

Steve de Shazer ha trasformato la terapia in un laboratorio di domande utili. Non promette miracoli — benché la “domanda del miracolo” resti il suo artificio più famoso —, ma consegna una postura: cercare eccezioni, nominare obiettivi in modo osservabile, misurare piccoli passi, fare di più di ciò che aiuta e smettere di ciò che non serve.

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