Nel pensiero di Carl Whitaker, il rapporto tra tecnica, spontaneità e rischio costituisce uno dei nodi più delicati e significativi della pratica terapeutica. La terapia simbolico-esperienziale non rifiuta la tecnica in quanto tale, ma ne mette in discussione l’uso rigido e difensivo, che può trasformarsi in una protezione per il terapeuta più che in uno strumento di cambiamento.
Whitaker considera la tecnica come un supporto e non come il centro del lavoro clinico. Quando la tecnica diventa un fine in sé, rischia di sterilizzare la relazione terapeutica e di ridurre la complessità dell’esperienza emotiva a procedure controllabili. In questa prospettiva, la spontaneità non rappresenta l’opposto della tecnica, ma una risposta al suo uso eccessivamente normativo.
Spontaneità e rischio clinico
La spontaneità introduce inevitabilmente una dimensione di rischio. Il terapeuta che si espone nella relazione, che utilizza se stesso come strumento clinico e che risponde in modo non predeterminato accetta di non avere il pieno controllo sull’esito dell’intervento. Questo rischio non è considerato un errore da evitare, ma una componente strutturale del lavoro terapeutico.
Il rischio riguarda diversi livelli: il rischio di sbagliare, di essere fraintesi, di intensificare temporaneamente il conflitto o di destabilizzare equilibri precari. Tuttavia, Whitaker sostiene che senza questa esposizione al rischio non vi è reale possibilità di crescita. Una terapia completamente sicura tende a essere anche una terapia poco trasformativa.
Tecnica come contenitore, non come guida
La presenza del rischio non implica una rinuncia alla responsabilità clinica. Al contrario, richiede una maggiore maturità professionale, una capacità di contenimento emotivo e una continua riflessione sul proprio operato. La spontaneità efficace non coincide con l’improvvisazione ingenua, ma è il risultato di esperienza, formazione e consapevolezza di sé.
In questo senso, la tecnica non scompare, ma viene riformulata come contenitore del processo terapeutico. Il terapeuta utilizza ciò che conosce e ciò che ha appreso, ma rimane disponibile a lasciarlo andare quando la situazione clinica lo richiede. La tensione tra tecnica e spontaneità diventa così una risorsa dinamica, piuttosto che un problema da risolvere.
Rischio condiviso e processo terapeutico
Il rischio non riguarda solo il terapeuta, ma anche il paziente o la famiglia, che vengono invitati a esporsi emotivamente e a mettere in discussione assetti relazionali consolidati. Il lavoro terapeutico diventa un processo condiviso, in cui nessuna delle parti è completamente protetta dall’incertezza.
La terapia simbolico-esperienziale si configura così come uno spazio in cui il cambiamento emerge dall’incontro umano, dal coinvolgimento emotivo e dall’assunzione responsabile del rischio relazionale. Tecnica, spontaneità e rischio non sono elementi in conflitto, ma componenti interdipendenti di un processo clinico che privilegia l’esperienza viva rispetto al controllo formale.


