
Bessel van der Kolk è uno psichiatra e ricercatore olandese-statunitense tra le voci più autorevoli nella comprensione clinica e neuroscientifica del trauma. La sua opera ha contribuito a chiarire come le esperienze traumatiche plasmino il cervello, il corpo e le relazioni, proponendo percorsi di cura che uniscono conoscenze neurobiologiche, attenzione al corpo e centralità della relazione terapeutica. Nel corso di decenni di ricerca e pratica clinica, ha aiutato a spostare il focus dalla sola narrazione dell’evento alla regolazione degli stati corporei ed emotivi, offrendo strumenti concreti per ritrovare sicurezza e senso di continuità del sé.
Biografia e Contesto Storico
Nato nei Paesi Bassi, van der Kolk si è trasferito negli Stati Uniti dove ha intrapreso la formazione in psichiatria, lavorando in contesti ospedalieri e di ricerca. Fin dagli inizi della sua carriera si è confrontato con le conseguenze psicologiche della violenza, degli abusi e delle guerre, osservando come molte persone faticassero a trarre beneficio da interventi esclusivamente verbali. La pratica clinica con veterani, adulti e bambini lo portò a indagare in modo sistematico gli effetti del trauma sul sistema nervoso e sulla capacità di autoregolazione.
Il suo lavoro si colloca in una stagione di rinnovato interesse per il trauma, in dialogo con contributi fondamentali della psichiatria e della psicologia clinica. Nel secondo Novecento si affermava la diagnosi di disturbo post-traumatico da stress, mentre la ricerca iniziava a distinguere tra traumi singoli e traumi complessi, cioè ripetuti e relazionali. In questo contesto, van der Kolk contribuì a consolidare un ponte tra clinica, neuroscienze e pratiche terapeutiche orientate al corpo, interloquendo con autori come Judith Herman sul trauma complesso, Peter Levine e Pat Ogden sull’integrazione somatica, e Francine Shapiro sull’EMDR.
Contributi Teorici e Pratici
Un asse centrale del pensiero di van der Kolk è l’idea che il trauma viva nel corpo. Le esperienze estreme alterano i sistemi di allerta e di regolazione, influenzando il funzionamento delle reti attentive, della memoria e degli equilibri neuroendocrini. Ne derivano iperattivazione, intorpidimento, difficoltà a percepire e nominare le sensazioni interne, oltre a problemi nelle relazioni di fiducia. Questa impostazione non riduce il trauma a un fatto esclusivamente biologico: sottolinea, piuttosto, come storia personale, contesto relazionale e stati corporei si intreccino continuamente.
Da queste premesse discende una clinica esperienziale e integrata. La narrazione è importante, ma non sempre sufficiente: la cura richiede che la persona ritrovi la capacità di tollerare e modulare le proprie sensazioni, di percepire il corpo come un luogo abitabile e di costruire relazioni sicure. Van der Kolk ha sostenuto l’uso di interventi che combinano lavoro corporeo, attenzione mindful agli stati interni e tecniche di rielaborazione della memoria traumatica.
Tra gli approcci che ha contribuito a studiare e diffondere rientrano pratiche di mindfulness e di consapevolezza interocettiva, il biofeedback e il neurofeedback per la regolazione degli stati, l’integrazione di protocolli come l’EMDR, e il ricorso a metodiche somatiche in linea con la Sensorimotor Psychotherapy. Anche attività come lo yoga terapeutico sono state presentate come strumenti per ristabilire un senso di presenza corporea, migliorare il respiro e ampliare la finestra di tolleranza emotiva. In comune, questi interventi mirano a ricostruire una senso-motricità più flessibile e a riattivare la capacità di stare in sicurezza nel proprio corpo.
Un altro contributo riguarda l’attenzione al trauma dello sviluppo, cioè agli effetti di trascuratezza, abuso e instabilità relazionale in età precoce. In questi casi la sintomatologia non si presenta soltanto come ricordi intrusivi, ma come difficoltà diffuse di regolazione, dissociazione, problemi di attenzione e apprendimento, e pattern relazionali di difesa. Van der Kolk ha sottolineato l’importanza di cornici terapeutiche che tengano conto dell’attaccamento, in dialogo con la teoria polivagale e con i modelli che descrivono il ruolo del sistema nervoso autonomo nella risposta a minaccia e sicurezza.
Sul piano operativo, la sua impostazione valorizza un setting sicuro e prevedibile, la costruzione di un linguaggio condiviso per leggere segnali corporei e stati emotivi, e la collaborazione con reti di cura (famiglia, scuola, servizi). Il terapeuta viene visto come regolatore esterno che, attraverso la relazione, aiuta a riconoscere e graduare l’attivazione, a nominare le sensazioni e a legarle a significati tollerabili. L’obiettivo non è cancellare il passato, ma ampliare le possibilità di risposta nel presente.
Un ulteriore filone di interesse è l’integrazione mente–corpo–relazioni nelle pratiche di comunità: gruppi, contesti scolastici, interventi dopo eventi collettivi critici. In tali ambiti van der Kolk ha promosso programmi che includono movimento, ritmo, espressione creativa e tecniche di stabilizzazione, con l’idea che il ripristino di sicurezza e connessione passi anche da esperienze corporee condivise.
Impatto e Attualità
L’impatto di Bessel van der Kolk è stato ampio. Le sue ricerche hanno contribuito a radicare nella clinica l’evidenza che trauma e regolazione siano inseparabili: lavorare sul significato senza lavorare sul corpo rischia di riattivare l’allarme; lavorare sul corpo senza un quadro relazionale e narrativo rischia di non consolidare il cambiamento. Questa prospettiva ha influenzato linee guida, programmi formativi e pratiche interdisciplinari che includono psichiatria, psicoterapia, riabilitazione, educazione e interventi nelle crisi.
Le connessioni con altri autori e approcci sono molteplici. Con Judith Herman condivide l’attenzione al trauma complesso e al ruolo della sicurezza. Con Francine Shapiro converge sull’idea che la memoria traumatica possa essere rielaborata in modo adattivo. Con Pat Ogden e Peter Levine dialoga sull’uso di movimenti e posture per sciogliere pattern difensivi fissati nel corpo. Le pratiche di mindfulness si incontrano con i programmi di MBCT (Segal, Teasdale, Williams) quando l’obiettivo è coltivare consapevolezza non giudicante e stabilità attentiva. Anche le riflessioni di Daniel Siegel sulla neurobiologia interpersonale mostrano convergenze nel considerare la relazione come spazio di integrazione neurale.
L’attualità della sua proposta si misura anche nel dialogo con le neuroscienze contemporanee, che descrivono la mente come sistema predittivo e la percezione come processo guidato da aspettative e stati corporei. In questa chiave, il trauma può essere letto come apprendimento difensivo potente, che restringe la finestra di tolleranza e rende il mondo prevedibilmente minaccioso. Le terapie orientate alla regolazione cercano di espandere nuovamente tale finestra, offrendo esperienze correttive ripetute di sicurezza e controllo.
In ambito clinico, le ricadute sono concrete: protocolli che includono fasi di stabilizzazione, lavoro sulle risorse, gestione dell’attivazione, quindi graduale rielaborazione dei ricordi e reintegrazione nella vita quotidiana. In ambito educativo e comunitario, l’attenzione a routine prevedibili, ritmo (respiro, movimento, musica) e relazione positiva sostiene il recupero dopo eventi critici. In ambito organizzativo, la prospettiva trauma-informed migliora la qualità dei servizi, riduce il rischio di ri-traumatizzazione e promuove benessere degli operatori.
Il contributo di van der Kolk non è privo di dibattito: alcune tecniche richiedono ulteriori conferme e calibrazioni metodologiche; il rischio di frammentare gli interventi esiste se non si mantiene una cornice integrata. Tuttavia, l’impianto complessivo rimane solido e fecondo: tenere insieme corpo, cervello e relazione offre una via praticabile per uscire dai cicli di allarme e immobilità che il trauma impone.


