White, Michael

Michael White è stato un terapeuta australiano tra i principali artefici della Narrative Therapy, un approccio che pone al centro le storie con cui le persone danno senso alla propria vita. In dialogo con David Epston, White ha proposto pratiche cliniche che aiutano a separare i problemi dall’identità, a nominare risorse e valori trascurati e a co-costruire narrazioni più utili. Il suo lavoro ha inciso in modo duraturo sulla psicoterapia familiare e sui servizi alla comunità, offrendo strumenti concreti per restituire voce e agency a individui, coppie e famiglie.

Biografia e Contesto Storico

Nato ad Adelaide nel 1948, Michael White ha iniziato la sua carriera nei servizi sociali e nella terapia familiare in Australia meridionale. Negli anni Ottanta entrò in contatto con David Epston, con cui instaurò una collaborazione destinata a segnare la storia della psicoterapia contemporanea. In quel periodo si stavano consolidando la terapia sistemica e i modelli comunicazionali; al tempo stesso prendevano piede prospettive post-strutturaliste e costruttiviste che interrogavano il rapporto tra linguaggio, potere e identità.

In questo clima, White integrò riferimenti eterogenei: gli studi di Jerome Bruner sulla costruzione narrativa del , il pensiero di Michel Foucault sul potere discorsivo, la tradizione sistemica (con eco del Mental Research Institute e del contributo di autori come Virginia Satir) e le pratiche di comunità tipiche del contesto australiano e neozelandese. La cornice sociale—segnata da attenzione ai diritti, al trauma e alle minoranze—favorì lo sviluppo di un modo di fare terapia attento alla dignità e al linguaggio delle persone.

Contributi Teorici e Pratici

Il tratto più caratteristico del lavoro di White è l’esternalizzazione del problema. Invece di parlare di “io sono depresso”, si esplora come “la depressione influenza la mia vita”. Questa semplice svolta linguistica separa l’identità dai problemi e apre spazi di scelta. In seduta, la conversazione si orienta a individuare eccezioni, preferenze e valori che i racconti dominanti avevano oscurato.

White ha sviluppato mappe conversazionali per sostenere tali processi. Le mappe di ri-autorizzazione guidano la ricerca di episodi trascurati—momenti in cui la persona, nonostante il problema, ha agito in linea con le proprie intenzioni preferite. Domande curiose e specifiche (“Chi se ne accorgerebbe?”, “Che differenza farebbe domani?”) aiutano a trasformare frammenti in una trama ricca e credibile. Esempio: con un adolescente che si definisce “insufficiente”, la conversazione esplora quando ha sostenuto un amico, come lo ha fatto, quali qualità ha messo in gioco; questi indizi diventano “fili narrativi” con cui tessere una storia alternativa di affidabilità.

Un secondo contributo riguarda l’attenzione ai discorsi dominanti (in senso foucaultiano), cioè alle idee culturali che definiscono cosa conta come successo, normalità o fallimento. White invitava a interrogare tali cornici—ad esempio ideali perfezionistici o norme di genere—per capire come amplificano la sofferenza. Questo spostamento dalla colpa individuale al contesto discorsivo riduce la vergogna e rende più praticabile il cambiamento.

White ed Epston hanno inoltre introdotto pratiche documentali: lettere terapeutiche, certificati di “congedo dal problema”, raccolte di testimonianze. La scrittura consolida nuove storie e crea continuità tra le sedute, favorendo la memoria dei progressi. Le cerimonie di definizione e le audience di sostegno—gruppi di persone significative che ascoltano e riflettono—valorizzano pubblicamente le competenze emergenti, rafforzando l’impatto comunitario della terapia.

Un altro aspetto distintivo è la pratica decentrata ma influente: il terapeuta non è l’esperto sulla vita del cliente, ma un co-ricercatore che offre domande, cornici e rituali conversazionali capaci di generare effetti nella direzione preferita dalla persona o dalla famiglia. Questa postura etica si intreccia con un’attenzione costante ai temi di potere e all’uso responsabile del linguaggio clinico.

Impatto e Attualità

L’impatto di Michael White si misura nella diffusione internazionale della Narrative Therapy in contesti clinici, educativi e di lavoro sociale. Le sue idee dialogano con approcci che hai già incontrato in questo glossario: con Internal Family Systems di Richard Schwartz per l’attenzione a parti e voci interne, con la terapia familiare sistemica per il focus sulle relazioni, con le pratiche trauma-informed (van der Kolk, Ogden) per l’accento su sicurezza e agency.

In ambito clinico, l’esternalizzazione riduce la polarizzazione nelle coppie (“il Critico entra nella stanza” invece di “tu sei sempre critico”), apre margini di negoziazione e sostiene la co-costruzione di obiettivi praticabili. Nei servizi per l’infanzia e l’adolescenza, le lettere e i documenti narrativi rafforzano identità prosociali, utile anche in percorsi con giovani migranti o in contesti scolastici. Nella sanità mentale di comunità, le cerimonie di definizione e i gruppi di sostegno creano reti che proteggono le storie preferite dalle pressioni dei racconti stigmatizzanti.

La prospettiva narrativa si integra bene con pratiche di mindfulness e di regolazione somatica: prestare attenzione al linguaggio con cui descriviamo sensazioni e stati interni cambia l’esperienza di sé tanto quanto gli esercizi corporei cambiano la finestra di tolleranza. In ambito organizzativo, le mappe conversazionali aiutano team e servizi a ridefinire scopi e valori in periodi di transizione, contrastando narrazioni di impotenza.

Non mancano discussioni critiche: alcuni chiedono più studi controllati e misure d’esito standardizzate; altri temono che l’enfasi sul linguaggio trascuri fattori biologici. La pratica di White, tuttavia, non esclude interventi medici o somatici: propone piuttosto un’integrazione in cui le storie delle persone restano il luogo in cui significato e cambiamento prendono forma.

 

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