Edgar Rubin è stato uno psicologo e filosofo danese, autore della prima descrizione sistematica della relazione figura-sfondo, uno dei concetti più noti e più insegnati della psicologia della percezione. Nonostante il suo lavoro sia diventato uno dei pilastri della psicologia della Gestalt, Rubin non si considerò mai un gestaltista: fu un pensatore indipendente, esponente di quella che viene chiamata la scuola di Copenaghen, con un metodo tutto suo, più vicino alla fenomenologia descrittiva che al programma sperimentale tedesco.
La sua fama poggia in gran parte su un singolo disegno, oggi celebre ben oltre i confini della psicologia: la sagoma ambigua che può essere vista come un vaso oppure come due profili di volti affacciati. Ma dietro quell’immagine c’è un lavoro teorico molto più ampio sulla natura stessa della percezione visiva.
Formazione e percorso
Nato a Copenaghen nel 1886, Rubin si formò all’università della sua città, dove conseguì il titolo nel 1910. L’anno successivo si trasferì per due anni a Gottinga, in Germania, nel laboratorio di Georg Elias Müller, uno dei più importanti centri di ricerca sperimentale in Europa e crocevia di molti psicologi destinati a diventare figure di rilievo. Müller assegnò a Rubin un compito preciso, indagare il riconoscimento delle figure visive nell’ambito degli studi sulla memoria che si conducevano nel suo laboratorio, ma Rubin portò la ricerca in una direzione del tutto diversa da quella prevista, verso lo studio di come la mente distingue una figura dal suo sfondo.
Da questo lavoro nacque la sua tesi di dottorato, discussa a Copenaghen nel luglio 1915 con il titolo Synsoplevede Figurer, Figure viste visivamente. Fu un evento memorabile anche per il contesto in cui avvenne: tra gli oppositori ufficiali sedevano il filosofo Harald Høffding e lo psicologo sperimentale Alfred Lehmann, le due massime autorità della psicologia danese dell’epoca, che non potevano immaginare quanto quella tesi avrebbe influenzato la disciplina nei decenni successivi.
La relazione figura-sfondo
Il contributo centrale di Rubin è la descrizione sistematica del fenomeno per cui, di fronte a una scena visiva, la mente seleziona sempre una parte come figura, l’elemento dotato di forma e messo a fuoco, e il resto come sfondo, ciò che resta sullo sfondo indistinto. Non si tratta di una scelta consapevole: è un’operazione automatica e costante di ogni atto percettivo.
Per dimostrarlo, Rubin costruì immagini apposite, tra cui la più nota è il disegno che oggi porta il suo nome: una sagoma che può essere interpretata come un vaso bianco su sfondo nero, oppure come due profili neri affacciati su sfondo bianco. Il punto cruciale dell’esperimento non è che l’immagine sia ambigua, ma che le due letture non possano essere colte contemporaneamente: la mente ne seleziona sempre una alla volta, e il passaggio dall’una all’altra avviene con uno scatto percepibile, quasi un capovolgimento improvviso dell’intera scena.
Rubin osservò inoltre alcune tendenze ricorrenti che influenzano quale parte della scena venga letta come figura: le aree più piccole, quelle percepite come più vicine all’osservatore, e le forme più simmetriche o familiari hanno maggiori probabilità di essere viste come figura piuttosto che come sfondo.
Il metodo e la posizione rispetto alla Gestalt
Sul piano del metodo, Rubin restò fedele a un approccio fenomenologico rigoroso: descrivere con la massima precisione possibile l’esperienza percettiva così come si presenta, prima di qualunque interpretazione teorica. Fu lui stesso a definire il proprio metodo come aspettivo, dal termine da lui coniato per indicare l’analisi dei diversi aspetti in cui una stessa esperienza può presentarsi. Nutriva una dichiarata diffidenza verso i grandi sistemi teorici, inclusa la psicoanalisi, che considerava costruzioni speculative poco ancorate all’osservazione diretta.
Fu proprio questa distanza metodologica a tenerlo ai margini del movimento gestaltista in senso stretto. Wertheimer, Köhler e Koffka accolsero con entusiasmo la sua distinzione figura-sfondo, la inserirono stabilmente nel proprio repertorio di leggi percettive e la resero nota al pubblico internazionale attraverso i loro scritti, a partire dal trattato di Koffka del 1935. Rubin, da parte sua, non amò mai essere annoverato tra i gestaltisti, e la sua opera resta oggi meglio descritta come un contributo indipendente, nato in un contesto scientifico proprio e solo in un secondo momento assorbito nella teoria della Gestalt.
Ultimi anni e influenza
Nel 1922 Rubin succedette ad Alfred Lehmann sulla cattedra di psicologia all’università di Copenaghen, dopo alcuni anni come docente di filosofia nello stesso ateneo. Fu tra i fondatori della Società danese di filosofia e psicologia nel 1926 e ne restò presidente fino alla morte, avvenuta nel 1951.
La sua eredità più immediata è la distinzione figura-sfondo, entrata stabilmente nei manuali introduttivi di psicologia e diventata uno strumento di analisi ben oltre la percezione visiva in senso stretto, fino al design e alle arti visive, dove il gioco tra figura e sfondo resta un principio compositivo fondamentale. Meno nota, ma altrettanto significativa, è la lezione di metodo che lascia: quella di un ricercatore capace di descrivere con precisione un fenomeno complesso restando volutamente cauto nel costruirci sopra una teoria generale, un atteggiamento che lo distingue nettamente dai suoi contemporanei più sistematici.