Uno psicologo può sponsorizzare un post? Può usare Instagram per raccontare di cosa si occupa? Può indicare il prezzo delle proprie prestazioni, pubblicare un video divulgativo o avere un profilo professionale senza trasformarlo in una versione digitale della targa fuori dallo studio?
Sì. Il Codice Deontologico non chiede agli psicologi di essere invisibili online e non prescrive un tono da circolare ministeriale. Stabilisce però alcuni criteri sul modo in cui ci si presenta pubblicamente, sulle informazioni che si danno e sui comportamenti utilizzati per promuovere la propria attività.
Quello che oggi viene spesso chiamato “decoro digitale” non è quindi una nuova categoria deontologica nata con Instagram. Sono principi già esistenti che devono essere applicati anche a social network, siti personali, directory professionali e agli altri spazi nei quali identità personale e professionale possono incontrarsi molto più facilmente di quanto accadesse con un vecchio biglietto da visita.
Il Codice non vieta di farsi conoscere
Il punto di partenza è abbastanza chiaro. L’articolo 38 del Codice Deontologico degli Psicologi Italiani richiede allo psicologo di conformare la propria condotta ai principi del decoro e della dignità professionale quando esercita la professione o la rappresenta pubblicamente. L’articolo successivo richiede invece di presentare in modo corretto e accurato formazione, esperienza e competenza.
L’articolo 40 entra più direttamente nel tema della promozione professionale. Lo psicologo può svolgere pubblicità informativa sui propri titoli e specializzazioni, sulle caratteristiche del servizio offerto e sui relativi costi, purché il messaggio sia trasparente e veritiero e rispetti il decoro professionale e la serietà scientifica.
Essere visibili, quindi, non costituisce di per sé un problema deontologico. Il punto è cosa si afferma per rendersi visibili. Scrivere che ci si occupa abitualmente di una determinata area, descrivere la propria formazione o indicare il costo di una prestazione è diverso dal promettere risultati, attribuirsi competenze che non si possiedono o presentare un intervento professionale come se avesse un esito garantito.
È una distinzione utile anche perché sui social l’autopromozione tende facilmente a confondersi con le tecniche di comunicazione usate in altri settori. Una frase efficace dal punto di vista pubblicitario può diventare molto meno innocua quando riguarda la salute, un disturbo psicologico o il risultato di un trattamento.
Cosa ne pensano 2.291 psicologi del Lazio
Nel giugno 2026 l’Ordine degli Psicologi del Lazio ha pubblicato i risultati di una ricerca realizzata con il Dipartimento di Psicologia della Sapienza Università di Roma proprio sul rapporto tra decoro professionale e presenza sui social. Hanno partecipato 2.291 iscritti all’Albo regionale, circa il 9% della comunità professionale del Lazio, ai quali sono stati sottoposti domande, immagini e scenari costruiti anche a partire da situazioni realmente segnalate all’Ordine.
Ai partecipanti non veniva chiesto semplicemente di stabilire se un comportamento fosse “permesso” oppure “vietato”. Le situazioni venivano valutate su una scala da 1, “per niente etico”, a 4, “etico”, proprio per lasciare spazio alle sfumature che emergono quando il Codice deve essere applicato a casi concreti.
I risultati mostrano innanzitutto che la promozione professionale online non viene vissuta come qualcosa di incompatibile con il ruolo dello psicologo. Avere un profilo professionale su LinkedIn ha ottenuto una valutazione media di 3,71 su 4; utilizzare piattaforme online per i colloqui clinici 3,62; avere un profilo professionale sui social 3,39; utilizzare Internet per far conoscere la propria attività 3,29.
Il dato interessante è che il problema non sembra essere la presenza online in sé. La valutazione cambia molto quando sullo stesso spazio professionale entrano contenuti appartenenti alla sfera privata.
Una foto in costume non è “vietata”, ma il contesto cambia come viene percepita
Tra gli scenari sottoposti ai partecipanti c’erano anche alcuni contenuti personali pubblicati su profili professionali. Le fotografie in costume da bagno hanno ottenuto una valutazione media di 1,15 su 4; le fotografie di famiglia e quelle con il partner 1,38; i contenuti religiosi 1,63. Nel complesso, la commistione tra vita privata e professionale è stata una delle aree valutate meno positivamente dal campione.
Questi risultati non significano che esista un articolo del Codice che vieti allo psicologo di pubblicare una fotografia al mare, né che una singola immagine possa essere classificata automaticamente come violazione deontologica. Dicono però qualcosa di molto concreto sulla percezione professionale: quando contenuti molto personali compaiono in uno spazio utilizzato anche per presentarsi come psicologo, una parte consistente dei colleghi li considera poco coerenti con il ruolo professionale.
La questione, quindi, riguarda molto il contesto. Una fotografia assolutamente normale su un profilo personale può essere letta diversamente se compare accanto alla descrizione delle prestazioni, ai contenuti divulgativi e alle informazioni per prenotare un colloquio. I social permettono tecnicamente di mettere tutto nello stesso posto; questo non significa che, sul piano della percezione, tutto produca lo stesso effetto.
È un aspetto che vale la pena considerare anche al di fuori della deontologia in senso stretto. La reputazione professionale si costruisce infatti attraverso ciò che dichiariamo, ma anche attraverso il contesto nel quale scegliamo di dichiararlo. E online il confine tra “questa è la mia vita” e “questo è il mio spazio professionale” può diventare piuttosto sottile.
La parte più interessante è la zona grigia
La ricerca dell’Ordine del Lazio diventa ancora più interessante quando si sposta dai casi valutati in modo abbastanza netto alle situazioni sulle quali i professionisti si dividono maggiormente.
La promozione di videocorsi di psicologia, per esempio, ha ottenuto una media di 2,28 su 4; la vendita di pacchetti di sedute scontati 2,02; la sponsorizzazione di attività o prodotti collegati alla professione 1,86. L’Ordine descrive esplicitamente queste pratiche come una “zona grigia”, nella quale il giudizio varia maggiormente in base al contesto, alla modalità comunicativa utilizzata e alla finalità perseguita.
È probabilmente qui che parlare di decoro digitale diventa più utile. Non tanto per compilare una lista di post consentiti e post proibiti, quanto per ricordare che un formato commerciale molto comune sul web può assumere un significato diverso quando viene utilizzato da un professionista sanitario.
Un videocorso, ad esempio, non è automaticamente problematico perché viene promosso online. Diventano rilevanti il modo in cui viene presentato, le promesse associate, la chiarezza sulla natura del servizio e ciò che il pubblico può ragionevolmente aspettarsi. Lo stesso vale per offerte, pacchetti e sponsorizzazioni: il formato, da solo, dice poco; conta molto ciò che viene comunicato attraverso quel formato.
Decoro non significa diventare tutti uguali
C’è poi un rischio opposto: interpretare il decoro come un invito a rendere ogni profilo professionale formale, impersonale e perfettamente identico agli altri. Il Codice non prescrive uno stile grafico, vieta l’ironia o stabilisce quanto debba essere serio il volto nella foto profilo.
Uno psicologo può avere una comunicazione riconoscibile, usare un linguaggio accessibile, raccontare i temi che gli interessano e scegliere anche formati più leggeri. Rimangono però valide le stesse domande che esisterebbero fuori dai social: ciò che sto dicendo è corretto? La mia competenza è presentata in modo accurato? Sto aiutando chi legge a formarsi un’idea consapevole oppure sto utilizzando una promessa difficile da sostenere? Il contenuto che pubblico nello spazio professionale è coerente con l’immagine che voglio dare del mio lavoro?
Anche nello studio del Lazio emergono differenze generazionali: i professionisti più giovani risultano mediamente più aperti all’autopromozione e alla comunicazione online, mentre quelli più maturi mostrano maggiore prudenza. Chi esercita attivamente la professione è a sua volta più favorevole alla promozione delle proprie competenze, ma mostra anche una sensibilità maggiore rispetto alla commistione tra vita privata e professionale. Nonostante queste differenze, l’Ordine rileva una convergenza abbastanza ampia sui temi principali. citeturn183697view3
Forse è anche per questo che il tema continua a essere discusso: gli strumenti cambiano molto più rapidamente delle abitudini professionali. Il Codice fornisce i principi generali; nella vita digitale quotidiana resta poi da capire come applicarli a un reel, una sponsorizzata, una fotografia, un corso online o al prossimo formato che tra sei mesi useranno tutti.
Una presenza professionale online può quindi essere visibile, personale e riconoscibile senza rinunciare a trasparenza, correttezza e serietà scientifica. Conviene però ricordare che ciò che pubblichiamo non viene interpretato soltanto per quello che volevamo comunicare: contribuisce anche all’impressione complessiva che colleghi e potenziali utenti costruiscono del professionista.
Per questo può essere utile distinguere gli spazi e dare alle informazioni professionali una sede chiara e facilmente verificabile. Su Psicologinrete, ad esempio, il profilo professionale nella directory degli psicologi permette di raccogliere in un unico spazio informazioni sul professionista, sulle aree di lavoro e sulle modalità con cui svolge la propria attività, lasciando ai social un ruolo complementare nella comunicazione e nella divulgazione.


