Visibilità online per psicologi: perché scrivere articoli può fare la differenza

Scrivere articoli può costruire una presenza professionale riconoscibile nel tempo. Il punto non è pubblicare tanto, ma lasciare emergere competenze, interessi e un modo personale di pensare.

Essere visibili online non significa necessariamente pubblicare tre reel alla settimana, commentare il tema del giorno o scoprire improvvisamente una vocazione per il personal branding. Per uno psicologo può voler dire una cosa molto più semplice: lasciare online abbastanza tracce del proprio lavoro perché qualcuno possa capire chi ha davanti.

Scrivere è uno dei modi per farlo. Un articolo permette di mostrare cosa conosci, certo, ma soprattutto qualcosa che una scheda professionale difficilmente riesce a raccontare: come pensi.

Il profilo racconta chi sei. Un articolo mostra come pensi

Immaginiamo una persona che sta cercando informazioni su qualcosa che la riguarda. Arriva su un articolo scritto da una psicologa o da uno psicologo e comincia a leggere.

Forse non sta ancora cercando un professionista. Magari vuole semplicemente capire perché continua a rimandare una decisione, cosa succede quando in una coppia si ripete sempre la stessa discussione o perché suo figlio adolescente sembra essersi improvvisamente chiuso al resto della famiglia.

Leggendo, però, incontra anche chi quell’articolo lo ha scritto.

Vede quali domande considera importanti, come distingue situazioni apparentemente simili, quanto spazio lascia alla complessità, quali esempi sceglie. Capisce se tende alle spiegazioni categoriche o preferisce procedere con cautela. Persino le parole che usa raccontano qualcosa.

È una forma di conoscenza che avviene prima dell’eventuale primo colloquio. Non sostituisce naturalmente l’incontro professionale, ma permette a chi legge di farsi un’idea di chi sta parlando.

Da questo punto di vista, un buon articolo fa qualcosa di piuttosto interessante: invece di dichiarare continuamente una competenza, la mette al lavoro.

A volte il modo più credibile per mostrare ciò che sai è smettere per un momento di dire che lo sai e cominciare a usarlo.

Non devi trasformarti in un produttore seriale di contenuti

Quando si parla di visibilità online, prima o poi compare la domanda sulla frequenza: quanto devo pubblicare?

È una domanda comprensibile, soprattutto sui social, dove il contenuto entra in un flusso che dopo poche ore ha già lasciato spazio a qualcos’altro. Ma non tutta la presenza digitale deve funzionare allo stesso modo.

Per un articolo può essere più interessante farsi un’altra domanda: per quanto tempo quello che sto scrivendo potrà continuare a essere utile?

Un buon testo può essere trovato tra sei mesi, condiviso tra un anno, inviato a qualcuno molto tempo dopo la pubblicazione. Può raggiungere una persona che oggi non conosce né l’autore né Psicologinrete e che arriverà a quel contenuto semplicemente perché stava cercando di capire qualcosa.

Questo rende la scrittura particolarmente interessante per chi vuole costruire una presenza professionale online senza aggiungere alla propria agenda un secondo mestiere chiamato “creatore di contenuti”.

Non serve necessariamente scrivere tanto. Serve avere qualcosa che valga la pena lasciare online.

Un articolo è poco. Dieci articoli cominciano a raccontare chi sei

Preso da solo, un articolo è semplicemente un contenuto. Ma immaginiamo uno psicologo che, nel corso di alcuni anni, abbia scritto di conflitto nella coppia, gelosia e controllo, separazione, difficoltà nel ricostruire la fiducia dopo un tradimento e cambiamenti della relazione dopo la nascita di un figlio.

A un certo punto quei testi smettono di essere una raccolta casuale.

Diventano una piccola biblioteca professionale.

Chi la incontra può intuire quali temi interessano al professionista, quali problemi conosce meglio, quali domande considera importanti e come tende ad affrontarle. Tutto questo senza incontrare ogni tre paragrafi una frase che ricordi al lettore che l’autore è “specializzato in relazioni e problematiche di coppia”.

Lo si capisce.

Ed è probabilmente una delle differenze più importanti tra occupare spazio online e costruire nel tempo una presenza professionale riconoscibile.

Scrivere articoli tanto per scriverli serve a poco

Naturalmente c’è una scorciatoia.

Decidere che bisogna avere un blog, scegliere dieci argomenti, produrre dieci articoli e considerarli una pratica da archiviare. Oggi, con gli strumenti di intelligenza artificiale generativa, è diventato anche piuttosto facile.

Si può chiedere a un sistema di scrivere “un articolo di 1.200 parole sull’ansia”, aspettare qualche secondo e ritrovarsi davanti un testo ordinato, grammaticalmente corretto, con introduzione, paragrafi e conclusione.

Il problema è che potrebbe averlo scritto chiunque.

E se lo scopo della scrittura professionale è anche permettere alle persone di conoscere qualcosa del modo in cui pensi, un articolo indistinguibile da altri cento ha perso una buona parte della propria utilità.

Un articolo professionale diventa molto meno interessante quando potrebbe essere firmato indifferentemente da cento professionisti diversi.

L’intelligenza artificiale può aiutarti. A patto che rimanga qualcosa da aiutare

Questo non significa scrivere fingendo che gli strumenti di intelligenza artificiale non esistano. Possono essere molto utili.

Possono aiutare a mettere ordine in un ragionamento, suggerire una struttura, individuare un passaggio poco chiaro, confrontare possibili titoli, cercare punti che meritano una verifica, migliorare una frase che proprio non vuole saperne di funzionare. Possono anche fare da interlocutore mentre un’idea sta prendendo forma.

C’è però una differenza tra usare uno strumento per lavorare meglio su un pensiero e chiedergli di avere quel pensiero al posto nostro.

Se l’unica indicazione è “scrivimi qualcosa sulla dipendenza affettiva”, probabilmente otterremo qualcosa sulla dipendenza affettiva. Sarà magari corretto, equilibrato e perfettamente presentabile. Ma difficilmente spiegherà perché proprio quel professionista sentiva il bisogno di parlarne.

Vale anche per lo stile. Non tutti scrivono nello stesso modo, e per fortuna. C’è chi usa frasi molto brevi, chi parte sempre da un esempio, chi ragiona attraverso domande, chi ha bisogno di fare una distinzione in più. Alcuni scrivono in maniera molto asciutta, altri hanno una voce più narrativa. Anche qualche piccola asperità può rendere una voce riconoscibile.

La revisione serve. La chiarezza serve. La correttezza serve.

Ma la revisione dovrebbe togliere gli errori, non la voce.

“Ansia” non è un’idea per un articolo

“Ansia” non è un’idea per un articolo. Ma neanche un’intuizione basta

Uno dei problemi nasce ancora prima di cominciare a scrivere: capire se abbiamo davvero qualcosa da scrivere.

Ansia. Autostima. Adolescenza. Dipendenza affettiva. Relazioni tossiche. Stress. Sono argomenti. Non sono ancora idee.

Un’idea comincia a comparire quando dentro un argomento c’è qualcosa che ci interessa davvero capire o spiegare. Una domanda che incontriamo spesso. Una distinzione che ci sembra importante. Un equivoco che continuiamo a vedere. Una situazione osservata più volte nel lavoro che ci ha portato a formulare un’ipotesi o una riflessione.

Ma anche qui c’è una piccola trappola.

Supponiamo che, dopo anni di lavoro, uno psicologo arrivi a una considerazione che gli sembra interessante: “La terapia comincia davvero quando il paziente esce dallo studio”. Bene. Quello è uno spunto.

Se però lo consegna a un’intelligenza artificiale e le chiede di costruirci intorno un articolo intero, il rischio è di ottenere un testo formalmente originale ma poco personale. La frase iniziale è sua; tutto il resto potrebbe assomigliare a ciò che la stessa macchina avrebbe scritto per molti altri professionisti.

Non serve trasformare ogni intuizione in un piccolo saggio accademico. Serve però metterci qualcosa in più di una buona frase: un esempio, una sfumatura, un dubbio, un collegamento che viene dal proprio modo di lavorare, persino una piccola contraddizione.

In altre parole: l’intelligenza artificiale può aiutare a sviluppare un’idea. Ma se fa tutto il lavoro di sviluppo, rischia anche di togliere proprio la parte più interessante: quella che rende riconoscibile chi sta scrivendo.

Meglio un pensiero personale un po’ imperfetto che un articolo impeccabile che potrebbe aver scritto chiunque.

L’originalità, del resto, non consiste necessariamente nel dire qualcosa che nessun essere umano abbia mai pensato prima. Può stare nella domanda che scegliamo, nel collegamento che proponiamo, nell’esperienza dalla quale partiamo o semplicemente nel modo in cui raccontiamo qualcosa che conosciamo bene.

Prima di chiederti cosa interessa a Internet, chiediti cosa interessa a te

C’è poi una tentazione abbastanza naturale: guardare cosa sta funzionando sui social e scrivere di quello.

Se tutti parlano di narcisismo, narcisismo. Se per qualche settimana l’algoritmo sembra innamorato dell’attaccamento evitante, attaccamento evitante. Se una parola psicologica comincia a circolare molto, improvvisamente sembra indispensabile avere qualcosa da dire proprio su quella.

Ogni tanto può esserci davvero un buon motivo per intervenire su un tema molto discusso. Ma inseguire sistematicamente ciò che “va” rischia di produrre una biblioteca professionale piuttosto strana: piena di argomenti scelti dall’algoritmo e povera di ciò che interessa davvero a chi firma gli articoli.

Se lavori da anni con certe situazioni, se continui a incontrare una domanda che ti fa pensare, se c’è un fenomeno sul quale hai sviluppato nel tempo un punto di vista professionale, probabilmente vale più quello dell’argomento che questa settimana raccoglie più visualizzazioni.

La tua biblioteca dovrebbe assomigliare a te, non alla pagina “Esplora”.

Questo significa anche accettare che alcuni articoli interesseranno a poche persone. Non è necessariamente un problema. Un contenuto molto specifico letto dalle persone per cui è realmente significativo può avere molto più senso professionale di un argomento enorme scelto soltanto perché prometteva maggiore attenzione.

La visibilità può essere una conseguenza

Forse è proprio qui che la questione si ribalta.

Se davanti a ogni possibile articolo la prima domanda è “questo mi porterà visibilità?”, diventa facile scegliere temi, titoli e parole pensando soprattutto a ciò che dovrebbe attirare attenzione.

Se la prima domanda diventa “ho qualcosa di utile da dire su questo?”, cambia anche il tipo di contenuto che produciamo.

La visibilità può arrivare dopo: perché qualcuno trova l’articolo, perché lo condivide, perché torna a leggerne un altro, perché riconosce il nome dell’autore o perché, dopo averne letti diversi, comincia ad associare quel professionista a determinati temi.

È una forma di visibilità meno rumorosa. E forse, per molte professioni, anche più interessante.

Uno spazio per cominciare a costruire la propria biblioteca

Su Psicologinrete i professionisti possono proporre articoli divulgativi attraverso la propria area riservata. I contributi entrano nel flusso editoriale della piattaforma e vengono valutati e revisionati prima dell’eventuale pubblicazione.

L’idea non è riempire il blog. È costruire nel tempo uno spazio nel quale professionisti diversi possano portare competenze, domande, interessi e soprattutto punti di vista riconoscibili.

Se hai già in mente un argomento, prima di iniziare a scrivere prova quindi a farti una domanda in più: che cosa voglio dire io su questo argomento?

Se una risposta c’è, probabilmente c’è anche un articolo da scrivere.

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