Il terzo giorno di lavoro dopo le vacanze, ti sorprendi a pensare solo a quando potrai ripartire. È un pensiero comune, quasi automatico, e da solo non dice granché su come stai davvero. Ma se quello che riaffiora appena rientri è lo stesso nodo allo stomaco, la stessa irritazione, la stessa insonnia o la stessa sensazione di sentirti incastrata o incastrato che avevi prima di partire, allora forse vale la pena farsi una domanda diversa: è davvero la fine delle vacanze a pesarti, oppure è quello a cui sei tornato?
Le due cose possono sembrare molto simili nei primi giorni. In realtà raccontano situazioni diverse. Una riguarda il passaggio da un periodo più libero ai ritmi abituali. L’altra può diventare l’occasione per accorgersi di qualcosa che, prima di partire, era diventato semplicemente parte dello sfondo.
Lo stress da rientro non è una diagnosi
Vale la pena dirlo con chiarezza: “stress da rientro”, “post-vacation blues” o “sindrome da rientro” non indicano una diagnosi clinica. Sono espressioni utilizzate per descrivere quella combinazione di stanchezza, irritabilità, difficoltà a concentrarsi e poca voglia di riprendere i ritmi abituali che può comparire dopo una pausa.
Una parte di questo malessere non ha bisogno di spiegazioni particolarmente sofisticate. Passare in pochi giorni da orari più liberi, meno scadenze e giornate organizzate diversamente a sveglia, traffico, lavoro e una casella di posta che nel frattempo ha continuato a riempirsi può essere faticoso.
A settembre, poi, si aggiunge spesso una strana aspettativa collettiva. È una specie di gennaio con più caldo: ricominciare, rimettersi in forma, recuperare quello che si è lasciato in sospeso, tornare produttivi e magari approfittarne anche per diventare una versione migliore di sé. Se il primo lunedì riesci appena a ricordarti la password del computer, il confronto con questo programma di rinascita non aiuta particolarmente.
Non sempre è nostalgia delle vacanze
C’è però una domanda più interessante di “quanto dura lo stress da rientro?”: quello che senti riguarda davvero la fine delle vacanze o riguarda ciò che hai ritrovato tornando?
Quando siamo dentro una routine da mesi, alcune cose finiscono per diventare normali anche quando non ci fanno particolarmente bene. Un lavoro che soddisfa meno di prima, giornate troppo piene, una relazione che lascia regolarmente la stessa tensione, il bisogno continuo di arrivare al fine settimana. Non necessariamente smettiamo di sentirne il peso; più semplicemente impariamo a conviverci.
Una pausa interrompe per qualche giorno quella continuità. La distanza può rendere visibili differenze che, nella quotidianità, avevi smesso di notare. Magari in vacanza hai ricominciato a dormire bene senza pensarci, non controllavi continuamente l’orologio, la domenica sera non cambiava il tuo umore oppure ti sei accorto che una tensione che consideravi ormai parte del tuo carattere era molto meno presente.
Questo non significa automaticamente che il tuo lavoro, la tua relazione o la vita che conduci siano sbagliati. Però il contrasto è un’informazione e può valere la pena non archiviarlo troppo in fretta come semplice nostalgia delle ferie.
“Vorrei essere ancora in vacanza” e “non voglio tornare lì” non sono la stessa cosa
Dopo pochi giorni di lavoro può essere normalissimo pensare “vorrei essere ancora al mare”. Stai confrontando una giornata di riunioni, orari e impegni con qualcosa che probabilmente avevi scelto proprio perché piacevole. Non serve per forza cercarci un significato nascosto.
È diverso accorgersi che il pensiero ha un oggetto molto preciso: “non sopporto l’idea di tornare in quell’ufficio”, “appena penso a quella situazione mi torna l’ansia”, “durante le ferie mi ero dimenticato quanto mi pesassero le mie giornate”. Nel primo caso desideri che una cosa piacevole continui. Nel secondo, il rientro sta riportando in primo piano qualcosa che esisteva già.
Se ritrovi esattamente lo stesso malessere che avevi prima di partire, le vacanze probabilmente non lo hanno creato. Per qualche giorno hanno semplicemente cambiato le condizioni nelle quali vivevi e lo hanno reso meno presente.
Se l’effetto delle vacanze svanisce, non significa che siano servite a poco
C’è anche un’aspettativa curiosa che attribuiamo alle vacanze: dovrebbero “ricaricarci”, possibilmente abbastanza da farci affrontare con nuova energia i mesi successivi. Ma riposarsi e modificare ciò che ci affatica sono due cose diverse.
Una vacanza può riuscire benissimo nella prima senza fare nulla alla seconda. Può permetterti di dormire di più, rallentare, interrompere alcune richieste e recuperare energie; poi torni e ritrovi gli stessi orari, le stesse responsabilità e le stesse condizioni di prima.
La ricerca sugli effetti delle ferie sul benessere mostra effettivamente che i benefici tendono ad attenuarsi dopo il ritorno al lavoro. Una meta-analisi pubblicata sul Journal of Occupational Health ha rilevato un miglioramento del benessere durante le vacanze seguito da un progressivo svanire dell’effetto dopo la ripresa dell’attività lavorativa. Lo studio è consultabile su PubMed.
Perciò sentirti nuovamente stanca o stanco qualche tempo dopo il rientro non significa che la vacanza “non abbia funzionato”. Una pausa può offrirti un recupero reale senza riuscire, ovviamente, a cambiare ciò che ti stancava prima di partire.
Prima di cercare rimedi, prova a capire che cosa ti pesa
È la sveglia e il cambio di ritmo? È il lavoro accumulato durante l’assenza? Sono i primi giorni particolarmente pieni? Oppure il contrasto con le vacanze ti sta facendo notare qualcosa di più stabile nella tua quotidianità?
Le prime situazioni possono ridursi gradualmente quando il ritmo torna familiare. Nel secondo caso, invece, la domanda non riguarda più soltanto settembre. Potrebbe riguardare il modo in cui lavori, quanto spazio rimane per il resto della tua vita, una relazione, il livello di sovraccarico oppure qualcosa che conoscevi già ma a cui avevi smesso di prestare molta attenzione.
Non è necessario trasformare questa constatazione in una decisione drastica. Accorgersi che una parte della propria quotidianità pesa non significa dover cambiare lavoro il lunedì successivo, chiudere una relazione o rivoluzionare la propria vita. Significa soltanto avere un’informazione in più.
Se invece il malessere resta intenso, occupa molto spazio nelle giornate o interferisce significativamente con lavoro, relazioni, sonno o vita quotidiana, può essere utile parlarne con un professionista. Anche in quel caso, il punto non sarebbe diagnosticare una fantomatica “sindrome da rientro”, ma capire meglio che cosa sta rendendo così difficile tornare alla propria quotidianità.
A volte dopo qualche giorno il ritmo torna familiare e la fatica del rientro si riduce. Altre volte settembre rende più visibile qualcosa che durante l’anno avevamo imparato a sopportare quasi senza farci più caso.


