Hillman, James

James Hillman è stato uno psicoanalista e saggista statunitense, tra i principali esponenti della psicologia del profondo del secondo Novecento e fondatore della psicologia archetipica. Formatosi come analista junghiano, elaborò a partire dagli anni Settanta una prospettiva che si distacca dall’ortodossia di Jung, spostando il centro della psicologia dall’io e dalla nozione di sviluppo verso l’anima, l’immagine e il mito.

La sua opera occupa una posizione particolare: non propone un metodo terapeutico definito né un sistema chiuso, ma una filosofia della psiche che ha influenzato, oltre alla psicologia, l’ecologia, gli studi umanistici e il dibattito culturale. Autore di numerosi libri, tra cui Il codice dell’anima, Hillman è noto tanto per l’originalità delle sue idee quanto per la critica radicale rivolta alla psicoterapia del suo tempo.

Formazione e percorso

Nato ad Atlantic City, nel New Jersey, da una famiglia ebraica, Hillman prestò servizio nella sanità della Marina statunitense durante la Seconda guerra mondiale, per poi studiare alla Sorbona di Parigi e al Trinity College di Dublino, dove si laureò nel 1950. Proseguì gli studi in Europa e nel 1959 conseguì il dottorato all’Università di Zurigo e il diploma di analista al C. G. Jung Institute della stessa città.

Nello stesso 1959 fu nominato direttore degli studi dell’Istituto Jung di Zurigo, primo statunitense a ricoprire l’incarico, che mantenne fino al 1969. Da questa posizione interna alla tradizione junghiana maturò progressivamente una distanza dall’ortodossia analitica. Nel 1970 assunse la direzione di Spring Publications, casa editrice legata alla psicologia archetipica, al mito e alle arti, e nel 1978 rientrò negli Stati Uniti, dove contribuì a fondare il Dallas Institute of Humanities and Culture. Per la sua figura di riferimento si rimanda alla voce dedicata a Carl Gustav Jung, di cui Hillman fu erede critico più che discepolo fedele.

La psicologia archetipica

Il contributo teorico centrale di Hillman è la psicologia archetipica, formulata come movimento autonomo agli inizi degli anni Settanta. Pur riconoscendo il proprio debito verso Jung, ne prende le distanze su un punto decisivo. Dove la psicologia analitica di Jung ruota attorno al come centro unificante e all’individuazione come percorso verso la totalità, Hillman relativizza l’io e sposta l’attenzione sull’anima e sugli archetipi intesi come modi immaginali del vedere, non come strutture da integrare in un centro.

Ne deriva una concezione che Hillman stesso descrive come politeista: la psiche non ha un unico centro, ma è abitata da una molteplicità di figure, immagini e “dèi” che non vanno ridotti all’unità dell’io. Il primato spetta all’immagine e al mito, considerati la lingua propria dell’anima. Da qui la sua indicazione sul sogno, che non va interpretato riconducendolo ad altro né tradotto in un messaggio su come vivere: i sogni, scrive, dicono dove siamo, non cosa fare, e l’atteggiamento giusto è restare con l’immagine.

In questa prospettiva la sofferenza psichica cambia segno. Sintomi, patologie e stati come la depressione non sono soltanto disturbi da eliminare, ma espressioni dell’anima che chiedono di essere ascoltate. Hillman critica per questo l’idea di uno sviluppo lineare ed “eroico” della coscienza, e allarga lo sguardo dall’individuo al mondo con la nozione di anima mundi, l’anima del mondo, che avvicina la sua riflessione anche al pensiero ecologico. Le sue radici dichiarate stanno meno nella clinica e più in una tradizione filosofica che passa per il neoplatonismo di Plotino, per Ficino e Vico e per l’orientalista Henry Corbin.

Idee chiave e opere

L’opera che segna la sua svolta è Re-Visioning Psychology, nata dalle Terry Lectures tenute a Yale nel 1972 e pubblicata a metà degli anni Settanta, candidata al premio Pulitzer. Vi propone una psicologia fondata sull’immaginazione e sull’anima anziché sul modello medico e naturalistico. Tra i suoi molti libri figurano Il suicidio e l’anima (1964), Il mito dell’analisi (1972), Il sogno e il mondo infero (1979), Le storie che curano (1983) e La forza del carattere (2000).

Il suo testo più letto è Il codice dell’anima (The Soul’s Code, 1996), rimasto a lungo tra i più venduti negli Stati Uniti, dove Hillman espone la cosiddetta teoria della ghianda: ogni persona porterebbe con sé, come una ghianda contiene già la quercia, un’immagine o vocazione originaria, un daimon che ne orienta il destino. Su questa base critica quella che chiama la parental fallacy, l’idea che l’individuo sia soprattutto il prodotto dell’infanzia e dell’educazione ricevuta.

Da questa critica nasce anche il suo attacco più diretto alla psicoterapia, condensato nel titolo del libro-dialogo scritto con Michael Ventura nel 1992, Cento anni di psicoanalisi e il mondo va sempre peggio. Vi sostiene che una terapia concentrata solo sull’interiorità e sul passato personale finisce per isolare l’individuo dal mondo, trascurando la dimensione collettiva, sociale e ambientale del disagio.

Influenza e discussione critica

L’influenza di Hillman si è estesa oltre la psicologia, toccando l’ecologia, le arti e gli studi umanistici, e tra i suoi lettori e continuatori si contano autori come Thomas Moore, che ne ha divulgato le idee. Alla fine degli anni Ottanta prese parte, insieme a Robert Bly e Michael Meade, a un ciclo di incontri sul mito e sulle figure archetipiche maschili, legato al cosiddetto movimento degli uomini.

Il suo pensiero è però anche oggetto di critiche consistenti. Gli si rimprovera una certa vaghezza e un’impostazione volutamente anti-empirica, difficile da tradurre in pratica clinica e da verificare. Alcuni osservano che, rifiutando l’idea di individuazione e di sviluppo, la sua proposta si è allontanata tanto dalla psicoterapia corrente quanto dagli istituti di formazione. Sono obiezioni che colgono un tratto reale del suo lavoro: Hillman è stato più un critico e un pensatore dell’anima che il fondatore di una scuola clinica, e la sua eredità va cercata soprattutto nell’aver rimesso al centro della psicologia l’immaginazione, il mito e il rapporto tra anima e mondo.

 

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