Quando la psicoterapia si è spostata massicciamente online durante la pandemia, per molte persone la videoseduta è stata soprattutto una necessità. Da allora è diventata una modalità di lavoro stabile e la domanda è rimasta: funziona davvero quanto incontrarsi nello stesso studio?
Le risposte più nette sono anche quelle meno utili. Dire che online e presenza siano perfettamente intercambiabili va oltre quello che gli studi permettono di concludere; considerare invece la terapia a distanza una versione inevitabilmente meno efficace ignora una quantità ormai consistente di ricerca.
Oggi abbiamo abbastanza dati per dire qualcosa di più preciso, soprattutto per alcuni trattamenti e alcune condizioni. Abbiamo anche aree nelle quali gli studi sono ancora pochi o non permettono conclusioni altrettanto solide. Vale quindi la pena partire da ciò che è stato effettivamente confrontato, perché sotto l’etichetta “terapia online” finiscono interventi molto diversi tra loro.
Prima di confrontarle: cosa intendiamo per terapia online?
Una psicoterapia svolta in videoconferenza, con paziente e terapeuta collegati in tempo reale, non è la stessa cosa di un’app per il benessere psicologico, di un programma autosomministrato, di una conversazione via chat o di un intervento nel quale il contatto con il professionista è minimo.
Quando ci chiediamo se online e presenza abbiano la stessa efficacia, gli studi più interessanti sono quindi quelli nei quali cambia principalmente il mezzo attraverso cui avviene l’incontro, mentre il trattamento rimane comparabile: lo stesso tipo di psicoterapia viene erogato da un professionista in videoconferenza oppure nello stesso spazio fisico.
È una distinzione meno ovvia di quanto sembri. Se confrontassimo una psicoterapia in studio con un’app o con un percorso interamente automatizzato, infatti, non sapremmo più se un’eventuale differenza dipenda dalla distanza oppure dal fatto che stiamo mettendo a confronto interventi molto diversi.
Cosa succede quando si confrontano davvero videoterapia e presenza?
Una delle analisi più ampie disponibili è una meta-analisi pubblicata nel 2021 su Clinical Psychology & Psychotherapy. I ricercatori hanno esaminato 47 confronti diretti tra psicoterapia svolta in videoconferenza e psicoterapia in presenza, per un totale di 3.564 partecipanti. La differenza complessiva negli esiti tra le due modalità è risultata trascurabile, mentre i risultati della videoterapia erano particolarmente consistenti negli studi sulla terapia cognitivo-comportamentale e nei trattamenti rivolti ad ansia, depressione e disturbo da stress post-traumatico.
È un risultato importante perché non riguarda semplicemente il gradimento delle persone che avevano scelto volontariamente la terapia online, ma confronti tra trattamenti. Allo stesso tempo, gli studi disponibili non sono distribuiti uniformemente: alcuni approcci e alcuni problemi psicologici sono stati studiati molto più di altri.
Nel 2022 una revisione sistematica con meta-analisi pubblicata su JMIR Mental Health ha considerato 12 studi randomizzati controllati, con 931 partecipanti, relativi anche a condizioni meno rappresentate nella letteratura precedente. Non sono emerse differenze significative tra teleterapia e presenza nella gravità dei sintomi, nel funzionamento generale, nel miglioramento complessivo o nella soddisfazione dei pazienti. Anche l’alleanza terapeutica valutata da pazienti e terapeuti non mostrava differenze rilevanti tra le due modalità.
Il quadro è stato aggiornato ulteriormente da una revisione sistematica e meta-analisi sugli interventi psicologici remoti per ansia e depressione, pubblicata nel 2025 dopo una ricerca della letteratura estesa fino al 2024. Anche in questo caso non sono state rilevate differenze statisticamente significative tra interventi remoti e in presenza per i sintomi depressivi o ansiosi.
Mettendo insieme questi risultati, soprattutto per ansia e depressione e negli interventi cognitivo-comportamentali, che sono stati studiati più estesamente, la psicoterapia in videoconferenza mostra risultati molto vicini a quelli ottenuti in presenza.
E la relazione con il terapeuta?
L’efficacia non dipende soltanto dalla riduzione dei sintomi. Una delle domande più frequenti riguarda la possibilità di costruire a distanza una buona alleanza terapeutica, cioè quella dimensione del rapporto che comprende la collaborazione sugli obiettivi del percorso, sul lavoro da svolgere e la qualità del legame professionale.
I dati disponibili sono interessanti proprio perché non confermano l’idea secondo cui la presenza di uno schermo impedirebbe necessariamente la costruzione di una relazione terapeutica significativa. Negli studi che l’hanno misurata, l’alleanza può raggiungere livelli paragonabili a quelli osservati negli incontri in presenza.
Questo non significa che l’esperienza relazionale sia identica. In video cambiano alcuni elementi del contesto, della comunicazione e della percezione reciproca; stabilire quanto e in che modo incidano richiede però una domanda diversa da quella sull’efficacia complessiva del trattamento. Per ora possiamo limitarci a una conclusione più circoscritta: la distanza fisica, da sola, non sembra impedire la costruzione di una buona alleanza terapeutica.
Risultati simili non significa risultati identici
Quando gli studi non trovano differenze significative tra terapia online e in presenza, questo non significa automaticamente che le due modalità siano identiche in ogni circostanza. Più semplicemente, vuol dire che nelle condizioni studiate non sono emerse differenze abbastanza consistenti da indicare una maggiore efficacia dell’una rispetto all’altra.
Alcuni studi sono stati progettati in modo ancora più specifico. Una sperimentazione multicentrica randomizzata pubblicata nel 2022, ad esempio, ha confrontato 15 sedute di terapia cognitivo-comportamentale per il disturbo d’ansia generalizzato svolte in videoconferenza oppure in presenza. Il trattamento online è risultato non inferiore a quello faccia a faccia nelle misure considerate.
Nel complesso, quindi, è corretto parlare di risultati comparabili per diversi trattamenti e problemi psicologici studiati finora. Sarebbe invece eccessivo estendere questa conclusione a qualsiasi psicoterapia, indipendentemente dall’approccio, dalla situazione clinica e dalla persona.
Dove sappiamo di più e dove sappiamo ancora meno
Uno dei limiti della discussione sulla terapia online è che spesso si parla della “psicoterapia” come se fosse un unico trattamento. La letteratura scientifica, però, non è distribuita in modo uniforme: la terapia cognitivo-comportamentale è largamente rappresentata e disponiamo di molti dati su ansia, depressione e disturbo da stress post-traumatico, mentre per altri approcci, popolazioni e condizioni gli studi comparativi sono meno numerosi.
La scarsità di dati non va interpretata automaticamente come una prova di minore efficacia. Significa semplicemente che, per alcuni ambiti, oggi possiamo formulare conclusioni più solide e per altri dobbiamo essere più prudenti.
Un esempio viene dalla psicoterapia sistemica. Una revisione sistematica pubblicata nel 2025 sul confronto tra interventi sistemici digitali e faccia a faccia ha trovato una letteratura ancora ridotta ed eterogenea. Per la maggior parte degli esiti, gli studi disponibili non permettevano di stabilire con sufficiente certezza né una superiorità né una piena equivalenza tra le due modalità.
Questo non significa che una terapia sistemica online non funzioni. Significa, molto più semplicemente, che al momento sappiamo meno.
Online e presenza rimangono due esperienze diverse
Arrivati fin qui potrebbe sembrare che la ricerca stia progressivamente cancellando ogni differenza tra le due modalità. Non è così. Una seduta online richiede una connessione sufficientemente stabile, un dispositivo adatto e soprattutto uno spazio nel quale poter parlare con una ragionevole garanzia di privacy. Può eliminare ore di spostamenti, permettere di continuare un percorso durante un trasferimento e rendere accessibile un professionista che vive lontano, ma una casa condivisa con altre persone può essere un setting molto meno protetto dello studio di un terapeuta.
Anche la presenza ha caratteristiche proprie: esiste uno spazio fisico condiviso, il percorso per raggiungerlo, una separazione materiale dalla quotidianità e una maggiore disponibilità di alcune informazioni corporee e ambientali. Per alcune persone tutto questo ha un peso importante; altre riescono invece a parlare con maggiore libertà proprio trovandosi in un ambiente familiare.
Sono differenze reali, ma non vanno confuse automaticamente con differenze di efficacia. È proprio questo uno degli aspetti più interessanti che emergono dalla letteratura disponibile: online e presenza non sono la stessa esperienza, ma in numerosi contesti studiati questa diversità non si è tradotta in una differenza rilevante negli esiti del trattamento.
Quindi come scegliere?
Per molte delle condizioni e dei trattamenti meglio studiati non ci sono buone ragioni, sulla base dei dati disponibili, per considerare in partenza la videoterapia una versione meno efficace della psicoterapia in presenza. Questo non significa però che la modalità sia irrilevante per la singola persona.
Contano il problema per cui si chiede aiuto, il tipo di intervento proposto, la possibilità concreta di avere uno spazio riservato, eventuali esigenze cliniche, la familiarità con la tecnologia e anche la preferenza personale. Se passare un’ora in video rende difficile concentrarsi, è un’informazione da considerare; se raggiungere lo studio richiede due ore di viaggio e rende quasi impossibile mantenere una frequenza regolare, lo è altrettanto.
La scelta iniziale, inoltre, non deve necessariamente accompagnare tutto il percorso. Quando il professionista lavora con entrambe le modalità e ritiene appropriato farlo, online e presenza possono essere rivalutati nel tempo in base alle esigenze della persona e al lavoro che si sta svolgendo.
Le ricerche disponibili mostrano quindi risultati comparabili tra videoterapia e terapia in presenza in diversi ambiti, con evidenze particolarmente consistenti per alcuni disturbi d’ansia, per la depressione e per gli interventi cognitivo-comportamentali. Per altri approcci e condizioni gli studi sono ancora meno numerosi e non permettono conclusioni altrettanto solide.
Per chi sta pensando di iniziare un percorso, questi dati possono servire soprattutto a escludere l’idea che una delle due modalità sia necessariamente migliore dell’altra prima ancora di conoscere la situazione concreta. La scelta può essere discussa con il professionista e, quando necessario, modificata nel corso del tempo. Su Psicologinrete è possibile consultare i profili degli psicologi e verificare la modalità di lavoro proposta da ciascun professionista.


